Eredi della sconfitta

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Eredi della sconfitta

7 Agosto 2007

Titolo: Eredi della Sconfitta

Titolo originale: The Inheritance of Loss

Autore: Kiran Desai

Editore: Adelphi

Pubblicazione: 03/2007

Numero di pagine: 391

Prezzo: € 19,50

Traduzione dall’inglese di Giuseppina Oneto

Kiran Desai, 36 anni, con il suo secondo libro, "The Inheritance of Loss" (Editore Hamish Hamilton, Londra), ha vinto lo scorso 10 ottobre l’ambito Booker Prize per la narrativa britannica e del Commonwealth, diventando così, la più giovane scrittrice a vincere questo premio. Nata in India, Kiran ha vissuto in Inghilterra dove ha studiato a Cambridge e ora vive negli Stati Uniti. Ancora agli esordi, ha impiegato sette anni a scrivere questo romanzo, «per cercare di spiegare — ha detto – che cosa significa vivere fra est e ovest, fra occidente e oriente». Il libro, pubblicato in Italia da Adelphi è uscito con il titolo "Eredi della sconfitta". Traduzione di Giuseppina Oneto.

Il romanzo è ambientato a metà gli anni 80 in India, in un villaggio alle pendici dell’Himalaya, sullo sfondo dei movimenti indipendentisti Nepalesi, e ha inizio con la storia della giovane Sai, che rimasta orfana dei genitori, va a vivere con il nonno, un anziano e scontroso giudice in pensione, nella città di Kalimpong (al confine tra Bhutan, Sikkim, Nepal e Tibet), il vecchio cuoco e Mutt, il Setter inglese del giudice, di cui quest’ultimo sembra preferire la compagnia a quella degli esseri umani.

All’apparente tranquillità di questo quadro fa da sfondo l’amore adolescenziale di Sai per il suo insegnante di matematica Gyan, di origine nepalese, discendente dei gurka, popolo di mercenari un tempo al soldo degli inglesi, il quale, difronte alla scelta tra l’amore borghese ed il riscatto delle sue origini, rifiuta i privilegi sociali di lei e si unisce a un gruppo di rivoluzionari nepalesi. In parallelo la storia analizza la vicenda di Biju, il figlio del cuoco, emigrato negli Stati Uniti ed anch’esso imprigionato nel suo destino ed impossibilitato a scollarsi di dosso la sua parte di ‘eredità’, quel senso di sconfitta che si è portato dietro dall’India sino a Manhattan e che lo costringe a vivere da illegale nei bassifondi della città, senza alcuna speranza di riscatto.

In India, durante gli anni 80, il Fronte Nazionale di Liberazione del Gorkha (GNLF), si fece promotore di una violenta sommossa per il riconoscimento dell’indipendenza del Nepal. A tratti il libro della Desai fa riferimento ai violenti scontri di quegli anni ma i ribelli sono dipinti in una veste semicomica, ridicoli nella loro ferocia e biechi per la loro ignoranza. Per questo motivo il libro della Desai, altrimenti di piacevole lettura, perde di credibilità, perché non è riuscita a rendere le reali tensioni che si respiravano nel paese in quegli anni, relegando il romanzo ad un racconto di appendice piuttosto che ad un affresco storico quale avrebbe potuto essere.

Come pure d’appendice è la descrizione degli altri personaggi minori intorno ai quali ruota la storia, come la descrizione delle due anziane sorelle, ammalate di anglofilia, per le quali il rito del te è una pratica irrinunciabile e che nella loro casa immersa nella giungla, chiamata Mon Ami, leggono Jane Austen e vivono fuori dal mondo che le circonda, beandosi dei loro privilegi di ceto e di casta. Oppure, come anche la descrizione del prete svizzero, Padre Booty, che sogna di poter insegnare un giorno agli indiani a fare il formaggio, e che come gli altri, alla fine, perderà tutto, unico a voler rimanere in una terra dalla quale tutti sembrano voler scappare.

Nonostante il ritratto dei personaggi e la narrazione delle vicende manchi di credibilità, rimane perlomeno valida la descrizione dei grandi motivi di fondo del romanzo, desumibili dalle vicende dei personaggi e ravvisabili nelle tematiche del vuoto post coloniale, nel fenomeno del pluralismo culturale imperniato sul consumismo, nel nazionalismo violento e nella globalizzazione. Sicuramente azzeccato il titolo inglese, "The Inheritance of Loss" (L’eredità della perdita), è stato ben tradotto in Italiano con "Eredi della sconfitta", titolo che riesce a rendere con immediatezza il senso d’ineluttabilità che avvolge i personaggi sin dalle prime pagine del libro. Il senso di perdita, a cui fa riferimento il titolo in inglese, è da intendersi come la perdita della speranza che il riscatto possa giungere dall’India, dove il colonialismo inglese ha imposto regole occidentali ad un paese che occidente non è ed ha lasciato un vuoto che gli indiani sembrano incapaci di colmare.

L’autrice sembra indicare nella fuga la sola via d’uscita possibile per i suoi personaggi, l’unica soluzione per lasciarsi alle spalle secoli di arretratezza. Una soluzione, tuttavia, in contrasto con le vicende stesse del libro. La fuga, infatti, non è stata valida per i genitori di Sai, entrambi morti in Russia, non è valida per Biju, che a Manhattan vive come l’ultimo dei paria, non è servita al nonno durante gli anni trascorsi in Inghilterra e da ultimo non servirà a Sai, che alla fine del libro capisce che se vuole sopravvivere, anche lei dovrà andare via. Per dove, non ci è dato sapere.

Il dubbio di fondo che rimane al lettore è che questa partenza, questo distacco da tutto quello che è l’India e da ciò che essa rappresenta non sia altro che una fuga dalla realtà, sia dell’autrice e sia dei suoi personaggi. Perché l’India, capiamo leggendo il libro, è un’eredità ingombrante per entrambi, scrittrice e personaggi, che non può essere dimenticata, e per quanto imbarazzante, è nella pelle e negli occhi dei protagonisti. E’ nell’odore che il giudice si sente sempre addosso e che prova inutilmente a lavare con il sapone, nel disprezzo che esso nutre nei confronti della moglie, colpevole solo di essere indiana. E’ nella struggente malinconia di Biju, che dagli Stati Uniti sogna solo di ritornare nel suo amato paese per potersi rituffare nel fiume.

La lettura del libro scorre lineare anche grazie all’abile traduzione di Giuseppina Oneto, che è riuscita a semplificare gli ardimenti stilistici e le acrobazie linguistiche della Desai. Il libro, nonostante tutto, si legge piacevolmente ed infine si arriva all’ultima pagina, più per la morbosa curiosità di sapere quella che sarà la sorte della cagnetta Mutt, piuttosto che per conoscere il destino dei personaggi, che come si evince sin dall’inizio, sono condannati ad una condizione alla quale non riusciranno mai ad opporsi.

Un libro senza un finale, che lascia l’amaro in bocca.

Mercedes Lopez

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