Film dall’India: Water

a cura di:

Archiviato in: in
Film dall’India: Water

14 Maggio 2007

Un film di Deepa Mehta.

Con Lisa Ray, Seema Biswas, John Abraham, Kulbhushan Kharbanda, Waheeda Rehman, Raghubir Yadav, Vinay Pathak.

Genere: Drammatico, colore, 117 minuti.

Produzione: Canada, India 2005.

Fotografia: Giles Nuttgens

Scenografia: Dilip Mehta

Montaggio: Colin Monie

Costumi: Dolly Ahluwallia

Musiche: Mychael Danna

Terzo ed ultimo film della trilogia della regista indiana Deepa Mehta, Water chiude il percorso dedicato dalla regista agli elementi naturali — acqua, fuoco e terra – e grazie alla metafora dell’acqua, tratta il tema controverso della religione, la dove il suo film precedente Fire (1998) si occupava del tema scottante dell’omosessualità tra donne ed Earth (1999), il primo film della trilogia, trattava il tema del settarismo, sullo sfondo della divisione politica del 1947 tra India e Pakistan.

Water è ambientato nell’India del 1938, quando l’indipendenza dagli inglesi era ancora lontana da venire e Gandhi gettava le basi della sua protesta pacifista, infiammando gli animi del paese oppresso dal colonialismo. Il film, sullo sfondo di questo contesto storico, narra le vicende di una sposa bambina, Chuyia, che all’età di otto anni, subito dopo essere stata data in moglie ad un uomo malato, rimane vedova, sposa predestinata di un futuro di miseria e privazioni.

Il film, che ha preso lo spunto dagli ashram di Varanasi, la città sacra dell’Uttar Pradesh nel centro dell’India, è ambientato nella città di Rawalpur, e racconta la storia della vedovanza di Chuyia, dall’esilio forzato dentro l’ashram (termine sanscrito che indica luogo di eremitaggio) nel quale viene relegata dalla sua famiglia, sino alla perdita del diritto ad esistere come persona ed all’annullamento di tutti i pregressi diritti di casta. Per i testi sacri, infatti, le vedove indù hanno a disposizione solo tre scelte: morire bruciate sulla pira del marito, sposarne il fratello o passare una vita di castità e privazioni, confinate ai margini della società e costrette a vivere dentro la ‘casa delle vedove’.

Chuya, la protagonista (interpretata dalla debuttante dello Sri Lanka, Sarala), si trova improvvisamente a vivere di elemosina con le altre vedove, la bella Kalyani (Lisa Ray), vedova-prostituta che si innamora del laureato in legge Narayan (John Abraham) seguace di Gandhi, e la religiosissima Sadananda (Kulbhushan Kharbanda), che vive sulla sua pelle il conflitto tra fede e coscienza. L’innocenza della bambina si dovrà così scontrare con i destini delle altre donne, più o meno rassegnate al loro fato, mentre lentamente il paese prende coscienza dei propri diritti ed iniziano i primi movimenti nazionalisti indiani.

Tuttavia la chiusura della trilogia non si è rivelata semplice come previsto, e le riprese del film iniziate nel 2000 a Varanasi, sono state interrotte a causa delle ripetute sommosse dei gruppi di estrema destra induisti che accusavano Deepa Mehta di offendere la religione e di denigrarne i contenuti sacri. Il film è stato ultimato solo nel 2005, dopo che regista e intero cast sono stati costretti a lasciare prima Varanasi e poi l’India, per le continue minacce subite, e a girare in gran segreto in Sri Lanka, dove è stato ricostruito il set bruciato a Varanasi.

Il racconto è accompagnato da una regia magistrale e da una fotografia di rara bellezza. Per quanto in alcuni momenti la trama si lasci troppo facilmente affascinare da tentazioni Bollywoodiane, il film è altamente apprezzabile per la delicatezza dei toni e per la rara capacità di aver saputo rendere in immagini l’atmosfera, i colori e le sensazioni che ieri, come oggi si respirano in India.

Il film Water è uno di quei capolavori che non si scordano, e questo perché ogni immagine trasuda emozioni che difficilmente riescono a passare inosservati. Vedere questo film fa provare sensazioni tali che, anche chi non ha vissuto in India, riesce a comprendere cosa significhi vivere in un mondo di tradizioni, dove il colore non è solo un ornamento, ma parte integrante della vita di tutti i giorni. Sin dall’inizio del film lo scorrere delle immagini è accompagnato da un taglio fotografico di una delicatezza talmente inusuale, da incollare allo schermo anche lo spettatore più distratto, ed il film, diversamente di quanto accade in altre pellicole, mantiene le promesse sino ai titoli di coda.

Ancora oggi, non diversamente che nel passato, la condizione delle vedove in India è rimasta pressoché la stessa, specialmente nelle aree rurali, dove tuttora permangono forti tradizioni e dove la donna subisce ingiustizie ancor prima di nascere. Ad esempio, negli stati più ricchi, l’utilizzo di test illegali per la determinazione del sesso del feto, è in relazione all’elevato numero di aborti illeciti richiesti da donne in attesa di partorire delle bambine, a riprova del fatto che le donne sono un peso il più delle volte insormontabile, specialmente per le famiglie più povere o per quelle appartenenti ai ceti più svantaggiati.

Il matrimonio, ancora oggi, viene deciso dai genitori degli sposi, che contrattano sulla dote che la famiglia della sposa dovrà elargire a quella dello sposo, in quella sorta di matrimonio-contratto che suggella più i termini di un accordo finanziario che il coronamento di un sogno d’amore.

E così accade che, anche le bambine in tenera età, vengano date in moglie per alleviare i genitori da un peso troppo oneroso. In questo modo, il matrimonio precoce è visto come un vantaggio economico, come un’ulteriore dote da portare allo sposo e che servirà ad alleggerire la dote in gioielli o in elettrodomestici. Infatti, una figlia bella, giovane e vergine è la più alta merce di scambio nelle trattative matrimoniali, per quanto in questa maniera alle bambine spose si ruba l’infanzia, l’innocenza ed il gioco.

Per le famiglie più povere significa una bocca da sfamare in meno o una serva in più per quelle più ricche, e può servire a consolidare i legami familiari e patrimoniali e ad evitare scontri tra clan. Spesso le bambine restano nella famiglia d’origine fino alla pubertà e poi si trasferiscono nella famiglia del marito, ma in molti casi la bambina lascia subito la scuola e viene mandata a vivere con la nuova famiglia.

Benché in India sia vietato alla donna di sposarsi prima dei 18 anni, in Stati come il Rajastan e l’Uttar Pradesh, secondo i dati dell’Unicef, ad oggi 17 indiane su 100 si sposano sotto i 10 anni. Secondo la cultura indù, la donna sposata appartiene per metà a suo marito ed una volta che il marito muore la società non sa più cosa farsene di una donna che ha perso il compagno e di conseguenza la sua fonte di sostentamento. Secondo calcoli governativi, inoltre, ad oggi 11 milioni di donne e bambine sono spinte dalla famiglia nelle ‘case delle vedove’. Molte ci vanno spontaneamente, e in tante vanno a Vrindavan, a ovest di Calcutta, per vivere di elemosina, pregando davanti ai templi indù. Il film di Deepa Mehta in chiusura conferma questi dati, in India ci sono attualmente 34 milioni di vedove, e almeno 12 milioni vivono nelle "Case".

Mercedes Lopez

Siamo a lavoro sul nuovo Corriere Asia!

Ricevi una notifica quando sarà Online
Ok voglio ricevere la notifica :) 
close-link