Da Berlino a Osaka, la prima volta del regista Puccioni in Giappone

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27 Novembre 2007

Pantaloni neri, camicia nera, ancora un po’ intontito dal fuso orario e dalla straordinaria accoglienza giapponese, Marco Simon Puccioni, classe ’56, ci racconta le sue sensazioni dopo la proiezione del suo film "Riparo – Anis tra di noi".

Paolo Soldano – Si aspettava un così grande successo?

Marco S. Puccioni – Ero curioso di capire come avrebbe reagito il pubblico, non conoscendo bene la società giapponese, soprattutto dal punto di vista della sessualità e dell’immigrazione. Spero che questa proiezione aiuti a trovare una distribuzione anche in Giappone.

P.S. – Come siete arrivati a Osaka?

M.P. – La prima mondiale del film è stata al festival di Berlino a febbraio di quest’anno, dopodichè ha partecipato a circa 50 festival in tutto il mondo. Immagino che il direttore del festival di Osaka lo abbia visto. Oppure il distributore internazionale lo ha fatto vedere.

Per me è la prima volta in Giappone. La cultura giapponese mi piace moltissimo, sono un fan dei film di genere. Mi piace anche il loro modo di coniugare la modernità e la tradizione. Hanno un livello di ricchezza e di tecnologia tipico occidentale però basi culturali e religiose diverse. Il modo di vivere certe cose è strano, almeno per me: sono simili ma nello stesso tempo completamente diversi. L’espressione contemporanea della cultura occidentale penso sia molto simile a quella tradizionale giapponese, e questo è un punto di contatto. Avendo già partecipato a tanti festival, avrei rifiutato l’invito, se non fosse stato in Giappone. È un Paese che da tempo volevo conoscere e visitare.

P.S. – Quali sono i temi del film?

M. P. – Il film si basa su conflitti: il confronto tra la libertà nelle due donne di vivere il loro amore, e la difficoltà, da parte del ragazzo, ad accettare questo rapporto.

. È un lavoro che si può guardare da diversi punti di vista: a livello personale è un film di relazioni, sull’amore all’interno della "famiglia alternativa" costituita dalla coppia di ragazze omosessuali; ma queste relazioni sono anche il prodotto di un quadro più grande: la globalizzazione, il dislivello di ricchezza tra i Paesi che genera flussi migratori, la ricerca della manodopera a basso costo, ecc. Poi ci sono altri temi, più culturali, legati all’omosessualità, ai diritti delle coppie di fatto e ai conflitti socio culturali che si creano. Immigrazione e omosessualità sono due temi molto discussi che spesso conducono a delle immagini stereotipate, molto sfruttate e "bidimensionali". L’idea era proprio quella di mettere insieme persone appartenenti a queste minoranze e vedere come interagivano, e farne un ritratto umano. Si sa che In Italia la presenza della chiesa impedisce la realizzazione di una legge sulle coppie omosessuali. L’Italia è uno dei pochi Paesi europei che ancora non ha una legislazione a riguardo. Comunque questo film racconta di tre persone particolari, non vuole e non può raccontare tutto quello che succede in Italia o in Europa rispetto a questi temi

P.S. – A proposito delle reazioni in sala, molti si sono focalizzati su alcuni dettagli sui quali probabilmente spettatori europei non si sarebbero soffermati. Secondo lei ciò deriva dalla distanza verso le tematiche principali?

M.P. – Di solito si lavora con in mente un pubblico che si conosce. Anche noi se vediamo un film asiatico veniamo colpiti per cose che probabilmente sono assolutamente normali, penso faccia parte del dialogo tra diversi. Sono codici differenti che si sovrappongono, e che ne influenzano la visione.

P.S. – Cosa ne pensa dell’Asia come canale distributivo per il cinema italiano?

Sarebbe molto importante svilupparlo e fondamentale per l’Italia riuscire a riportare in auge l’immagine della sua cultura cinematografica, come si faceva un tempo. I film, più che la televisione, riescono a dare un’immagine del Paese che lo esporta. Dare una visione più ricca e approfondita del nostro Paese migliorerebbe i rapporti e ci permetterebbe di farci conoscere meglio, al di là delle "cartoline". Sarebbe importante che con gli Istituti Italiani di Cultura, l’Ice, Film Italia si riuscisse a vincere anche la diffidenza che mi pare abbiano verso tante cose straniere.

L’Italia ha un grande problema riguardo alla struttura distributiva: ci sono poche società, il cinema d’autore ha pochi sbocchi. Ci sono pochi spazi e c’è una irrazionalità del sistema distributivo per quanto riguarda soprattutto le sale. Ci sono film che escono in 600 copie mentre ce ne sono altri che escono in sole 4 copie. C’è molto squilibrio.

P.S. – Quando il pubblico italiano potrà vedere il Suo film?

"Riparo" è uscito in Spagna a novembre e uscirà nel 2008 negli Stati Uniti.

In Italia riusciremo a farlo uscire a gennaio solo perché la società di produzione, insieme ad altri produttori, sta fondando una società di distribuzione che diventerà una sorta di consorzio di produttori di qualità. Si chiamerà "Password", giocando sul duplice significato di "accesso" ma anche di "passaparola": accesso a qualcosa di chiuso e passaparola perché spesso film di questo genere si basano quasi unicamente su questo.

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  • Casa di produzione del film ‘Riparo Anis tra di noi’ – http://www.intelfilm.it

da Osaka, il nostro corrispondente Paolo Soldano