Domande ben pensate per D’Alema accolto a Shanghai

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14 Novembre 2006

SHANGHAI: La comunità d’affari italiana di Shanghai attendeva l’intervento di Massimo D’Alema come un lavoratore espatriato attende indicazioni e apprezzamenti da casa.

La ricchezza dei contenuti dell’incontro, tenutosi ieri nell’hotel Le Meridien, è stata in gran parte dovuta proprio alla partecipazione attiva dei numerosi presenti – molti dei quali piccoli imprenditori – che hanno rivolto al vice Presidente del Consiglio domande e critiche precise e ben pensate:

"Per la prima volta il piano quinquennale cinese ha previsto una selezione degli investimenti stranieri, soprattutto nei settori che riguardano il made in Italy. Le nostre aziende ne risentiranno?"

"Lo Stato italiano non supporta le piccole imprese che vogliono investire."

"Il nostro paese ha acquistato per la Expo 2010 di Shanghai — preziosa vetrina internazionale che prevede di accogliere 70 milioni di visitatori – soltanto 3.000 mq di superficie espositiva."

"Il governo italiano ha mai pensato di creare un marchio per certificare l’origine italiana del prodotto? In Cina ci sono troppi "finti italiani", che fanno successo sfruttando nomi impropri."

"Il governo italiano ha disegnato un progetto concreto per la Expo oppure le aziende si ritroveranno ad agire, come è tipico del nostro paese, per conto proprio?"

Da domande concrete, gli imprenditori italiani di Shanghai non si aspettavano forse risposte altrettanto concrete — cosa che raramente avviene in queste circostanze. Ma l’intenzione di essere apprezzati è stata raggiunta.

D’Alema ha riconosciuto che se la finanziaria non lascia grande spazio agli investimenti esteri, è dovuto alla situazione politica economica italiana e non certo alla poca buona volontà dei nostri imprenditori.

Ha promesso però che, grazie all’emendamento, l’Italia acquisterà qualche migliaio di metri quadrati in più per la Expo di Shanghai. Un apposito commissario si occuperà dell’organizzazione sinergica delle aziende.

Anche le imprese più piccole, ha chiarito, possono trovare spazio in Cina, soprattutto nelle aree meno industrializzate sono i sistemi familiari funzionare meglio delle grandi aziende. Bisogna però sapersi organizzare, associandosi e sfruttando le nuove opportunità di investimento, come il neonato Fondo Mandarin.

D’Alema ha individuato nella logistica uno dei settori chiave dei rapporti commerciali fra Italia e Cina perché, "visto che arriveranno sempre più prodotti cinesi, almeno facciamoli giungere nei nostri porti". L’Italia ha aperto il dialogo con i leader cinesi e COSCO — gigante del trasporto marittimo – ha già investito 220 milioni di euro nel porto di Napoli.

"Se pensavamo di sopravvivere solo con la forza delle esportazioni, la globalizzazione ci ha spiazzato, dobbiamo ammodernare le forme di internazionalizzazione della nostra economia", ha affermato il vice primo ministro. E’ vecchia l’idea di conquistare il mercato con i prodotti, perché solo chi si integrerà sarà vincente.

D’Alema ha così raccontato al pubblico di avere letto un’analisi che afferma che lo sviluppo di Cina e India provocherà la sconfitta dei paesi manufattori e la crescita di quelli che producono servizi e tecnologie. "L’Italia deve appartenere alla seconda specie, e questo non dipende dai cinesi, ma solo da noi". Qual è il ruolo del governo? "I governi non fanno affari – ha detto – ma creano un terreno favorevole agli investimenti, dopo di che l’iniziativa è rimandata alle imprese".

La ricca partecipazione di ieri sera ha provato che le imprese italiane stanno facendo la propria parte. Ora non resta che attendere – con impazienza – di cogliere le opportunità promesse dal nuovo governo.

Marzia De Giuli