Design, gli ostacoli allo sviluppo del settore. Vincenzo Giubba: “In Italia c’e’ bisogno di un terremoto che rimuova la teste ingessate”

17 Dicembre 2007

BANGKOK

Corriere Asia: "Quali difficolta’ l’Accademia deve superare per accogliere gli studenti internazionali in Italia’?"

Vincenzo Giubba: "Le leggi Italiane sull’immigrazione che tutti conosciamo facilitano l’accesso in Italia a chi non ne ha diritto e rendono l’iter burocratico per l’ottenimento del permesso di soggiorno a chi legittimamente ne ha necessita’ troppo complesso: chi vuole entrare in Italia per frequentare una scuola privata come la nostra pagandone i servizi e finanziandosi gli studi non ci riesce e alle fine si rivolge a scuole ed istituti di altri Paesi Europei. E’ un percorso tutto in salita che negli ultimi anni riguarda i Paesi a "rischio immigrazione" come la Cina, ma non solo".

Corriere Asia: "Che riconoscimento e valore ha la Laurea che l’Accademia Italiana rilascia al termine del percorso di studi?"

Vincenzo Giubba: "Noi siamo una scuola privata Italiana che per poter dare ai nostri studenti sia all’estero sia in Italia un certificato di laurea riconosciuto in 40 Paesi Europei e’ costretta a rilasciare una Laurea Inglese dell’Universita’ di Wales, Universita’ del Galles, la seconda della Gran Bretagna, prestigiosa e statale con oltre 130,000 studenti, perche’ le leggi Italiane di un Paese comunista come il nostro non danno la possibilita’ ad una nuova Universita’ privata di rilasciare una laurea Italiana, salvo intraprendere un percorso burocratico lungo oltre 20 anni come e’ stato per la Bocconi. Uno studente Thailandese che frequenta a Bangkok una scuola Italiana come l’Accademia di Design al termine ricevera’ una Laurea dell’Universita’ di Wales oltre che un Diploma Thailandese. Le cooperazioni accademiche e i percorsi di studi delll’Accademia Italiana di Design nei vari Paesi sono "taylor made" a seconda delle legislazione locale, del know how, delle scuole precedenti che preparano gli studenti, della realta’ industriale: a Skopje in Macedonia, per esempio, noi rilasciamo una Laurea macedone".

Corriere Asia: "Che tipo di collaborazioni avete avviato con il gigante Cinese?"

Vincenzo Giubba: "L’Accademia ha attivato da tempo un contratto di collaborazione con il BICT — Bejiing Institute of Clothing Technology – la piu’ famosa realta’ cinese specializzata nel settore tessile — coinvolgendo anche l’Ambasciata Italiana a Pechino, ma al di la dei sorrisi e delle strette di mano di circostanza con il Presidente dell’Istituto cinese, quando si e’ trattato di fare il salto di qualita’ e portare i cinesi in Italia abbiamo incontrato solo ostacoli legali e problemi di ogni sorta. In aggiunta a cio’ la Cina ha una serie di barriere interne verso l’emigrazione che ci hanno fermato gli studenti che volevano avere un percorso serio di crescita con noi in Italia". Il rapporto di collaborazione con l’Istituto Cinese" — prosegue l’Architetto Giubba — "e’ sempre attivo ma in Cina l’educazione come l’informazione sono settori ancora protetti per cui aprire un Istituto e’ difficile, ma noi non ci scoraggiamo: poche settimane fa ero a Shanghai per l’inaugurazione della fashion week insieme al mio amico Oliviero Toscani che condivide il nostro progetto e sono sicuro che apriremo anche in Cina, il Paese e’ nel mirino".

Corriere Asia: "Quali risultati in termini di creativita’ vi aspettate di raggiungere in Thailandia e che non potete ottenere invece in Italia?"

Vincenzo Giubba — "La Thailandia — a differenza dell’Italia — e’ un Paese in cui puo’ nascere ancora qualcosa perche’ ha importanti spazi ancora aperti, e’ un terreno vergine. In Italia, invece, la situazione e’ bloccata, i grandi (e vecchi) nomi occupano tutti gli spazi al contrario per esempio di altre nazioni Europee nostre concorrenti come Francia ed Inghilterra dove ancora oggi ci sono molte possibilita’ di crescita. C’e’ anche molta ipocrisia: i grandi nomi si fanno fare le borse dai cinesi a Campi Bisenzio nelle stesse fabbriche in cui vengono confezionati i prodotti cinesi. I direttori di giornali che fanno consulenze milionarie per le firme piu’ note sono gli stessi che poi scrivono ovviamente bene di loro".

Corriere Asia: "Direttore, come si sta evolvendo il connubio qualita’ e Made in Italy in Asia?"

Vincenzo Giubba: "La nostra missione e’ quella di creare giovani designer, non giovani designer italiani o thailandesi. La creativita’ tecnica non e’ made in Italy. Se in passato il Made in Italy garantiva la qualita’ del prodotto il consumatore comprava perche’ si sentiva garantito dal prodotto fatto in Italia. Ora non e’ piu’ sufficiente perche’ oggi la qualita’ e’ del marchio, quindi e’ un made in Gucci o Armani, confezionato ovunque nel mondo. Non e’ piu’ l’Italia ma il nome, il marchio che garantiscono la qualita’ del prodotto. Vede qui in Thailandia e all’estero in giro per il mondo, il compratore medio ignora se Gucci e Burberry siano Italiani o Inglesi, ma compra Gucci e Burberry perche’ sono firme note e prestigiosa che danno garanzia di appartenenza ad un certo ceto sociale". "La qualita’ dei ristoranti Italiani a Bangkok per esempio," — prosegue l’Architetto Giubba" – e’ ottima e l’immagine che la cucina Italiana si e’ creata e’ di un mangiare di qualita’ e di tendenza. Ma anche in questo settore ci siamo stati fatti fregare: io a Bangkok se voglio bere un espresso fatto bene vado da Starbucks; la gente qui pensa che il cappuccino sia americano perche’ noi non siamo stati capaci di vendere il cappuccino e l’espresso adattati ai gusti dei Paesi e ancora ridiamo se gli americani ordinano un cappucino a fine cena…. se ce lo pagano vendiamoglielo, no? Per la pizza vale la stessa cosa qui in Asia si pensa che sia americana a causa di Pizza Hut. Abbiamo una mentalita’ mediocre, manca una spinta positiva, nel fare le cose anche piu’ semplici tutto e’ difficile".

Corriere Asia: "Quali sono le prospettive future del sistema Moda e design in Italia?"

Vincenzo Giubba: "In Italia non c’e’ il minimo sostegno politico allo sviluppo del settore Moda e Fashion e siamo ancora preoccupati che i cinesi ci portino via il Made in Italy invece di organizzarci per invitarli in Italia per riprenderci il perso facendoli spendere. Su 40,000 cinesi che ogni anno vengono in Europoa, 30,000 vanno in Inghilterra, 10,000 sono divisi tra Germania e Francia e in Italia ne arrivano solo qualche centinaio. I cinesi sarebbero disponibili a venire a studiare, noi lo sappiamo. La stessa cosa succede anche con i Giapponesi ed i Koreani che di fronte alle difficolta’ burocratiche Italiane sono scoraggiati per cui alla fine si sentono rifiutati e cambiano destinazione. In Italia non c’e’ libero mercato e’ una Paese statalista con mentalita’ chiusa c’e bisogno di un terremoto che scuota e rimuova le teste ingessate. Il Made in Italy non e’ piu’ difendibile adoperiamo la nostra creativita’ ed insegnamola facendoci pagare, tutto deve funzionare ancora come una volta, perche’ non facciamo qualche cosa di nuovo e cambiamo le direttive? In Australia i cinesi se comprano una ingente quantita’ di fiche per giocare al casino’ gli viene rilasciato immediatamente il visto per entrare nel Paese…perche’ non possiamo fare la stessa cosa anche in Italia? Noi viviamo ancora sull’eredita’ del periodo in cui c’era voglia di costruire, in cui abbiamo creato e ci siamo fatti conoscere e apprezzare in giro per il mondo ma da anni tutto e’ stato blindato, viviamo ciricondati da muri e gli sforzi che dobbiamo fare per superare queste barriere ci sottraggono energia vitale per la creazione di cose nuove. Se vogliamo fare qualche cosa per il nostro Paese dobbiamo distruggere tutti questi muri".

da Bangkok, Luca Vianelli