Export in Giappone, opportunità oltre il declino mediatico

14 Gennaio 2008

TOKYO: L’intervista a Ugo Crisponi, di Japan Consulting, società operante nel settore internazionale del Marketing Strategico e della Comunicazione.

Roberto Rais (CA – Corriere Asia): Il "declino" mediatico — se così lo possiamo definire — del Giappone in occidente non può far passare in secondo piano quelle che sono le caratteristiche, inimitabili, del Paese nel mondo. In cosa secondo lei il Giappone rimarrà ancora per molto tempo impareggiabile agli occhi dei nuovi Paesi Emergenti, prime fra tutte la Cina e l’India?

Ugo Crisponi (Japan Consulting): Giappone è sinonimo di organizzazione e alto livello di scolarizzazione; ciò ha permesso al Paese di risollevarsi nel dopoguerra: un forte senso di appartenenza e dedizione che ha permeato l’organizzazione sociale e il sistema industriale. Questo mito tuttavia sembrerebbe non essere eterno. Oggi l’invecchiamento della popolazione, l’impermeabilità ai migranti dall’estero e i mutati valori nelle giovani generazioni – con disaffezione verso il sistema scolastico, stanno minando alle fondamenta questo spirito collegiale e la sua forza.

CA: Al di là dei cambiamenti che ha appena citato, quali saranno le determinanti del vantaggio competitivo giapponese nei prossimi anni?

JC: Saranno la ricerca e l’innovazione, linfa dei colossi industriali.

CA: Parliamo del "made in Italy", così apprezzato nel mondo, amato anche in Giappone. Quali sono, a suo parere, i settori principali e più interessati dagli scambi commerciali?

JC: Tutto ciò che riflette l’immagine del Bel Paese in Giappone: vestire e mangiare in primis. Seguono i prodotti manifatturieri che hanno un radicato legame con la nostra tradizione artistica e culturale (un esempio è offerto dall’oggettistica legata ai vetri di Murano). Andrebbero maggiormente protetti i prodotti italiani dalle imitazioni e dalle relative frodi, purtroppo frequentissime sugli scaffali dei supermercati giapponesi. Ben vengano tutte le operazioni di salvaguardia in questa direzione promosse dal Governo Italiano.

CA: A proposito del Governo Italiano che ha appena citato. Molto spesso l’attuale formazione (e, forse ancor di più, le precedenti) è stata duramente criticata dalle organizzazioni industriali e commerciali per un certo ritardo nell’attuazione di politiche che possano favorire i rapporti tra le imprese italiane e quelle indiane e cinesi. Non crede che questo ‘ritardo’ sia anche una caratteristica dei rapporti con il Giappone?

JC: Il Giappone ha rappresentato per decenni la meta privilegiata di politiche legate all’export, quando la bolla speculativa, lo Yen forte e la Lira fluttuante consentivano di esportare merci ad alto valore aggiunto. La stabilità e la "chiarezza", per quanto possibile, delle normative giapponesi e l’affidabilità dei partner locali rappresenta ancora oggi una delle maggiori differenze nei confronti di India e di Cina. Chiaramente investire dove per decenni si è lavorato con risultati soddisfacenti è più conveniente. Questa forse è una delle ragioni del ritardo da lei citato.

CA: Cosa fare, allora, per colmare questo distacco?

JC: Occorre senz’altro investire più risorse per affrontare il mercato cinese piuttosto che quello indiano, a partire da una maggiore sensibilizzazione in Italia verso queste culture, anche a livello formativo. Oggi, forse un po’in ritardo, le scuole di lingua e cultura giapponese in Italia non si contano più. Sul piano dell’export, per essere competitivi con i propri prodotti in un mercato estero così lontano anche culturalmente, non può che servire una maggiore preparazione, know how e conoscenza.

CA: Difficoltà comunicative, complessità nei regolamenti, differenti normative (sanitarie, per esempio), costituiscono alcuni tra i principali svantaggi dell’operare in Giappone. D’altro canto dazi inferiori alla media di Stati Uniti e Unione Europea (tranne, forse, in alcuni settori come l’agricoltura) e una buona capacità di spendita dei giapponesi rappresentano l’altro piatto della bilancia.

JC: Al primo elenco di difficoltà che lei ha citato vanno purtroppo aggiunti gli elevati costi di trasporto e il fattore Euro. Quest’ultimo elemento ha inciso profondamente nelle capacità di spendita del giapponese medio. Da attento consumatore e selezionatore che non badava troppo a spese, quando la Lira lo permetteva, oggi è più portato al risparmio. Lo hanno intuito i tanti giovani giapponesi, neo piccoli imprenditori, che viaggiano in lungo e largo in Italia alla ricerca di prodotti e piccoli produttori per la vendita diretta online o nei corner shop.

CA: Tra il "Made in Italy" non sembra conoscere declino l’attrazione che il turismo nostrano costituisce per il Giappone. Cosa cercano i giapponesi dalla "vacanza italiana"? Quali dovrebbero essere pertanto le caratteristiche di un’offerta turistica adeguata?

JC: L’Italia è un museo a cielo aperto permeato di storia e cultura. A questo si associa il fattore enogastronomico. Chi sceglie di viaggiare in Italia vorrebbe poter non rinunciare ai comfort ai quali è abituato in Giappone (ad esempio, una vasca da bagno in albergo, che può sembrare un’ovvietà, ma che purtroppo non è). Il turista nipponico è fra i più preparati e rispettosi. Pretende precisione nell’organizzazione del viaggio, rispetto dei tempi previsti. E non và dimenticato che un viaggio in Italia ha una durata media di 4-5 giorni a tappe forzate.

CA: Tra le particolarità dei businessmen giapponesi, quale è, a suo modo di vedere, il loro pregio maggiore e quale invece, il peggior difetto?

JC: Per quanto riguarda i maggiori pregi, sicuramente precisione e cura dei dettagli. Dall’altro lato una scarsa propensione nel scendere a compromessi.

CA: Un’ultima domanda. Perché rivolgersi a un’agenzia come la vostra? E’ proprio indispensabile il vostro intervento per un imprenditore che vuole rivolgersi al mercato nipponico? Non basterebbe un semplice interprete, o rivolgersi all’ICE, o al Jetro?

JC: La funzione di una agenzia di consulenza come la nostra che vanta al suo interno personale madrelingua italiano e giapponese è quella di consentire all’azienda-cliente di valutare la fattibilità di un operazione di export per la quale andrebbero investite delle risorse. Se la nostra valutazione è negativa per alcuni prodotti "salviamo" tempo e denaro che andrebbero persi per adeguare i prodotti che probabilmente verrebbero rifiutati dal mercato se non addirittura bloccati in dogana. ICE e JETRO sono soluzioni valide ma dispendiose e non alla portata di piccoli produttori.

Roberto Rais

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