Economia cinese e indiana a confronto

4 Aprile 2007

PECHINO: Che l’economia cinese fosse fondamentalmente hard — cioè industriale — e quella indiana soft — fondata sui servizi — lo sapevano un po’ tutti.

Adesso però qualcuno si è preso la briga di entrare nei dettagli e di confrontare i dati specifici dei due modelli: Barry Bosworth e Susan Collins, senior fellows della Brookings Institution di Washington sono gli autori di Accounting for Growth: Comparing China and India.

Utilizzando il metodo della cosiddetta "contabilità della crescita", i due autori

prendono in esame il periodo tra il 1978 e il 2004, cioè gli anni delle riforme in Cina.

La crescita cinese media è stata del 9.2 per cento, quella indiana del 5.4.

Nel 1978, la produttività complessiva del lavoro in Cina era soltanto il 70 per cento di quella in India. Nel 2004, il rapporto si era ribaltato: la resa dei cinesi equivaleva al 130 (agricoltura), 220 (industria) e 110 (servizi) per cento di quella degli indiani.

Il boom cinese è stato determinato sia da un alto tasso di accumulazione del capitale (fisico e umano), sia dal miglioramento dell’efficienza con cui questo capitale è utilizzato.

Lo sviluppo indiano ha fatto invece poca leva sull’input del capitale ed è quindi fondato quasi esclusivamente su innovazioni tecnologiche e di processo.

Vediamo i diversi settori.

L’agricoltura cinese è più efficiente di quella indiana. L’output per singolo lavoratore è cresciuto di 4.6 punti percentuali, contro i 2.5 indiani.

Il dato che colpisce dell’India è comunque che gli addetti all’agricoltura continuano a crescere nel tempo, il che è attribuibile a un insufficiente sviluppo dell’industria e dei servizi in rapporto alla crescita della popolazione.

Infatti è nel settore industriale che appare netta la differenza tra Cina e India. L’industria cinese produce più della metà del PIL (58 per cento). In India, si resta sotto il 30 per cento (per la precisione, al 28). Nel periodo preso in esame, il settore si è sviluppato in entrambi i Paesi, con analoghi livelli di crescita dell’occupazione, ma l’efficienza è drammaticamente diversa: 4.4 è il tasso di miglioramento dell’efficienza cinese (TFP) cinese, contro lo 0.6 indiano.

Lo sviluppo dei servizi è la caratteristica che più ha impressionato dell’India, ma anche la Cina non scherza. Analoga a quella dell’industria (intorno al 10 per cento), la crescita dei servizi cinesi ha però prodotto una percentuale maggiore di crescita dell’occupazione rispetto al settore secondario (5.8 contro 3.1 per cento).

La crescita del terziario è quella in cui l’India si avvicina di più alla Cina (più 9.8 per cento) e va sottolineato che questa performance è stata raggiunta con un input di capitale inferiore.

E’ nei servizi, quindi, che l’economia indiana si rivela più efficiente.

Confrontando il contributo dei diversi settori al PIL, si nota che nei 26 anni presi in esame l’apporto dell’agricoltura è sceso del 20 per cento sia in Cina, sia in India. Mentre però in Cina l’espansione si egualmente divisa tra industria e servizi, in India si è concentrata soprattutto nel terziario (più 18 per cento). Tuttavia, Cina e India impiegano ancora un’altissima percentuale della propria forza lavoro in agricoltura: rispettivamente il 47 e addirittura il 57 per cento.

Le conclusioni di Bosworth e Collins sono piuttosto ottimiste per entrambe le economie.

In futuro, la Cina dovrà, a differenza dell’India, affrontare il problema dell’invecchiamento demografico conseguente all’ormai trentennale politica del figlio unico. Dal punto di vista dell’efficienza produttiva, potrà comunque porvi rimedio continuando a trasferire forza lavoro dall’agricoltura agli altri due settori, processo già in corso con la massiccia urbanizzazione.

I problemi dell’India sono invece due: in primo luogo, lo scarso sviluppo del settore industriale rispetto agli altri; in secondo luogo, il livello ancora elevato dell’analfabetismo, nonostante picchi di assoluta eccellenza nell’istruzione avanzata.

Secondo i due studiosi, entrambe le economie trarranno sempre maggiori benefici dall’integrazione nel commercio internazionale. La Cina, in questo senso, è più avanti: il suo commercio estero contribuisce ormai al 65 per cento del Pil, quello indiano al 42 per cento.

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Gabriele Battaglia