Filosofie di viaggio in Cina fra cultura e boom economico: il parere di Stefano Cammelli

a cura di:

Archiviato in: in
16 Ottobre 2007

BOLOGNA

Docente di Storia Contemporanea presso la facoltà di Economia all’Università di Bologna, il professore Stefano Cammelli è anche viaggiatore incallito, sinologo, esperto d’Asia e mente di Viaggi di Cultura. Un’associazione culturale (fondata dal padre Sergio nel ’53) che propone viaggi in tutto il mondo, fortemente orientati ai contenuti, in cui storia, arte, religione e valori formativi dei Paesi visitati costituiscono la mèta principale. Lo dimostra il fatto che ogni comitiva sia affiancata per l’intera durata del viaggio da guide italiane esperte, che collaborano esclusivamente con l’associazione bolognese. Non si tratta di semplici accompagnatori preparati sulla cultura del luogo, ma di professori universitari, ricercatori e scrittori, che costituiscono il valore aggiunto sul quale la famiglia Cammelli punta ormai da 55 anni.

Vista la propensione dell’associazione bolognese per le destinazioni asiatiche, noi di Corriere Asia abbiamo incontrato il professor Cammelli per saperne di più. Ecco che da questioni prettamente tecniche e di viaggio, siamo approdati a tematiche di attualità, con la Cina in primo piano, sulle quali l’intervistato ha esposto un punto di vista tanto appassionato quanto inconsueto, senz’altro utile per cercare di conoscere un po’ di più la più grande economia del pianeta.

Emanuele Confortin: professor Cammelli, ci racconta come è nata l’associazione Viaggi di Cultura?

Stefano Cammelli: è cominciato tutto nel 1949, quando mio padre Sergio iniziò ad accompagnare gruppi di persone in viaggio. Essendo insegnante di greco e latino, manifestò fin dall’inizio la sua forte vocazione culturale, creando nel tempo un laboratorio artigianale di alta qualità. Ogni anno l’associazione (fondata nel ’53) pubblica un catalogo con diverse proposte di viaggio, che vengono poi organizzate dall’agenzia di mia proprietà. Possiamo dire che siamo stati i primi a proporre una formula di viaggio del genere.

E.C.: chi è la persona tipo che sceglie Viaggi di Cultura?

S.C.: vede, tra i viaggiatori c’è chi pensa di potersi arrangiare sempre e comunque, basta avere una buona guida nello zaino. Poi, verso i 40 anni e diversi viaggi più tardi, qualcuno di loro capisce che qualcosa non funziona se le emozioni sono sempre le stesse, a prescindere se si trova in una vallata peruviana o ad Angkor Vat. A quel punto iniziano a valutare soluzioni diverse e scoprono Viaggi di Cultura. Si tratta in particolare di professionisti con un certo reddito, come ingegneri e medici provenienti da tutta Italia, che scelgono di intraprendere i nostri itinerari spesso da soli, o al massimo in coppia, cercando di respirare aria buona e staccare dalla routine di tutti i giorni.

E.C.: quindi nel vostro caso non si può parlare di ‘turismo grandi numeri’?

S.C.: osservando brevemente le statistiche di settore si scopre come nel grande flusso turistico ci sia un larga maggioranza di persone, siamo sul 90% del totale, che si muovono con finalità ben precise, quali bere, mangiare, divertirsi e fare il bagno. Fino a qualche anno fa lo facevano nelle spiagge dell’Adriatico, mentre ora, con i pacchetti last minute e i voli low cost, continuano a fare la stessa cosa ma in Tailandia. Del restante 10%, la metà circa hanno una cultura modesta e appena si trovano di fronte la scaletta di uno dei nostri viaggi se la danno a gambe. Il 5% che rimane, stimato in 5000 persone circa, sono i nostri potenziali clienti, animati da aspettative diverse, e consapevoli che qui troveranno un mondo uguale al loro, da condividere. Sono viaggiatori interessati ai contenuti, disposti ad accettare visite non stop dal mattino alla sera. Ad essere sinceri, la vera selezione dei nostri clienti non è dovuta al taglio culturale, ma all’intensità del viaggio.

E.C.: sfogliando le pagine del vostro sito, ho notato alcuni link a ‘schede culturali’ e un database chiamato Manjusri. Di cosa si tratta?

S.C.: le schede culturali sono degli approfondimenti che mettiamo a disposizione di tutti, in quanto è la lettura che spinge a viaggiare e non il contrario. Manju Sri invece è un’antologia dedicata alla storia e alla cultura artistica e religiosa dei Paesi non europei, che racchiude più di 15.000 pagine con brani provenienti da tutto il mondo.

E.C. dando una scorsa al catalogo, ho notato che almeno la metà dei viaggi sono in Paesi asiatici. È una scelta dovuta all’andamento del mercato o c’è dell’altro?

S.C.: guardi, il mondo non è grande come si crede. Ci sono continenti che non esistono, come l’Africa, dove nessuno vuole andare. Poi destinazioni che un tempo erano di moda, quali il Brasile e l’altopiano del Messico per esempio, che non interessano più. Delle aree che rimangono, alcune sono inflazionate come Tailandia e Cambogia, quindi dobbiamo operare delle scelte precise e cercare di assecondare le aspettative della gente. Ecco perché l’Asia.

E.C.: la crescente curiosità e attenzione dei viaggiatori per i Paesi asiatici, può essere connessa al boom economico in corso?

S.C.: in Asia si respira un’aria nuova, di fiducia nel futuro e di consapevolezza dei propri mezzi. È il risultato della crescita economica in atto, la stessa che nel passato aveva attirato tantissima gente negli Stati Uniti. Un esempio eclatante è il Vietnam, che negli anni ’70 era tabù, mentre al giorno d’oggi tutti lo vogliono perché è lanciato anche a livello economico. Stessa cosa per la Cina degli anni ’60, con la rivoluzione che trasmetteva entusiasmo e la gente ci andava, come ora del resto. L’unico neo è il Giappone, una realtà troppo lontana che interessa a pochi viaggiatori.

E.C.: visto che ha accennato alla rivoluzione cinese, periodo in cui suo padre ha incontrato Mao Zedong, come vede la Cina di oggi, divenuta la maggiore potenza economica del pianeta e spesso in attrito con i paesi occidentali?

S.C.: quello che le posso dire è che l’occidente non è riuscito a salvare l’America Latina e nemmeno l’Africa, e dal 1989 continua ad investire nei Balcani ma non è ancora cambiato nulla. Che questo occidente si senta minacciato da un paese che da solo, senza investimenti stranieri e senza supporti esterni è riuscito a portare 1 miliardo e 300 milioni di persone fuori dalla soglia di povertà, mi sembra disgustoso. Anche il boom economico è frutto di investimenti cinesi, e noi non possiamo permetterci di puntare il dito contro Pechino.

E.C.: bisogna anche dire che alcune obiezioni sul modo in cui la Cina alimenti la propria economia sono giustificate dai fatti. Non è un segreto che Pechino baratti forniture ‘agevolate’ di petrolio e risorse con Paesi come Birmania e varie dittature africane in cambio di armi e copertura internazionale. Cosa ne pensa a riguardo?

S.C.: Guardi, sono cresciuto in un mondo in cui i nostri politici di oggi, allora giovani, predicavano la non ingerenza negli affari degli altri. Poi nel ’75 si riuscì a far sedere l’Urss al tavolo di Helsinki firmando il trattato di non ingerenza. Un principio indiscutibile, che rappresentò un grande successo per tutti, affermando come "i popoli hanno diritto alla propria storia". Venendo ai diritti umani, è ovvio che barattare armi in cambio di petrolio e appoggiare dittature è inaccettabile. Tuttavia, noi occidentali continuiamo ad avere un’idea distorta della Cina, la cui cultura è ancora intatta ma non riusciamo a coglierla per mancanza di risorse adeguate. Parlo in particolare dei giornalisti stranieri, che non sanno parlare e leggere il cinese. Su circa 2000 corrispondenti, 100 conoscono il cinese e gran parte di loro vengono da Giappone, Corea, Vietnam e altri vicini. È necessario mandare a Pechino gente preparata, altrimenti svolgeranno il proprio lavoro basandosi sull’intellettuale di turno, magari iper critico, con il quale discutere in inglese delle solite questioni.

Link Correlati

Emanuele Confortin