Darryl Knickrehm e Alessandro Pacciani: le due voci del Kansai International Film Festival

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31 Agosto 2007

OSAKA – "Il Giappone visto e reinterpretato dagli Occidentali": questo il tema del primo Kansai International Film Festival, tre giorni di proiezioni di lavori diretti da registi di tutto il mondo, tra cui un giovane autore italiano, Alessandro Pacciani. Una prima edizione che ha raccolto un grande successo, toccando aspetti dark e cyberpunk, documentaristici e "culture clash".

Si è chiuso ieri il primo Kansai International Film Festival, e c’è molta soddisfazione dietro al sorriso del californiano Darryl Knickrehm, ideatore del festival e regista, che è riuscito a mettere in piedi un’iniziativa culturale importante per il Kansai e in particolare per Osaka. Corriere Asia lo ha intervistato, insieme ad Alessandro Pacciani, unico italiano presente al festival.

CA: Com’è nato il progetto?

D.K: L’idea è nata dal documentario che ho prodotto sul Kansai Time Out [mensile in inglese nato nel 1977, edito nella regione del Kansai], dal titolo Deadline, dove faccio raccontare dai redattori e ideatori del giornale la loro storia e le loro difficoltà. All’inizio volevamo semplicemente organizzare una proiezione dei miei lavori, poi è nato il Festival e siamo riusciti a coinvolgere registi di tanti paesi diversi.

CA: Perché hai scelto il Kansai, e più in generale, il Giappone?

D.K.: Non mi piacciono le zone affollate, odio avere troppa gente intorno a me, dunque ho deciso di vivere a Kobe. Vorrei comunque mostrare le cose interessanti del Giappone, perché in generale per l’Occidente, il Giappone è sempre stato un paese affascinante e intrigante. Per il Giappone, viceversa, l’Occidente è diventato un eccitante contenitore da dove poter pescare idee da incorporare alla sua cultura.

Fare cinema è sempre stata una forma d’arte che unisce e mischia idee e stili di tutto il mondo. Spero che attraverso il KIFF le persone abbiano potuto imparare dagli altri e dagli altri paesi. Non importa la lingua, non importa la cultura, quelli a cui piacciono i film possono capire e apprezzare la stessa forma d’arte. Spero che questo festival, nel suo piccolo, sia riuscito a creare un ponte e colmare il gap tra est e ovest.

CA: Dopo la tre giorni di proiezioni, qual è il bilancio?

D.K.: Sinceramente, sono venute molte più persone di quanto ci aspettassimo, dunque posso dire senza problemi che il bilancio è molto positivo. Il festival ha riscosso un grande successo e vorremmo che la seconda edizione fosse ancora meglio, più grande e con ancora più film da tutto il mondo: un grande evento internazionale, insomma.

E alla seconda edizione tenterà di partecipare anche Alessandro Pacciani, film maker e video artista, da due anni residente a Vancouver per lavoro.

C.A.: Alessandro, come hai fatto a partecipare al festival?

A.P.: Sono stati loro a cercarmi: mi e’ arrivata una e-mail con un invito, e io ho non ho fatto altro che accettare. Questa comunque è la terza volta che i miei lavori vengono esposti in Giappone, e anche la terza che partecipano a iniziative cinematografiche a Osaka. Prima del KIFF, ho partecipato a due tour mondiali piuttosto grossi: il Resfest e Onedotzero, festival di cinema digitale con un occhio particolare a tutto quello che viene realizzato con tecniche di ultima generazione. Sono festival in cui non si vince nulla, anche se in realtà considero già un premio l’esporre i tuoi lavori in più di 200 paesi.

C.A.: Quali opere hai presentato qui?

A.P.: Bv-01, un corto cyberpunk su un robot che va in giro prima a Firenze e poi per le strade di Tokyo, Kyoto, Osaka, compiendo azioni indipendenti, pienamente integrato nella società del prossimo futuro. E poi Jinniku no umarekawari, che significa "la rinascita della carne umana". Se il primo corto trattava di macchine, il secondo tratta appunto di carne, e’ una specie di viaggio attraverso anima e carne, sottolineando il fatto che sono due cose separate. Anche questo è ambientato in Giappone, a Ginza (Tokyo)

C.A.: Come hai legato la tua passione per il cinema a quella per il Giappone?

A.P.: Mi interesso di cinema da quando avevo 4 anni, e ho sempre avuto la passione per il cyberpunk e la robotica industriale, e in questo senso il Giappone è stato sempre un faro per me. Ho cominciato a interessarmi del Giappone circa dal 1996, dopo il primo Ghost in the shell, un anime, cioè un cartone animato giapponese. Da allora sono venuto qui 7 volte, rimanendoci dai 2 ai 7 mesi. Non ne voglio parlare troppo, posso solo dire che adesso ho il piacere di lavorare a un progetto con Dai Sato. Vedremo cosa ne verrà fuori.

C.A.: Cosa ne pensi del Giappone?

A.P.: Per quanto riguarda le cose buone, i giapponesi restano la mia popolazione preferita: sono persone estremamente rispettose e intelligenti, ingranaggi indispensabili per la società giapponese. Una società che secondo me sfiora quasi la perfezione.Tutto funziona: trasporti, servizi, hitech.

Per quanto riguarda le cose negative, potrei parlare a lungo del sistema scolastico giapponese (mi e’ sempre passata per la testa l’idea di realizzare un progetto basato su questo) oppure del lato umano, delle persone che si suicidano. L’unica prerogativa per molti e’ il lavoro. In un certo senso provo un senso di ammirazione per certe cose,ma da occidentale non posso sentirle come cose mie. Penso che l’orgoglio sia uno degli aspetti principali che caratterizza questa popolazione: se non riesci a raggiungere i tuoi obiettivi, metti un "punto" alla tua vita da solo. Non per disperazione, ma per orgoglio. Ciò significa che sentono realmente e danno valore a tutto quello che fanno.

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Paolo Soldano