In Cina le multinazionali cedono alla corruzione

5 Dicembre 2006

PECHINO: Sono sempre di più i casi di corruzione che coinvolgono le multinazionali in Cina. Come le aziende cinesi, anche quelle straniere approfittano dell’assenza di leggi chiare per perseguire i propri interessi. Il quotidiano China Daily riporta che oltre il 60% dei cinquecentomila casi di corruzione commerciale occorsi negli ultimi dieci anni ha interessato uomini d’affari stranieri, e questa percentuale è in rapida crescita.

Un esempio recente è IBM, coinvolta nello scandalo di Zhang Enzhao, ex presidente della China Construction Bank, condannato a quindici anni di carcere dalla Beijing No 1 Intermediate People’s Court per avere accettato oltre 4 milioni di yuan – 506.000 dollari – di "mancia". IBM avrebbe depositato un fee di servizio pari a 225.000 dollari sul conto di Zou Jianhua, presidente della Hong Kong Hengchuang Technology, attraverso il quale la compagnia avrebbe conosciuto Mr. Zhang.

Uno dei casi che hanno fatto più scalpore riguarda un’affiliata di Tianjin dell’americana Diagnostic Products, leader mondiale nel settore della diagnostica, multata di 4,8 milioni di dollari lo scorso maggio dall’US Department of Justice per avere corrotto il personale medico degli ospedali pubblici cinesi, per l’acquisto di servizi e attrezzature sanitarie, con oltre 1,6 milioni di dollari dal 1991 al 2002.

Solo nei primi nove mesi di quest’anno, la Supreme People’s Court ha registrato 5.662 casi di corruzione commerciale, con un preoccupante aumento del 10,43% rispetto al 2005. La procura ha investigato su oltre novemila casi soprattutto nei settori immobiliare, sanitario e finanziario. "Mancano leggi severe come ci sono all’estero, che impediscano il dilagare della corruzione", ha dichiarato a China Daily un ricercatore della Chinese Academy of International Trade and Economic Co-operation, Mei Xinyu.

Soprattutto nell’attuale momento storico di instabilità ideologica, i cinesi sono particolarmente sensibili alla tematica della corruzione. Il recente scandalo della leadership politica di Shanghai, coinvolta in una serie di vicende collegate al settore immobiliare, ha attirato l’interesse di tutti. Trascinati dalla società moderna in un vuoto ideologico ma istintivamente portati a ragionare sui fatti politici da una scuola morale tramandata per generazioni, incuriositi dalle indiscrezioni e dai pettegolezzi oggi liberamente rivelati dai giornali, desiderosi di conoscere le strategie — finalmente svelate – che hanno portato i potenti al successo, tutti sono interessati a sapere cosa accade negli alti ranghi. Edicole, autorizzate e non, pullulano di libri e reportage in materia di scandali e corruzione.

E’ solo in parte sorprendente che, come dimostrato dalle statistiche, siano spesso proprio le aziende straniere ad approfittare della debolezza legislativa cinese: l’assenza di chiare leggi in taluni contesti fa spesso sì che a contare siano esclusivamente le guanxi (relazioni). Un americano appena giunto in Cina per occuparsi di finanza, è scoraggiato dal fatto che tutti lo hanno avvertito che, per fare qualsiasi mossa, bisognerà essere prima "bene introdotti". Lo conferma una ragazza che lavora in uno studio di design: per compiere passi importanti, è necessario investire molto tempo e risorse economiche nella cura delle relazioni.

Ma dalla "cura" alla "corruzione" passa spesso poco, e può capitare che gli usi e costumi cinesi traggano in inganno. Qualche tempo fa una delegazione italiana, nella necessità di riservare all’ultimo momento un tavolo per una cena importante, ha chiesto al proprietario del ristorante la gentilezza di cedere il posto migliore, già precedentemente prenotato da altri ospiti, in cambio di una lauta mancia. Ma l’interpellato ha risposto che non avrebbe mai accettato un simile compromesso, "perché tutti i clienti sono sullo stesso piano".

La mancia era troppo esigua o abbiamo assistito a una lezione di stile e morale? Qualunque sia stata la ragione del rifiuto, rimane il fatto che a volte non è facile per uno straniero comprendere le modalità, le caratteristiche e soprattutto i confini del complesso rituale comportamentale cinese. Poiché nel paese vige l’abitudine di contrattare su tutto, dai prezzi delle merci alle stanze degli hotel, è comprensibile che si possa essere tratti in inganno dall’impossibilità di capire quando la "troppa gentilezza" sia lecita e quando no.

Da parte degli stranieri, si è inoltre diffuso un istinto di auto protezione, originato dalla sensazione che i cinesi riservino spesso e volentieri un trattamento diverso ai propri connazionali e ai laowai (stranieri), mantenendo sempre le distanze come per ricordare che, per quanto uno straniero possa essere amato e rispettato, non avrà mai accesso alle loro più intime sfumature culturali.

Per questo motivo, nel rapportarsi con i partner, l’atteggiamento di partenza di molti occidentali è: "Non sono cinese, ma non mi inganni". L’unico modo per dimostrarlo è dare prova di avere compreso alla perfezione le "leggi locali", rinunciando più che volentieri alle proprie e adottando senza alcuno sforzo l’usanza, purtroppo ancora molto diffusa nel paese, del ricambio adeguato dei favori.

Marzia De Giuli

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