In Cina più fertilizzanti e più bio

9 Dicembre 2006

PECHINO: Dall’11 dicembre la Cina consentirà alle aziende straniere di operare nella vendita all’ingrosso dei fertilizzanti. Nuove opportunità di investimento sono in arrivo per i player mondiali, che sarebbero già sul "piede di guerra".

Lo scorso febbraio il colosso canadese Potash ha acquistato il 10,01% di Sinofert per 126 milioni di dollari, arrivando a possedere una quota del 20%. Il gruppo, primo in Cina, produce di 2,73 milioni di tonnellate l’anno e mira a detenere il 30% del mercato entro il 2008. Anche China BlueChemical, della China National Offshore Oil Corporation, sta progettando una serie di importanti acquisizioni.

Ma gli analisti sostengono che, nonostante le aziende straniere siano molto più avanti in termini di tecnologia e management, non metteranno in ombra quelle cinesi. La Cina produce circa un terzo e consuma circa il 35% dei fertilizzanti di tutto il mondo – è primo produttore e consumatore – e da gennaio a settembre di quest’anno ha importato 7,71 milioni ed esportato 3,44 milioni di tonnellate. Nonostante il governo, con l’ingresso nel WTO, abbia abolito le tariffe doganali sui fertilizzanti, ha ancora il controllo sui prezzi, che risultano quindi inferiori rispetto agli altri mercati.

Questi dati, interessanti per i protagonisti dell’industria dei fertilizzanti, preoccupano i salutisti. Chiunque si rechi in Cina avrà notato che frutta e verdura hanno ovunque un ottimo aspetto. Nei migliori ristoranti, in tutte le stagioni, viene servita alla fine dei pasti l’anguria. Arance e carote sono sempre di un colore acceso.

Pertanto fa riflettere una notizia pubblicata pochi giorni fa dalla agenzia di Stato Xinhua: circa metà dei decessi annuali per cancro allo stomaco si verifica in Cina. Secondo gli ultimi dati, ogni anno nel paese muoiono a causa della malattia 700.000 persone, e il numero delle donne colpite nelle aree rurali è aumentato del 25% negli ultimi cinque anni.

Anche se l’articolo attribuisce le cause al fumo e al largo consumo di cibi affumicati, sottosale e carni, l’utilizzo allargato di fertilizzanti e pesticidi è un fattore allarmante.

Per fortuna a Pechino e a Shanghai cominciano a diffondersi i cibi biologici. In realtà i primi prodotti sono apparsi in Cina già negli anni novanta. Il paese possiede già la maggiore superficie agricola in tutta l’Asia destinata a coltivazioni biologiche, nelle province Heilongjiang e Fujian.

Seppur lentamente, la passione per il bio sta crescendo – e secondo gli analisti conquisterà milioni di cinesi nei prossimi anni – anche grazie a recenti campagne pubblicitarie promosse dalle autorità, come la newsletter del China Environment and Sustainable Development Reference and Research Centre.

Nel 2004 tre nuovi milioni di ettari sono stati certificati e oggi sono 1.400 le tenute agricole e 416 le aziende biologiche registrate. Nel 2005 la produzione totale è stata pari a 3 miliardi di yuan – 375 milioni di dollari – e le esportazioni a 200 milioni di dollari. Ma si tratta ancora di cifre esigue: i prodotti bio corrispondono a solo lo 0,02% del mercato alimentare cinese, e più della metà viene esportata all’estero.

Le ovvie cause sono gli alti prezzi e la scarsa regolamentazione, fattore quest’ultimo al quale le autorità dovranno dedicare particolare attenzione per dare fin da subito credibilità ai prodotti.

Un esempio di successo è LohaoCity: una fra le prime aziende biologiche di Pechino, si appresta ad aprire un negozio anche a Shanghai nei prossimi mesi. Cinque anni fa il CEO Terry Yu, taiwanese, ha acquistato un terreno di 1.500 ettari e lo ha trasformato in tenuta biologica. "I guadagni sono ancora scarsi ma sono sicuro che questo settore decollerà nei prossimi tre anni", ha recentemente affermato.

E’ molto probabile, e lo si intuisce dall’attenzione oggi più che mai incoraggiata dai media, prestata dalle classi abbienti alla cura della salute, a partire proprio dall’alimentazione.

Marzia De Giuli