Cina: xenofilia architettonica

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9 Aprile 2007

PECHINO: I più stimati architetti del mondo stanno migrando a frotte verso la Cina, dove costruiscono i grattacieli più alti, gli hotel più lussuosi e le città modello più futuristiche del pianeta.

Dopo il boom degli anni 90, la Cina è nuovamente in pieno fermento architettonico e funzionari statali e società immobiliari tirano giù senza tanti complimenti i bunker comunisti dando una rinfrescata ai palazzoni di vetro e acciaio, testimoni seriali dell’ abbraccio del capitalismo.

L’un tempo ridondante paesaggio urbano pechinese sta fiorendo di strutture d’avanguardia volte all’affermazione di una nuova città innovativa e artistica. Da Chongqing a Xiamen, interi quartieri vengono rasi al suolo in una corsa affannata verso un’architettura dinamica e brillante, foreste di gru si innalzano a costeggiare giungle di grattacieli a dimostrazione del fatto che dall’ingresso nel WTO e con le olimpiadi alle porte il governo cinese marcia di pari passo con le nazioni industrializzate, se non addirittura più in fretta.

Il compito di ridisegnare la Cina del XXI Secolo è tuttavia stato dato agli stranieri.

I cinesi potranno infatti anche costruire più di chiunque altro al mondo, ma pare non posseggano la vocazione di architetti stranieri come Jacques Herzog e Pierre de Meuron, cui è stata commissionata la realizzazione del nuovo stadio olimpico di Pechino, un insieme intricato di vene d’acciaio disposte in modo da ricordare un nido d’uccello o il francese Paul Andreu, progettista del nuovo Teatro Nazionale, tre sale stipate all’interno di un uovo di titanio e vetro sospeso su un lago artificiale: gli spettatori entreranno tramite una scala mobile dando l’impressione di immergersi nell’acqua, con il ritratto di Mao e la Città Proibita alle spalle. Lord Norman Foster ha ottenuto il consenso per l’estensione dell’aeroporto, una pista avveniristica fiancheggiata da un terminal che sembra scolpito nel ghiaccio del valore di 1.9 miliardi di dollari, mentre le curve sinuose e high-tech di Zaha Hadid cingeranno il nuovo complesso teatrale di Canton. L’Office for Metropolitan Architecture di Rem Koolhaas sta invece costruendo un nuovissimo quartier generale per la China Central Television (CCTV), che mira a trovare una nuova tipologia di grattacielo: un nodo scorsoio! Il tutto nel bel mezzo di un piano urbanistico che prevede l’innalzamento di 300 torri nel distretto finanziario della capitale.

Al momento, secondo l’Architecture Journal di Pechino, oltre 120 imprese di costruzione straniere o associate cinesi e più di 40 fra le 200 maggiori compagnie di ingegneria e consorzi di progettazione hanno aperto filiali nel paese, distesosi ai loro piedi come una pagina bianca, musa delle più ambiziose visioni architettoniche.

Ma la Cina ha veramente bisogno dell’aiuto straniero?

Gli architetti locali protestano per il fatto che molte società immobiliari hanno una fede troppo cieca nel design straniero e gran parte delle critiche centrano sul vero, effettivo problema che la maggior parte dei nuovi progetti ha: il fallimento nel raggiungere un’armonia con la cultura cinese. L’architetto tedesco Meihard von Gerkan, fondatore del GMP di Amburgo, avvicinato da funzionari locali perché disegnasse uno schema di base per la nuova città di Lang Fang, 70 Km fa Pechino, ha partorito quello che sembra lo sketch di una moderna capitale azteca, una città scientifica piena di osservatori, musei ed un centro civico a forma di piramide.

Il distretto di Pudong a Shanghai, descritto dalla rivista Wired come il "…luogo del boom di costruzioni più sfrenato e ambizioso dagli anni 90 ", è visto da alcuni come la parodia di una proto città, il cui punto di riferimento è l’Oriental Pearl Tower, un pinnacolo alto 300 metri simile ad un gigantesco razzo propulsore.

Alcuni specialisti cinesi hanno criticato la produzione estera per essere "volgare e priva di sostanza", nonché "poco funzionale". Del progetto di Koolhaas Wang Bing, del Beijing Institute of Architectural Design Reasearch (BIAD), dice che non trasmette altro se non uno shock visivo a chi lo osserva.

Peng Peigen, docente di architettura presso la rinomata Università Tsinghua di Pechino, è al contrario per nulla sorpreso dai nuovi sviluppi e afferma che il profilo di una città dovrebbe riflettere l’anima della nazione e, giacché ben poco rimane ormai della Pechino originale, l’aggiunta di un ennesimo palazzo ultramoderno ad un centro già modernizzato non sconvolge più di tanto . In una città che sta mettendocela tutta per restaurare le strutture storiche, i nuovi edifici dovrebbero coordinarsi per ricreare, più che per negare le antiche glorie.

Altro oggetto di discussione sono i costi. Il professor Peng fa notare come il PNL cinese sia pari all’8% del totale mondiale e solo un quarto di quello americano. Costruire un teatro nazionale a costi quadrupli di quelli del Lincol Centre (a quanto si dice, il budget dell’opera di Andreu è lievitato dagli originali 241 milioni di dollari a oltre 600) equivale a imporre ai cittadini cinesi un fardello 16 volte maggiore delle loro controparti americane.

Eppure gli stranieri non stanno ricavando cifre astronomiche dalle loro incursioni. Corruzione, disordine edilizio e l’ingerenza burocratica rendono lo sviluppo della proprietà un gioco rischioso e molti riconoscono di essere qua principalmente per potersi esprimere in piena libertà creativa.

E’ indubbiamente un’opportunità da non perdere!

L’attuale sistema politico dispone ancora di risorse enormi e per coloro con l’appoggio del governo ci sono pochissime restrizioni ed è prevedibile che, data la portata della migrazione interna (si ritiene che un terzo dell’intera popolazione si trasferirà in una casa entro la prossima decade), la Cina continuerà a costruire sfrenatamente negli anni a venire.

Il fatto che i cinesi abbiano perso appalti per grossi progetti non ha solo rivelato l’inferiorità dell’educazione architettonica, ma anche la situazione che gli architetti locali devono fronteggiare: la scienza architettonica nasce solo verso la fine degli anni ’20 del XIX secolo e mentre il resto del mondo viveva i sensazionali sviluppi di idee, design e tecnologia degli anni ’50, ’60 e ’70, la Cina era rinchiusa in se stessa. Anche dopo l’allentamento delle restrizioni degli anni ’90 tutti i grattacieli dovevano essere coperti dai tradizionali tetti in tegole.

Il nuovo sviluppo può comunque essere altrettanto malfatto. Esempio significativo è la processione di edifici moderni e pacchiani che adornano quella che dovrebbe essere il fiore all’occhiello di Pechino. Si chiama via Chang An, la via della Lunga Pace, ma molti ammettono che potrebbe tranquillamente essere ribattezzata via della Vergogna: al di la di qualche tentativo interessante, troppi palazzi puntano troppo sull’effetto scenico, mutilazioni grossolane e curve flessuose, tetti a pagoda che stridono con la struttura di vetro… file e file di esemplari del cattivo gusto con poco o nessun senso di finezza.

Ciononostante, da quando ‘nuovo’ è diventato sinonimo di ‘buono’ e ‘straniero’ di ‘pure meglio’, se da un lato rischia di cancellare l’architettura tradizionale, l’invasione straniera finirà con l’aiutare i cinesi ad assimilare nuove tecniche, contribuendo ad una fertilizzazione trasversale e, in definitiva, al germogliare di uno stile architettonico cinese contemporaneo.

Ciò che è certo è che in qualunque modo si guardi a questi nuovi edifici, essi serviranno da vigorosi testimoni del clima esplosivo, ambizioso e sfacciatamente creativo in cui le città cinesi vengono rifoggiate.

Olek Borelli

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