Cina: un corso di laurea per assecondare le strategie economiche in Africa

a cura di:

Archiviato in: in
11 Settembre 2007

HANGZHOU: Sabato scorso è stato fondato il primo Istituto Universitario di Studi Africani in Cina, ad Hangzhou nella provincia cinese dello Zhejiang. L’iniziativa, promossa da Zhejiang Normal University (ZNU) in collaborazione con la China Education Association for International Excange, ha lo scopo di preparare nuove generazioni di giovani in discipline riguardanti il continente africano. Secondo Mei Xinlin, presidente della ZNU e dirigente dell’Istituto, si tratta di un nuovo step nell’evoluzione dei rapporti tra Pechino e i paesi africani, giunti ad un punto tale da suscitare nei giovani cinesi "il bisogno di sapere sempre più cose sull’Africa".

Ecco che da inizio settembre ad Hangzhou saranno operativi i primi 8 ricercatori (previsti da 2 a 7 nuovi arrivi entro fine anno), incaricati dei corsi introduttivi, che riguarderanno politica, relazioni internazionali, economia ed educazione delle nazioni africane. Inevitabile l’entusiasmo del governo di Pechino, rappresentato per l’occasione da Liu Baoli del Ministero dell’Educazione, che ha sottolineato la volontà di sviluppare sempre di più la cooperazione tra Cina ed Africa, favorendo così anche "il bene del mondo intero". Un’affermazione destinata a far discutere, vista la reale natura dei rapporti tra il Dragone e i paesi africani, che rappresentano un nuovo sbocco per l’industria cinese, e soprattutto una fonte preziosissima di risorse energetiche e materie prime. Quindi, pur andando a favorire le relazioni sociali, culturali e il mutuo scambio (entro il 2009 sarà portato a 4000 il numero delle borse di studio annuali rilasciate a studenti africani in Cina), i corsi del neonato istituto punteranno soprattutto sulla formazione di giovani esperti, in grado di agevolare la penetrazione della Cina nel substrato politico e sociale dei paesi africani, con inevitabili ripercussioni economiche.

Come non bastasse l’attuale trend! Nel primo semestre del 2007, gli investimenti diretti delle industrie cinesi in Africa hanno superato soglia 480 milioni di dollari, rispetto i 370 milioni dell’intero 2006. Destinato a più che raddoppiare entro fine anno anche il valore complessivo dei contratti di servizio, che a giugno avevano raggiunto gli 11,27 miliari di dollari, rispetto ai 9,5 miliardi complessivi dello scorso anno. Impressionanti anche gli sviluppi del commercio bilaterale, cresciuto del 30% annuo dal 2000 (quando fu istituito il forum sulla cooperazione Cina-Africa) ad oggi, raggiungendo i 32 miliardi nel primo semestre 2007, trasformando così la Cina nel terzo partner commerciale dell’Africa. A tale proposito, vista la rapidità con cui ogni anno aumentano gli scambi bilaterali, c’è da scommettere che i 50 miliardi di dollari preventivati per il 2010 saranno raggiunti in anticipo, magari entro fine 2007.

A sostenere la strategia di penetrazione cinese in Africa, sono senza dubbio i cospicui prestiti concessi da Pechino alle nazioni africane. Sebbene lo scorso novembre fosse stata annunciata la concessione entro fine 2007 di 3 miliardi di dollari di prestiti preferenziali e 2 miliardi in crediti di acquisto verso la Cina, le attese sono presto state deluse. Esattamente a giugno, nel corso dell’African Development Bank Meeting di Shanghai, quando il governo cinese ha dichiarato la concessione di un prestito complessivo di 20 miliardi di dollari. Una scelta tanto inattesa quanto criticata, soprattutto dai membri del G8, che temono questo possa inibire lo sviluppo delle nazioni africane, gravandole di un nuovo e insostenibile debito pubblico. Opposta la versione del Dragone, che difende le proprie scelte con le unghie, spiegando come il vero timore dei paesi occidentali sia in realtà quello di non poter più riscuotere i propri crediti e di veder diminuire il proprio peso nel sud del mondo. Sottolineando come gran parte dei prestiti concessi siano destinati allo sviluppo di infrastrutture, fattorie, stadi, centri congressi, ospedali e scuole, il governo cinese sostiene di favorire concretamente la crescita delle nazioni africane, offrendo per giunta condizioni favorevoli e poche clausole vincolanti. Va da se, ovviamente, che gran parte delle strumentazioni e dei materiali giungano proprio dalla Cina, assieme alle ditte incaricate di eseguire le opere (ecco spiegato il forte aumento dei contratti di servizio), privando così le aziende africane di importanti contratti di lavoro, ed inibendo anche la crescita professionale degli operai africani, relegati a funzione di mera manovalanza. Questione di punti di vista dunque, che ancora una volta contrappongono la visione della Cina, lanciata in una crescita inarrestabile, a quella delle potenze occidentali, che forse hanno scordato le reali priorità dei paesi sottosviluppati.

Emanuele Confortin