Dubbi su Università e il futuro della ricerca sul campo in Asia: è fallimento per il sistema universitario italiano?

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2 Gennaio 2008

VENEZIA: L’Università italiana e il futuro della ricerca sul campo in Asia. Il parere di Stefano Beggiora.

Dottore in ricerca e cultore della materia all’Universtià Cà Foscari di Venezia, esperto di sciamanismo e di tradizioni tribali indiane, nonché scrittore, documentarista e conferenziere. Stefano Beggiora parla di ricerca in India, passando da giungle "infestate di serpenti e scorpioni" alle alture dell’Himalaya, e arrivando agli intricati meccanismi del sistema universitario tricolore. Ecco la sua ricetta del pandoro italiano.

Cresce di giorno in giorno il numero delle imprese italiane in corsa per accaparrarsi il mercato indiano. Un fenomeno economico che nasconde milioni di nuovi potenziali acquirenti, pronti a consumare i prodotti italiani sempre più richiesti nei shopping center di Mumbai, New Delhi e Bangalore. Così almeno promettono numeri e proiezioni divenuti il nuovo faro delle imprese italiane e mondiali, mai come ora lanciate alla conquista dell’Asia. Tuttavia, sebbene molti investitori arrivino in India con business plan dettagliati e fiducia incrollabile, nessuno o pochi hanno una vaga idea del sistema socio-culturale che si accingono ad ‘aggredire’. Una realtà complessa, riuscita in pochi anni a passare da un ambito tribale (e in gran parte è rimasta tale) al benessere borghese e della classe media, portando con se retaggi di tradizioni arcaiche, le quali senza dubbio avranno il loro peso, anche in termini di risposta del mercato. Questo disinteresse, più o meno colposo, delle imprese tricolore in India, fa il paio con la chiusura ormai incolmabile delle nostre istituzioni verso la ricerca universitaria, soprattutto in ambito ‘umanistico’. Di questo ed altro abbiamo parlato con Stefano Beggiora, dottore in ricerca e cultore della materia all’Universtià Cà Foscari di Venezia, esperto di sciamanismo e di tradizioni tribali indiane, nonché scrittore, documentarista e conferenziere.

Emanuele Confortin: dottor Stefano Beggiora lei è uno dei più attivi ricercatori italiani in India e Asia Centrale. Ci spiega di cosa si occupa e da quanto tempo lo fa?

Dottor Stefano Beggiora: mi occupo di culture tribali del Subcontinente indiano. Lavoro per ricostruirne la storia laddove possibile, documentandone gli usi e i costumi, ma soprattutto le tradizioni religiose, i miti, le leggende, la concezione stessa di universo, e il rapporto che lega l’uomo alla natura circostante. L’India è un territorio eccezionale in questo senso, ha la vastità di un continente e una varietà multiculturale ed etnica veramente poliedrica. In un epoca in cui, in relazione a giganti asiatici quali l’India si sente spesso parlare di contrasto fra tradizione e modernità, laddove per modernità si intendano processi di globalizzazione e per tradizione i sistemi filosofico-religiosi dell’India classica, è incredibile che possa trovare ancora spazio pure il piccolissimo ingranaggio socioculturale della realtà tribale. Eppure proprio in India esistono, nonostante i grandi cambiamenti di oggi, delle tribù che fino a pochi anni fa sopravvivevano in condizioni di isolamento in uno stato di profonda arretratezza o addirittura primitivo. E’ in questo panorama che è possibile ancor oggi documentare pratiche di tipo sciamanico, ritualismo magico, fenomeni di possessione ed esorcismi.

E.C.:Quali sono le aree geografiche in cui ha svolto le sue ricerche?

D.S.B.: Ho lavorato molto in India, soprattutto in Orissa, una regione affascinante che si affaccia sul Golfo del Bengala e dove buona parte della popolazione è di origine tribale. Ma ho avuto anche esperienze di lavoro in Uttar Pradesh, in Tamil Nadu, in Himachal Pradesh e in Bihar, sia individualmente sia in missioni ufficiali per conto di istituzioni universitarie o ministeri. Per due anni ho avuto modo di fare ricerca in Assam e Arunachal Pradesh, un territorio selvaggio, ricoperto di giungle che si estendono dalle propaggini himalayane fino alla Birmania, degradando verso la piana del fiume Brahamaputra. Al di fuori dell’India ho lavorato in Mongolia, dove svolsi una missione di ricerca per il Ministero degli Affari Esteri nel 2000-2001. Sono tornato dall’ultimo viaggio di documentazione a Mumbai la settimana scorsa. Complessivamente mi sposto per l’Asia dal 1997.

E.C.: Se non sbaglio lei è ricercatore per l’università Cà Foscari di Venezia. Di cosa si occupa in ambito accademico?

D.S.B.: Non ricercatore, ahimè, ma dottore di ricerca e cultore della materia. Ho conseguito il Dottorato a Ca’ Foscari di Venezia nel 2006, comunque da una decina d’anni faccio gavetta all’università. Ho tenuto seminari, conferenze, organizzato e partecipato a convegni, tenuto lezioni sempre a Ca’ Foscari e presso altre università italiane in dipartimenti e facoltà di Antropologia, Sociologia, Storia e Filosofia, Lingue Orientali. Ho scritto articoli e saggi per riviste scientifiche specializzate. Alcune interessanti proposte di collaborazione sono venute da Roma, da Architettura e Medicina-Psichiatria (la Sapienza), per cui curo assieme a dei medici un’area tematica di una rivista telematica. Sono anche autore di alcuni documentari sull’India, usati per finalità didattiche. Infine, seguo i laureandi che si occupano delle mie materie, presentandoli alla commissione finale. Purtroppo, di fatto, per quanto di importanza accademica storica, il ramo orientale della nostra facoltà consta di due piccoli dipartimenti. I posti e i finanziamenti sono pochissimi se non pari a zero, pertanto anche se momentaneamente sono assunto a progetto, rimango cultore della materia. Che, tanto per restare in tema e parafrasare un recente articolo di Repubblica, sarebbe lo sherpa dell’università.

E.C.: Non è un segreto che in Italia i ricercatori se la passino male, soprattutto se giovani, anche in settori cui si tende a dare maggiore importanza come la ricerca medica. Secondo lei, oltre la questione della mancanza di fondi c’è dell’altro? Magari un disinteresse crescente per discipline ‘umanistiche’?

D.S.B.: A mio avviso l’Italia sta andando letteralmente a rotoli in molti campi. Certo, l’università ha in tale contesto una posizione d’avanguardia. Ed è sintomatico, infatti, se si pensa che il livello di civiltà di un paese si dovrebbe calcolare anche su quanto si investe nella ricerca scientifica, sull’interesse e l’attenzione che le nuove generazioni siano preparate, acculturate e competitive rispetto agli altri stati. Questo genera progresso, sviluppo, cultura. Purtroppo pare che il presente governo, come i precedenti del resto, consideri tali categorie ‘sacrificabili’. In questi anni abbiamo assistito ad ogni tipo di scempio: dalla precarizzazione dei ricercatori e dei docenti, ai veri e propri tagli dei fondi destinati, al blocco dei concorsi, e così via. Mentre mi trovavo in India il mese scorso, ci è giunta notizia che un emendamento circa il possibile aumento della borsa per i dottori di ricerca sia passato al senato per un pelo grazie ai voti di AN e di un paio di Rifondazione, mentre la maggioranza votava contro. E la ricerca scientifica era uno dei punti propagandati dal presente governo prima delle elezioni! Se penso a molti dei miei colleghi più o meno giovani che riescono ad andare avanti senza alcuna borsa, senza stipendio, senza niente. Sono loro la ricchezza del nostro paese. Siamo ormai al paradosso, un ricercatore riceve lo stesso stipendio di un parcheggiatore, e un professore a contratto circa due o tremila euro in un anno. Eppure sono in molti ad accettare questa situazione, sicuramente per passione e amore della propria specializzazione, ma comunque con la prospettiva di andarsene all’estero.

E.C.: Vedo che ha le idee chiare sul ‘fenomeno’ delle fughe dei cervelli all’estero. Nel suo ambito di ricerca, che vantaggi ci sono oltre confine?

D.S.B.: Negli altri paesi c’è una sensibilità profonda alle competenze che i giovani riescono ad acquisire, e ciò non accade solo nelle grandi capitali europee. Per fare un esempio, ho lavorato con dei ragazzi pakistani che facevano ricerca qui in Italia senza borsa studio (senza fondi italiani ndr). L’istruzione in un paese come il Pakistan è quella che è, e le specializzazioni, a parte qualche eccezione, sono di basso livello. Senza contare guerre, tensioni politiche e catastrofi naturali di questi ultimi anni. Eppure il governo, che ha poco da offrire attraverso le istituzioni, investe comunque nella ricerca dei giovani. Mentre gli italiani dovevano lavare piatti per sopravvivere, i pakistani ricevevano fondi per l’affitto della casa dal loro governo. Adesso gli stessi italiani continuano a lavare i piatti, mentre i pakistani hanno impieghi prestigiosi e compiti dirigenziali.

Quelli come i miei colleghi che siano riusciti a iscriversi in un paese europeo, ricevono sussidi adeguati, vantaggiosi rispetto al costo della vita in generale. Questo significa investire nella ricerca! E nel frattempo l’Italia va in rovina proprio mentre padre Dante cade in dimenticatoio, e ancora si ha il coraggio di guardare all’oriente come al terzo mondo. A questo punto, non giriamoci molto attorno, chi raggiunge un buon livello ed ha la possibilità di andare all’estero se ne va e, nella maggior parte dei casi, trova soddisfazione. Chi non può farlo per qualche motivo, si adatta a tirare avanti. Non esistono a mio parere lavori che, generalizzando, gli italiani non vogliono più fare. Fra i miei studenti ho seguito ragazzi che hanno fatto enormi sacrifici per giungere alla laurea, accettando di fare qualsivoglia tipo di lavoro. Io stesso quando ero studente facevo il trasportatore, il panificatore, il tecnico del suono, il muratore, l’imbianchino e quant’altro. Attività che anche adesso in caso di necessità sono costretto a tornare a fare. Relativamente all’università è ovvio che esista la fuga dei cervelli.

E.C.: Ultime battute rivolte a chi si sta laureando o ai neolaureati interessati a lavorare nel campo della ricerca. Ha consigli o strategie per loro?

D.S.B.: È assodato che l’università si basa su un sistema clientelare. Tuttavia, mentre nelle materie scientifiche c’è una dimensione dinamica, per lo meno di team working, nelle umanistiche si respira l’atmosfera di una gerarchia statica, feudale, fatta di vassallaggi e sotto-sudditanze. Mentre in Europa è più frequente che il lavoro dei nostri ragazzi sia riconosciuto come di ottimo livello, e l’iscrizione anche a corsi superiori delle università più celebri è sicuramente meno onerosa rispetto alle nostre, che offrono poche opportunità di lavoro e soddisfazione in generale. Personalmente, consiglio ai nostri giovani che vogliano lavorare nel campo della ricerca di andarsene al più presto. Se vogliono restare, sappiano che dovranno fare i conti con quanto di più avariato ci si possa aspettare da una istituzione intellettualmente e generazionalmente ormai alla deriva. Ovviamente e fortunatamente in tale contesto ci sono studiosi e colleghi integerrimi, di ottimo livello, che non possono fare altro che ritagliarsi uno spazio e fare buon viso a cattivo gioco, nella prospettiva di riuscire un giorno a creare almeno per qualche settore una controtendenza. Non si dimentichi poi che in Italia si investe se c’è la prospettiva di un ritorno. Pertanto si offrono opportunità ai giovani solo nel caso in cui essi stessi o il loro lavoro sia rivendibile. Intendo dire che purtroppo in genere non sono mai le competenze scientifiche acquisite, l’originalità di una ricerca o l’eccellenza di uno specifico lavoro a fare la differenza, questo si da, spesso, per scontato. Vale invece il fatto che la ricerca possa avere mercato presso altre università o istituzioni disposte a investire, o in mancanza di questo, è importante che il singolo ricercatore abbia contatti utili, sappia come stilare progetti di ricerca internazionali che possano essere finanziati, o infine che sia in grado di svolgere, gratuitamente s’intende, parte del lavoro per il suo dipartimento. È quindi implicito che il candidato abbia come prima referenza, la capacità di portare fondi al proprio dipartimento d’appartenenza o per lo meno di farne risparmiare. E’ questo uno dei punti a cui, a mio avviso, i giovani ricercatori dovrebbero mirare, oltre a presentare progetti per quanto possibile affascinanti e scientificamente innovativi.

E.C.: Cosa vede nel futuro della ricerca italiana in Asia?

D.S.B.: Non può esserci futuro se non si costruisce un presente. Mi spiego meglio: per fare un esempio la Francia e l’Inghilterra hanno una tradizione di studi orientali, l’Italia no. Non che nel nostro paese non vi siano state personalità di spicco in tale ambito, ma non c’è una tradizione di studi, non c’è una scuola, e il periodo di riferimento è molto recente. Se però le tendenze dell’università in generale, e degli studi orientali a seguito, sono quelle che abbiamo sopradescritto è difficile pensare ad un miglioramento della situazione. Cosa vedo nel futuro della ricerca in Asia? Se avremo bisogno di sapere di caste, tribù, religioni o filosofie, ci saranno sempre i tuttologi!

Pubblicazioni: Sonum, spiriti della giungla. Lo sciamanismo delle tribù Saora dell’Orissa; Franco Angeli Editore.

Emanuele Confortin