Cina, i settori maggiormente affetti da overcapacity

a cura di: Lorenzo Riccardi

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Cos’è l’Overcapacity?

Per overcapacity s’intende l’eccesso di capacità produttiva di determinati beni in relazione alla domanda degli stessi.

L’eccesso di capacità produttiva è una problematica che affligge il panorama industriale cinese da diversi anni e genera effetti negativi sia sull’economia globale sia su quella cinese. Nei settori colpiti da overcapacity, infatti, il tasso di utilizzo degli impianti ha una tendenza alla diminuzione, creando di conseguenza delle realtà produttive inefficienti, zavorrate da debiti finanziari e incapaci di produrre profitto.

L’entità del fenomeno è particolarmente forte nei settori dell’acciaio, dell’alluminio e del cemento. La produzione di acciaio si è completamente allontanata dalla reale domanda di mercato ed è al momento più del doppio della produzione congiunta degli altri principali Paesi produttori (Giappone, India, USA, Russia). Nell’industria dell’alluminio cinese si registrano perdite superiori al miliardo di dollari annui, mentre nel cemento, solo nel biennio 2011-2012, la Cina ha prodotto una quantità pari alla produzione realizzata dagli USA nel corso dell’intero ventesimo secolo.

l’Overcapacity in Cina

Acciaio grezzo

La Cina è il maggiore produttore di acciaio al mondo. Secondo gli ultimi dati di World Steel, nel 2015 sono stati prodotti circa 1.620 milioni di tonnellate di acciaio grezzo, di cui il 50% è di provenienza cinese.

Tra il 2000 e il 2015, la produzione di acciaio è aumentata del 91%, passando dai circa 849 milioni di tonnellate prodotte nel 2000 ai 1.620 milioni di tonnellate del 2015: l’aumento a livello globale è stato di 771 milioni di tonnellate e l’industria cinese dell’acciaio ha contribuito per l’87% a tale incremento.

La fortissima crescita cinese, guidata in particolare da massicci interventi statali finalizzati a garantire sussidi e accesso al credito ai grandi gruppi di produttori di acciaio, nonché a mantenere la forza lavorativa, ha condotto ad un livello eccessivo di produzione: centinaia di milioni di tonnellate in eccesso hanno inondato i mercati internazionali ogni anno, causando un crollo dei relativi prezzi di scambio e la chiusura di molti produttori, cinesi e non, impossibilitati a resistere alla progressiva riduzione dei margini di profitto.

Nella tabella seguente viene riportata la produzione, in milioni di tonnellate, in diverse aree geografiche: la produzione cinese è passata da 128 milioni agli oltre 800 milioni di tonnellate, una crescita annua composta pari al 13%.

 

 

La quota di acciaio cinese è passata dal 15% fino a rappresentare il 50% della produzione globale annua.

La crescita massiccia della produzione nel settore è stata trainata da un incremento della domanda da parte del settore delle infrastrutture, dell’edilizia, dell’impiantistica e macchinari e dell’automotive. Questo trend, registrato fino al 2009, ha comportato un aumento del prezzo dell’acciaio, incentivando ulteriori investimenti per incrementare la produzione da parte dei maggiori produttori (nella maggior parte società a partecipazione statale) e nuovi operatori a entrare sul mercato.

Il problema dell’overcapacity è particolarmente forte in Cina: durante il 12* Piano Quinquennale, il tasso di utilizzo della capacità produttiva è scesa dal 79% nel 2010 al 70% nel 2015, anno nel quale la Cina ha prodotto 804 milioni di tonnellate di acciaio grezzo, a fronte di una capacità produttiva di 1,13 miliardi di tonnellate (a livello globale il tasso di utilizzo della capacità produttiva è scesa dal 76% nel 2010 al 68% nel 2015).

Il 13° Piano Quinquennale (2016-2020) ha, tra gli obiettivi, quello di ridurre il problema dell’eccesso della capacità produttiva; nel febbraio 2016 il Consiglio di Stato ha disposto alcune linee guida rivolte a ridurre la produzione di acciaio di 100 – 150 milioni di tonnellate nei successivi cinque anni, con un taglio in particolare nel 2016 di 45 milioni di tonnellate.

 

Alluminio

Il settore della produzione di alluminio è un altro tra quelli ad aver sperimentato una rapidissima crescita nel corso degli ultimi anni. Secondo i dati del “The International Aluminium Institute”, dal 2000 al 2016 sono stati prodotti in totale circa 675 milioni di tonnellate di alluminio: la produzione cinese rappresenta circa il 38% del totale. Tuttavia, l’importanza della produzione cinese sul totale è ancora più forte se si analizza l’evoluzione della quota di produzione cinese nel corso degli anni in oggetto.

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Il driver della crescita del settore è stata in particolare la domanda domestica interna, a cui si aggiunge l’incremento della domanda a livello globale. Ciò ha comportato un aumento del prezzo, rendendo il settore molto attraente sia per le imprese a partecipazione statale, che per quelle private. Inoltre, l’ingresso sul mercato è stato favorito dalla facilità di accesso al credito e dal sovvenzionamento degli ingenti costi energetici (che nel settore rappresentano oltre il 20% dei costi di struttura).

La crisi a livello globale nel 2008 e nel 2009 ha reso il problema dell’overcapacity nel settore dell’alluminio particolarmente significativo, costringendo le Autorità centrali ad adottare diverse misure correttive, come ad esempio lo stop ai sussidi per i costi energetici ai produttori non in grado di ottenere l’approvazione da parte del governo centrale. Questo ha incoraggiato un consolidamento delle realtà nel settore, favorendo i maggiori produttori, solitamente società a partecipazione statale.

Nel 2009, il Consiglio di Stato ha inoltre bloccato la nascita di nuovi impianti produttivi e, al contempo, ha provveduto a rimuovere le realtà produttive minori.

Tuttavia il problema dell’overcapacity risulta ancora molto presente. Nel 2015 il tasso di utilizzo degli impianti cinesi si è attestato intorno al 77%, con un’overcapacity pari a 9.2 milioni di tonnellate. Inoltre, la riduzione dei prezzi dell’alluminio, registrata in particolare nel 2008 – 2009 e successivamente a partire dal 2013, ha condotto le imprese nel settore a registrare fortissime perdite: gli ultimi dati noti evidenziano perdite totali di 1,2 miliardi di USD nel 2013 e di 1,5 miliardi di USD nel 2014.

Cemento

La produzione del cemento ha avuto un’incredibile spinta grazie alla crescente urbanizzazione della società cinese: attualmente oltre il 55% della popolazione vive nelle cosiddette aree urbane e la domanda di cemento è cresciuta di pari passo con la costruzione di nuove infrastrutture ed edifici.cina-produzione-cemento

Secondo i dati forniti da Cembureau, la produzione cinese di cemento si è attestata nel 2015 a circa 2,3 miliardi di tonnellate. Nello stesso periodo, la capacità produttiva disponibile è stata pari a 3,1 miliardi di tonnellate: il tasso di utilizzo è stato di conseguenza pari al 74%, in riduzione rispetto al 76% registrato nel 2008.

Il dato di produzione del 2015 inoltre mostra un calo rispetto al 2014, dovuta alla forte relazione del settore con quello delle costruzioni e dei trasporti.

L’industria del cemento in Cina è composta da grandi imprese a partecipazione statale ed una pluralità di piccoli produttori. Il settore è uno dei maggiori contribuenti al livello di inquinamento e, al fine di ridurre le emissioni, il Governo ha incentivato il progressivo consolidamento di realtà minori da parte di produttori più grandi. Tale consolidamento ha permesso il miglioramento dell’efficienza energetica, con molti produttori che sono passati dall’utilizzare forni verticali (maggiormente inquinanti e usati prevalentemente da piccoli produttori) a forni di maggiori dimensioni, basati su sistemi di preriscaldamento più efficienti.

Nel 2009, per limitare gli effetti dannosi derivanti dall’eccessiva capacità produttiva, la Commissione Nazionale per lo Sviluppo e le Riforme (NDRC – National Development and Reform Commission) aveva sospeso a tempo indeterminato la realizzazione di linee produttive la cui costruzione non era ancora iniziata, se non quelle appositamente approvate dalla NDRC.

Tuttavia, nonostante gli sforzi volti a ridurre la capacità produttiva in eccesso e a promuovere una produzione più attenta e in linea alle tematiche ambientali, vi sono state diverse lacune nell’applicazione delle misure limitative, che hanno condotto a risultati sotto le attese.

La carta

Un ulteriore settore colpito dall’overcapacity, anche se in maniera meno significativa, è quello della produzione di carta.

Fino al 2006, la produzione interna di carta non era sufficiente a coprire la domanda interna, tanto da ricorrere alle importazioni. Successivamente, grazie all’aumento della capacità produttiva, l’industria cartiera cinese non solo è riuscita a coprire l’intero fabbisogno interno, ma è diventata anche esportatrice. Nel 2015 i dati pubblicati da China Paper Association parlano di una produzione totale annua di 107 milioni di tonnellate, a fronte di una capacità produttiva di circa 130 milioni di tonnellate e un tasso di utilizzo di circa l’82%, in riduzione rispetto al 90% registrato nel 2008.

Il settore della carta è colpito, negli ultimi anni, da un lento declino della domanda a livello globale, che ha già indotto molte società americane ed europee a ridurre la propria capacità produttiva.

Simili misure sono state intraprese anche in Cina, in quanto il settore ha un impatto molto forte a livello ambientale: a causa della scarsa efficienza, le industrie cartiere sono infatti particolarmente energivore e necessitano di elevate quantità di acqua, oltre che essere una fonte di inquinamento. Nel 2009 le Autorità hanno stabilito nuovi standard per le emissioni di agenti inquinanti e previsto dei requisiti di efficienza per i nuovi impianti di produzione.

Nel 2011 sono state varate ulteriori misure rivolte a ridurre la capacità produttiva mediante l’eliminazione degli impianti produttivi più inefficienti e con una produzione di bassa qualità.

Tuttavia, sebbene dal 2010 al 2014 tali misure abbiano permesso di eliminare circa 36 milioni di tonnellate di vecchia capacità produttiva in eccesso, nello stesso periodo la capacità produttiva è stata espansa di oltre 68 milioni di tonnellate. Un incremento netto di 32 milioni di tonnellate in un settore che vede la domanda in declino da un paio di anni ha portato ad una progressiva riduzione dei margini di profitto delle imprese operanti nel settore.

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Lorenzo Riccardi

Lorenzo Riccardi

Insegna fiscalità asiatica presso Shanghai Jiao Tong ed è Adjunct Associate Professor alla Xian Jiao Tong Liverpool University. Si è specializzato in fiscalità internazionale all'IBFD di Kuala Lumpur e nel 2016 ha conseguito una borsa di studio per un progetto di dottorato di ricerca sulle economie del Far East presso Shanghai University. E’ segretario dell’Associazione degli Accademici italiani in Cina ed e’ stato ammesso come International Associate dell’American CPA Association, membro di Australia CPA, dell'Ordine dei Dottori Commercialisti, del Registro dei Revisori in Italia e International Affiliate dell’Hong Kong Institute of CPAs. Vive e lavora a Shanghai, dove si occupa di diritto commerciale e tributario, seguendo gli investimenti stranieri in Cina e Sud Est Asiatico. Ha ricoperto ruoli nella governance di istituzioni e gruppi societari, tra cui Giorgio Armani, Trussardi e Pomellato. E' socio dello Studio di consulenza RsA (www.rsa-tax.com), specializzato in Asia e paesi emergenti e ha ricoperto ruolo di Board Director della Camera di Commercio Italia-Vietnam, della Camera Italiana in Cina e di Chief Representative di Unimpresa a Shanghai. Ha pubblicato per Il Sole 24Ore Guida alla fiscalità di Cina, India e Vietnam, per Maggioli Editore cura le guide dei paesi dell’Asia Orientale e per Wolters Kluver è il responsabile della banca dati Asia. E’ membro del comitato scientifico di Corriere Asia e Fiscalità Estera. Per l’editore Springer cura una collana di testi su temi in ambito contabile e fiscale legati alla Cina e i suoi testi sono stati pubblicati in lingua italiana, cinese, portoghese ed inglese. Contatti: Website / LinkedIn

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