Cina e Tibet: il via agli arresti. Pechino, inizieremo la procedura giudiziaria.

20 Marzo 2008

PECHINO: Giungono finalmente le prime informazioni sull’evoluzione della situazione nella blindatissima Lhasa. Secondo le fonti governative la città sarebbe ritornata sotto il pieno controllo politico e amministrativo. Sarebbero circa 170 i rivoltosi arresisi durante i numerosi raid di controllo e ora Pechino si appresta a iniziare la procedura giudiziaria. 24 gli arresti ufficiali ma nessun dettaglio in merito.

Non si sa, per esempio, se gli arresti siano avvenuti, al contrario di quanto Pechino aveva garantito, fra le centinaia di persone arrese e consegnatesi alla polizia o se, invece, si trattino di veri e propri separatisti, "accaniti e violenti" come la stampa cinese ha più volte continuato a descriverli negli ultimi giorni.

Il governo centrale ha, difatti, imposto nelle ultime ore delle rigidissime restrizioni all’accesso delle informazioni da parte dei canali di stampa e media.

Le notizie che giungono riguardo alla sorte delle "circa due dozzine di arrestati" sono rintracciabili su un sito governativo della provincia del Tibet, dove è chiaramente citato il riferimento all’azione di polizia e il prossimo avvio di una procedura giudiziaria che, come annunciato, sarà assolutamente severa per garantire il rispetto e l’attenzione alle norme della legge vigente.

Impressioni dirette sul ritorno della presunta calma nel capoluogo del Tibet giungono dalla voce di un giornalista tedesco, Georg Blume, che pare aver riferito direttamente alla BBC della fine degli atti di rivolta e protesta. Secono il giornalista, però, vi sarebbe ancora percezione concreta della persistenza in ogni punto della città di polizia ed esercito cinese.

Sempre secondo Blume, molti degli arresi e dei partecipanti alla protesta hanno riferito di aver sentito il bisogno di aderire alle voci contro Pechino, subito dopo aver visto come i monaci erano stati trattati dalle autorità e dal persistere di un atteggiamento di discriminazione cinese nei confronti della comunità tibetana.

I media cinesi e l’agenzia stampa Xinhua sottolinea d’altra parte l’accanimento con cui i tibetani avrebbero dato sfogo alla loro rabbia, distruggendo attività commerciali, bruciando la bandiera cinese, "sventolando i colori del governo tibetano in esilio". La risposta mediatica del partito risponde alla protesta "pacifica e naturalmente sentita" come i tibetani vogliono indicarla, con le immagini di un video girato nel Gansu, che ritrae un gruppo di giovani tibetani intenti a fare a brandelli la bandiera cinese e a inveire contro Pechino.

E ora, in quella che sembra essere ormai la fine di quasi 10 giorni di rivolta, anche il conteggio delle vittime risente di un dialogo diretto e di un’informazione strumentalizzata: il Dalai Lama parla di un centinaio di caduti di cui 80 solo nella città di Lhasa, Pechino invece critica aspramente il bilancio fatto da chi, secondo il partito, dell’atmosfera di Lhasa non può aver alcuna percezione e ridimensiona il numero dei caduti a 16.

Se da una parte il Dalai Lama in queste ultime ore afferma più che mai la necessità di un coinvolgimento internazionale per introdurre un dialogo diplomatico produttivo, la voce del primo ministro inglese Gordon Brown porta alla conoscenza dell’interessamento di Pechino, espresso direttamente dal premier Wen Jiabao, sulla disponibilità al confronto aperto.

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Paolo Cacciato