Dal romanzo al film: i ricchissimi d’Asia parlano di sè

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Dal romanzo al film: i ricchissimi d’Asia parlano di sè

26 Ottobre 2007

Attraverso le storie di grandi fortune, Maria Pace Ottieri racconta la

realtà di paesi emergenti come India, Cina, Indonesia, Thailandia,

Turchia e Sudafrica. "Ricchi tra i poveri" è una sorta di inchiesta in

cui l’autrice racconta i miliardari del mondo povero, chi sono, come

vivono e in cosa si differenziano dai magnati dei paesi ricchi. Tra

gli intervistati: Vijay Mallya, proprietario della più grossa fabbrica

indiana di birra e alcolici, che vive come uno zar circondato di

modelle e star di Bollywood; Azim Premji padrone della Wipro di

Bangalore, la Silicon Valley indiana, considerato il Bill Gates

dell’India. In Thailandia è la volta del patriarca del gigante

agroalimentare Charoen Pokphand, l’unico miliardario al mondo ad

allevare polli nel cortile di casa, mentre a Chengdu, capitale del

Sechuan, in Cina, la giornalista intervista Liu Hanyuan, fondatore

della Tongwey, il più grande produttore di mangimi animali della

paese. Un’inchiesta avvincente in sull’altra metà del mondo, tra chi

pensa che l’unico modo di affrontare il futuro sia giocare d’anticipo.

Monica Piccini: Lei si sente ricca o povera?

M.Pace Ottieni: Certamente più ricca che povera. Però, certo, non per merito mio, perché con i lavori che faccio si guadagna pochissimo, dalle traduzioni al giornalismo free lance, fino ai libri che non sono certo dei best sellers. Appartengo a una famiglia (pronipote di Valentino Bompiani, ndr) che ha cominciato a distribuire libri 50 anni fa e il gruppo aziendale, le Messaggerie Italiane, ha una certa solidità finanziaria. Penso che la mia vera ricchezza sia poter fare quello che mi piace, scrivere.

M.P.: Che cos’è la ricchezza oggi per lei in Occidente?

M.P.O.: Premettendo che non sono un’economista, penso sia la finanza, l’accumulo per l’accumulo.

M.P.: E invece in Oriente che cosa rappresenta?

M.P.O.: In Oriente la ricchezza si sta molto avvicinando al significato occidentale, anche se là è ancora qualcosa legato agli individui più che a qualcosa di impersonale come le multinazionali. Faccio un’esempio, se in India compri un’auto Tata sai a chi vanno i tuoi soldi. Da noi è tutto più mediato.

M.P.: Come e dove ha individuato i suoi Paperon de’ Paperoni?

M.P.O.: Cercavo persone le cui ricchezze fossero frutto dell’ingegno, anziché di speculazioni selvagge. La maggior parte delle storie del libro sono indiane perché in India si possono incontrare sia fortune consolidate nel tempo sia ricchezze improvvise. La ricerca ha impiegato molto tempo, ho chiesto aiuto alle ambasciate italiane e in alcuni casi ai colleghi corrispondenti, presenti in loco.

M.P.: Come ha selezionato la storia made in Cina?

M.P.O.: Ho volutamente escluso chi ha fatto fortuna in campo immobiliare, perché in questi anni è fin troppo prevedibile. Una delle storie raccolte racconta di Liu Hanyuan, un contadino che, a 18 anni, con una somma iniziale equivalente a 5mila euro, comincia ad allevare pesci d’acqua dolce. Il solo tipo di pesce che mangiano i cinesi e che ha prezzi proibitivi: tredici volte più del maiale, che pure non è economico. Partito dal fiumiciattolo sotto casa dove, insieme al cugino, costruiva reti da pesca artigianale, oggi a 43 anni, è uno dei più ricchi di tutto il paese. La sua è la storia emblematica di come, in appena 20 anni, si è potuto scalare la piramide sociale, da contadini a miliardari.

M.P.: Chi sono invece i Re Mida del resto del sudest asiatico?

M.P.O.: In Thailandia, Vietnam e Malesia sono sempre loro, i cinesi d’oltremare. Dopo la proclamazione della Repubblica Popolare cinese del 1949 sono emigrati nel resto dell’Asia, diventando l’elite finanziaria di questi paesi. Solo di recente cominciano a vedersi miliardari locali.

M.P.: Per le interviste ha chiesto a questi magnati di poter passare una giornata in loro compagnia. Hanno accettato?

M.P.O.: No, mi hanno rilasciato delle interviste molto formali alla presenza di una segretaria e talvolta di un traduttore, quando in due casi hanno finto di non sapere l’inglese. Interviste di un’ora o poco più.

M.P.: Ai ricchi piace raccontarsi?

M.P.O.: Gli piace raccontarsi in modo codificato, non certo lasciarsi andare a confidenze sul loro conto. Parlano come parlerebbe un industriale italiano d’altri tempi. Sarebbe anche ingenuo da parte mia pretenderlo. Per questo avevo pensato di seguirli per almeno 12 ore , per annotare dettagli aldilà delle parole. Ma non è stato possibile. Quello che si è aperto un po’ di più è stato Vijay Mallya, il proprietario playboy della United Breweries di Mumbay: una personalità prorompente che è spesso sui giornali. Solo due o tre mi hanno accolto in casa. Il presidente della Godrej Group, uno dei più grandi gruppi industriali indiani, mi ha ricevuto in ufficio per poi accompagnarmi, terminata l’intervista, a vedere casa sua.

M.P.: Com’era la casa di Adi Godrej?

M.P.O.: Era su una collina di Mumbay, circondata da altre ville di ricchi come lui, che oltre a essere miliardario fa anche parte di una comunità molto elitaria in India, quella dei Parsi. L’interno sembrava un museo, con pezzi d’antiquariato e oggetti di design moderno. Ci sarebbe stato bisogno di una guida per capirne il valore.

M.P.: Che differenza c’è tra gli imprenditori da lei intervistati e quelli occidentali?

M.P.O.: Quelli orientali sono globalizzati da sempre, sanno due o tre lingue, hanno le famiglie sparse per il mondo, mandano i figli a studiare nelle migliori università straniere. Dipende dal fatto che molti di questi paesi sono stati colonie di grandi imperi occidentali.

M.P.: Il più antipatico tra i tycoon incontrati?

M.P.O.: Il proprietario della più grande fabbrica di sigarette di chiodi di garofano dell’Indonesia, Surya Paloh, che ho incontrato in Francia. Per fortuna, perché dopo 20 minuti mi ha mollato in albergo al suo segretario dicendo: "parli con lui che è come se rispondessi io".

M.P.: E le donne, nel libro ci sono due storie di donne?

M.P.O.: Sì una è indiana e l’altra turca musulmana. Guler Sabanci è la prima donna turca eletta amministratore delegato di una holding di famiglia che conta 50 società: da una piccola piantagione di cotone contano adesso molte differneti produzioni, tra cui le sigarette che fumo io, le Lark.

M.P.: Donne e miliardarie. Sono guardate doppiamente con sospetto da chi è meno fortunato di loro?

M.P.O.: No, questi sono paesi in cui chi è ricco è guardato come una sorta di eroe. Nel caso di questa signora turca poi la sua nomina è diventata il simbolo di molte associazioni femminili.

M.P.: Lei può dirlo, esiste l’altra faccia del successo?

M.P.O.: A parte pochi che sembra godersela, a contatto con questi pochi fortunati ho avuto come l’impressione che non riuscissero più a scendere da questa specie di razzo che si sono costruiti con le loro stesse mani e con cui continuano ad accumulare soldi su soldi. Molti di loro sono mossi da una mania ossessiva, dove oltre al lavoro non gli rimane molto altro, perché l’ebbrezza di moltiplicare i soldi è più adrenalinica di tutto il resto.

Monica Piccini