Cina: la depurazione dell’acqua come opportunità per il business

a cura di:

Archiviato in: in
27 Giugno 2007

HANGZHOU: Se da un lato la Cina ha chiuso un occhio sulle proprie responsabilità nel surriscaldamento globale, forte dello status di paese in via di sviluppo, non può fare altrettanto per la situazione ambientale interna, sempre più colpita dagli strascichi dell’industrializzazione.

Vittima eccellente è il Grand Canal, 1.794 km per 2.400 anni di storia, la più antica via fluviale mai costruita dall’uomo, sorta per collegare Pechino ad Hangzhou.

Il tratto nei pressi di quest’ultima, già dai primi anni ’90 si distingueva per il color petrolio delle acque, frutto degli scarichi industriali e delle grossolane fogne degli insediamenti limitrofi.

La Municipalità di Hangzhou ha speso dal 2001 ad oggi più di 250 milioni di dollari per migliorare la qualità delle acque.

Alla base di queste spese non vi è solo responsabilità ambientale, ma anche la volontà di riportare il Canale al suo glorioso passato di veicolo dello sviluppo economico.

L’incuria ha fatto sì che lunghi tratti della via fluviale siano oggi abbandonati e dismessi, e il Canale non è perfettamente percorribile nella sua interezza.

Riassetto e depurazione potrebbero riaprire una via tra le più convenienti e ricche: lungo i tratti in uso del Canale passano più di 100.000 navi all’anno, trasportando circa 260 milioni di tonnellate di beni, tre volte il carico della linea ferroviaria Pechino-Shanghai.

Facile immaginare quanto potrebbe fruttare una riapertura totale. I governatori delle provincie di Shandong, Jiangsu e Zhejiang hanno già deciso di investire 2,5 miliardi per dragare il canale entro il 2010, una mossa che incrementerà del 40% la capacità di navigazione.

La salvaguardia dell’acqua dolce in Cina ha dunque conseguenze non solo ambientali, ma anche economiche.

Lo sa bene Mariano Pane, armatore sorrentino e presidente della Globeco spa, che non si è lasciato sfuggire l’occasione.

La Globeco, che da 25 anni opera per il disinquinamento delle acque, ha costituito alla fine del 2006 la Phoenix Globeco Enviromental Ship-Tech, joint venture trentennale con il cantiere navale di Changsha, capitale dell’Hunan.

L’obbiettivo per i prossimi 2 anni è di costruire 150 imbarcazioni anti-inquinamento, per un valore di oltre 100 milioni di euro, che verranno impiegate per il monitoraggio delle acque sia interne che costiere, e per il loro disinquinamento.

Anche la Hydro Air Research, azienda lodigiana leader nel trattamento delle acque reflue industriali, opera in Cina, con buoni risultati già da diversi anni (nel 2006 un fatturato-Cina di 2.880.000 di euro).

Le realtà industriali che s’inseriscono in questo mercato sono in costante aumento.

Gli scomodi strascichi dell’industrializzazione cinese si stanno trasformando in un’opportunità: e almeno per una volta si tratta di un business che fa bene anche all’ambiente.

Link Correlati

Nicola Ricciardi