Focus on: l’avanzata cinese nel conteninente africano fra coinvolgimento finanziario e condizionamento politico

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23 Ottobre 2007

Il percorso storico della relazioni Cina — Africa.

L’intricato panorama internazionale vede il moltiplicarsi delle relazioni economiche sino-africane, che lungi dall’essere un fenomeno degli ultimi anni affonda le sue radici nel secondo dopoguerra, quando nel 1955 alla conferenza di Bandung i due paesi, uniti da una comune esperienza di soggiogazione da parte dell’imperialismo europeo e americano, iniziano a rivolgersi uno sguardo di mutuo soccorso per svincolarsi dalla contrapposizione in blocchi USA e URSS, e per muovere i primi passi verso lo status di paesi in via di sviluppo. Unite nel processo di decolonizzazione, Cina e Africa intessono rapporti fiorenti da un punto di vista economico e soprattutto culturale. Nel 1956, dopo il riconoscimento di Pechino da parte di Nasser, vengono gettate le basi per l’apertura di un ufficio commerciale cinese al Cairo, e successivamente vengono istituiti piani di cooperazione come ad esempio l’Organizzazione di Solidarietà dei Popoli Afro-Asiatici. Dagli anni ’60 in poi, ha inizio una pressione ideologica cinese in Africa attraverso i media, con l’obbiettivo di avviare un processo di reciproca conoscenza attraverso scambi culturali, e il raggiungimento (a differenza dell’Unione Sovietica) non solo delle élite di intellettuali africani (affascinati dal modello cinese per la sua organicità e allo stesso tempo diffidenti verso il suo carattere radicale), ma anche degli strati più bassi della popolazione.

L’evoluzione moderna del coinvolgimento finanziario sino-africano: la nascita del Forum on China- Africa co-operation.

Gli anni ’80 e ’90, a causa di priorità interne al Pcc, hanno portato ad un crollo degli investimenti privati cinesi fino a meno del 1% nei paesi del Terzo Mondo, ma nel ’95 grazie a nuovi contatti commerciali tra capitalisti cinesi e sudafricani si assiste ad un’inversione di tendenza, che sfocia nell’ottobre del 2000 con l’istituzione del FOCAC (Forum on China-Africa co-operation), il quale ha come scopo principale l’adattamento delle relazioni sino-africane ad uno scenario economico globalizzato. Il Forum basato sempre sul mutuale sostegno dei movimenti di liberazione nazionale, sancisce però nuovi paradigmi ideologici. Pur riconoscendo l’universalità dei diritti umani e il rispetto delle libertà fondamentali, si specifica (nel quarto punto) che ogni governo è libero di elaborare un proprio modello di approccio verso il rispetto dei diritti umani in accordo con le proprie condizioni nazionali; e qualunque pressione venga esercitata dall’esterno per il rispetto di questi ultimi può essere considerata essa stessa una violazione dei diritti umani. E’ proprio su questo punto che prende forma la "politica cinese di non-interferenza". Infatti, se la Banca Mondiale concede prestiti solo dietro precise garanzie di risanamento economico, e rispetto di rigidi parametri finanziari; la Cina concede prestiti e finanziamenti senza porre condizioni sul loro utilizzo. E’ ormai nota alla comunità internazionale la rete di interessi tra governo cinese e regimi dittatoriali in Africa. Un esempio lampante è quello dell’Angola, Congo, Sudan, i cui governi corrotti e sanzionati dall’ONU hanno concluso affari con la Cina concedendole generose concessioni petrolifere in cambio di armi e finanziamenti.

Se il FOCAC del 2000 ha posto le basi ideologiche della penetrazione cinese in Africa, quello più recente del novembre 2006 tenutosi a Pechino, con i capi di governo di 48 pesi africani e con il presidente cinese Hu Jintao, stabilisce i principi cardine per lo sviluppo di un commercio bilaterale: raddoppiare gli aiuti all’Africa, offrendo tre miliardi di dollari in prestiti preferenziali e altri due miliardi in crediti all’acquisto; creare un fondo di sviluppo Cina — Africa di cinque miliardi di dollari, con il fine di agevolare gli investimenti delle compagnie cinesi in suolo africano; cancellare il debito dei paesi più indebitati e meno sviluppati; e infine portare da 190 attuali a 440 il numero delle merci che possono entrare in Cina senza dovere essere gravate dal peso dei dazi. Uno degli obbiettivi più ambiziosi, diviene quindi la creazione di tre o addirittura cinque zone di cooperazione commerciale ed economica in Africa, che prevede anche l’addestramento di 15mila professionisti africani che operino nel settore agricolo, culturale e medico, con una particolare attenzione alla lotta contro la malaria. Parallelamente al FOCAC, sempre nel novembre scorso, il premier cinese Web Jiabao, alla Conferenza degli imprenditori cinesi ed africani, da forma ad una sorta di tabella di marcia che preconizza un aumento del volume commerciale tra i due paesi fino a cento miliardi di dollari entro il 2010, con un cospicuo incremento rispetto ai già notevoli 39,7 miliardi di dollari nel 2005.

Cina e Africa: la questione energetica.

Nell’ultimo decennio la Cina ha visto un drastico incremento nella domanda di energia, la quale si combina con una diminuzione dell’attività estrattiva di petrolio e il calo della produzione di carbone. Questi elementi hanno spinto il governo di Pechino ad attuare programmi di ricerca energetica all’estero, volgendo il proprio sguardo verso i paesi africani. Dal 2004 la Cina è diventata il secondo paese più grande del mondo nel consumo di petrolio, preceduto dagli Stati Uniti. Il consumo cinese di petrolio ha una previsione di crescita del 10% annua, mentre per le importazioni di petrolio e di gas si preconizza un aumento del 33%. La produzione asiatica di petrolio e di gasi non si sviluppa abbastanza in fretta, non incontrando, inevitabilmente, la domanda di un paese in pieno sviluppo. Infatti, il 25% delle importazioni di petrolio utilizzato in Cina deriva dal continente africano e rispettivamente da paesi come: Sudan, Libia, Nigeria, Algeria, Gabon e Angola. Questo incremento delle importazioni ha condotto il governo di Pechino ad investimenti per milioni di dollari in territorio africano, per la costruzione di infrastrutture destinate alle estrazioni petrolifere, di gas, e altri minerali; con il risultato di 700 compagnie cinesi operanti in 49 paesi africani. Il legame tra governo e interessi cinesi, e sistemi di governo africano, diviene sempre più stretto, tanto da suscitare non poche perplessità nella comunità internazionale, come nel caso del ruolo giocato dalla Cina nel genocidio dei non-musulmani in Darfur. Il governo, per proteggere i propri pozzi di petrolio in Sudan e 10mila cinesi dipendenti, ha stipulato accordi con il regime dittatoriale di Khartoum, fornendo aiuti economici e militari durante la guerra civile, assicurandosi così, un accesso esclusivo alle risorse energetiche. Questo tipo di negoziazione rientra nello schema della "politica di non interferenza" adottata dalla Cina nei confronti dell’Africa, la quale separa nettamente, come ha recentemente dichiarato il ministro degli esteri cinese Zhou Wenzhong, la sfera del business da quella politica.

La politica estera cinese come strumento d’indirizzo della politica interna

Il rapporto che la Cina ha con l’Africa conserva ancora quell’eredità maoista che utilizza la politica estera come uno strumento di politica interna. Ne è una dimostrazione l’importanza data alla questione taiwanese (dal governo cinese definita come una questione interna), quando nel ’97 Pechino minaccia Pretoria di chiudere l’ambasciata di Honk Kong a condizione di una sua interruzione dei rapporti con Taiwan. E’ il principio di una sola Cina che costituisce la base politica per stabilire le relazioni sino-africane, come indicato in un documento ufficiale unilaterale nel 2005 durante una riunione ad alto livello tenutasi ad Addis Abbeba; infatti nello stesso anno il Senegal ha riconosciuto la Repubblica Popolare Cinese nell’illusione di un appoggio della Cina alla domanda di un seggio di sicurezza nell’ONU. La politica che sta assumendo il governo cinese in Africa assume caratteri tentacolari, assimilabili ad un cambio di guardia coloniale: dall’Occidente al governo di Pechino, sempre più alla ricerca di materie prime per alimentare un’impetuosa e inarrestabile crescita economica. In Cina, le nuove generazioni sentono il bisogno di conoscere il loro partner economico, e di spogliare il rapporto con esso da un antiquato carattere coloniale. Per questo motivo, viene fondato nel settembre di quest’anno il primo istituto universitario di Studi Africani in Cina, situato nella provincia cinese dello Zhejian. E’ un’iniziativa promossa dalla Zhejiang Normal University (ZNU) in collaborazione con la China Education Association, che si propone il compito di istituire nuove piattaforme di ricerca nell’ambito sociopolitico ed economico, per raggiungere come obbiettivo la formazione di giovani esperti in grado di agevolare rapporti tra Cina e Africa. Infatti, secondo Mei Xilin direttore della (ZNU) è proprio questo il passo decisivo per mutare le basi ideologiche che regolano attualmente i rapporti tra i due paesi, facendole aderire ad un circuito di conoscenza reciproca e di sostenibilità economica.

Link Correlati

  • Zhejiang Normal University – http://www.zjnu.net.cn/eng/about%20zjnu/introduction.htm
  • China Education Association – http://www.ceaie.edu.cn/

Fabio Slesio