Focus sul dopo Myanmar tra diplomazia e affari commerciali: le relazioni pericolose tra India e Birmania.

15 Ottobre 2007

YANGON: Per giorni sono state filtrate dagli schermi dei televisori e dai commenti degli inviati le immagini di quegli austeri abiti monacali, di quella moltitudine di visi inermi e indistinguibili l’uno dall’altro: centinaia, migliaia di religiosi scesi in piazza a far sentire la voce di una protesta che diventa col passare dei giorni una vera rivoluzione. Ma senza armi stavolta – strano, perché solitamente le rivoluzioni si fanno con le armi.

Hanno sfilato e hanno commosso l’intera platea occidentale, la quale sazia dei resoconti di cronache e reportage, si interroga ora sul possibile scenario geo-politico che questa protesta di inaudita spettacolarità e visibilità (si pensi che il governo birmano per ben 45 anni ha cercato di trincerarsi dietro una posizione di non facile penetrabilità), sta svelando o è in procinto di avviare. Unanime certamente la reazione di sdegno e di solidarietà alla popolazione civile e religiosa da parte degli osservatori, governi e poteri sovranazionali in primis. L’America tiene la testa e dirige il coro di quanti chiedono irrevocabilmente sanzioni economiche alla giunta di Than Shwe.

Apprendiamo quanto gli intrighi di natura diplomatica e commerciale disegnino le reali vicende della storia, e quanto ci costringano a tener conto di fattori quali interessi e convenienze d’ogni sorta, difficilmente conciliabili con questioni inerenti la salvaguardia dei diritti umani e della democrazia, quella democrazia di cui l’occidente vanta la paternità, tanto da averla resa un bene di consumo esportabile a chi non sia in grado di auto produrla.

DAL TIBET DI IERI, AL MYANMAR DI OGGI

Europa e Stati Uniti chiedono a gran voce una risoluzione esemplare che condanni l’operato del governo del Myanmar, la cui posizione è ora palesemente aggravata dagli episodi di spietata violenza perpetrata dalle forze armate ai danni della pacifica popolazione in protesta. Arresti e carcerazioni arbitrarie, raid e sanguinose repressioni nei monasteri buddhisti, poco e mal documentati, purtroppo. Uno scenario non nuovo, del resto: nelle strade vuote della ex capitale Yangoon vi è sentore di qualcosa di già noto, i segni lasciati dai disordini degli ultimi giorni hanno la stessa impronta dei metodi repressivi che il governo di Pechino, cinquant’anni fa, dispiegò contro i monaci buddhisti tibetani, in Tibet stavolta.

Monaci protagonisti e vittime, allora come oggi. E allora, al pari di oggi, come in una sorta di clonazione virtuale degli eventi, con l’acquiescente cordialità diplomatica delle potenze confinanti. Perché, giovi ricordarlo, l’India che nel ’50 accolse come legittima l’occupazione militare cinese dell’altopiano tibetano, riconoscendo la correttezza delle pretese di Pechino, oggi, mutatis mutandis, fa ugualmente passare in second’ordine la questione umanitaria, non intendendo minare i sani rapporti riallacciati tre anni fa con la giunta dei generali birmani. Sono ancora una volta ragioni di pura convenienza, necessari ai fini di un equilibrio geopolitica nella ragione, a illuminare lo scenario dei rapporti internazionali.

INDIA E BIRMANIA: RAPPORTI DI "BUON" VICINATO

La prossimità geografica e le comuni radici culturali hanno permesso legami solidi e duraturi tra l’India e la Birmania, quest’ultima divenuta Repubblica indipendente il 4 gennaio 1948, appena pochi mesi dopo la sua vicina.

I rapporti di mutua assistenza contemplati dal primo trattato quinquennale di pace e amicizia, siglato nel 1951, riflettevano un clima diplomatico improntato alla cordialità e al rispetto, assai più fecondo di quelli che l’Unione indiana riuscì a realizzare con le altre potenze confinanti. Negli anni seguenti, lo spettro del comunismo maoista e di una sua possibile intrusione nei territori birmani fornì all’India l’alibi diplomatico di creare, insieme al governo amico, un fronte comune anti-cinese. Il paternalistico controllo indiano delle frontiere birmane, a salvaguardia della pericolosa concorrenza cinese, si tradusse in un rinnovato auspicio alla concordia reciproca, contestualmente alla stipula di un trattato commerciale ad hoc tra le due potenze (1957).

Il colpo di stato del 2 marzo 1962 nell’odierno Myanmar ad opera del generale Ne Win causò reazioni di cauto riserbo da parte della diplomazia del sub continente. Del resto la politica del non-allineamento perseguita negli anni della Guerra Fredda, insieme al suo corollario della non-interferenza nelle questioni interne degli altri stati erano elementi bastevoli ad ammantare di insospettabile coerenza la posizione assunta dal governo di New Delhi. Era tuttavia inevitabile che alcuni cambiamenti sostanziali sarebbero occorsi nelle relazioni tra i due Paesi, e per l’avvenuto cambio di leadership politica in entrambi i governi, e per le urgenti questioni interne: la Birmania intenta a definire ed organizzare "la modalità socialista birmana"; l’India impegnata a ricostruire la sua lesa immagine di prestigio nel contesto asiatico sud-orientale, dopo la débâcle nella guerra di frontiera contro la Cina avvenuta quello stesso anno.

Il gelo diplomatico tra India e Myanmar piombò negli anni ’80, destinato a perdurare per più di due decadi. Solo nell’ottobre del 2004 il generale Than Shwe fu ricevuto con le debite onorificenze del caso dal governo indiano. Da allora l’India, nonostante avesse in passato sostenuto ufficialmente Aung San Suu Kyi (insignita peraltro del prestigioso premio "Nehru" dal ministro del Petrolio indiano Murli Deora), avallandone le rivendicazioni e l’immediato rilascio, ha nondimeno intessuto, con rinnovato entusiasmo e rampante slancio affaristico, rapporti di intesa commerciale con la potenza confinante. Non a caso è databile al 2005 una inversione di tendenza riguardo all’appoggio stesso offerto fino a quel momento alla leader del partito di opposizione, premio Nobel per la pace.

E oggi, a voler rintracciare le ragioni del tiepido interesse mostrato dall’India verso la scottante questione del Myanmar e dei sordidi metodi repressivi della dittatura al potere, basti documentarsi sui lucrosi affari intrattenuti con la giunta comunista birmana. In competizione, si sa, con l’altro privilegiato partner commerciale, il gigante asiatico cinese, che dal canto suo pone il veto alle Nazioni Unite a probabili sanzioni economiche contro l’autocrazia militare di Than Shwe.

Non stupisca dunque che la contesa per i diritti di sfruttamento dei giacimenti metaniferi nello stato di Arakan, tra gli altri, allontanino la prospettiva di un approccio umanitario o ispirato alla tutela della legalità nei riguardi dell’incresciosa questione birmana, da parte dei vertici del sub continente.

Ma l’appetibilità degli affari nel settore petrolifero, dei preziosi e del legname ha trascinato un nutrito elenco di paesi a stipulare accordi commerciali con la giunta dei dittatori – tutte le principali attività economiche e produttive sono ovviamente controllate dal regime. E a questo punto, il timore che accomuna India, Cina, e Russia, per certi versi, di venir presto surclassate dalla fagocitante economia americana, nascosta sotto le mentite spoglie dell’arcinota battaglia per i diritti, non appare poi tanto inverosimile.

E L’ITALIA?

Importanti esperienze imprenditoriali italiane sono altresì documentabili nel vorticoso circuito d’affari dell’economia birmana, tacciata, per giunta, di violazione dei fondamentali diritti sindacali e ambientali: deportazioni forzate nei campi di lavoro, irresponsabile sfruttamento delle foreste e in generale degli ecosistemi locali.

Alle cento e poco più aziende italiane coinvolte in significativi giri d’affari con l’Unione del Myanmar, il segretario generale della CISL, Raffaele Bonanni, ha chiesto pubblicamente pochi giorni fa di recidere i rapporti con la dittatura birmana, onde evitare di marchiare "col sangue" i propri profitti.

Si tratta di relazioni commerciali che contano un fatturato pari, per l’import, a circa 60 milioni di euro, e a 59 milioni per l’export. Oltre alle aziende del teak (BELLOTTI) e delle pietre preziose (VAN CLEEF & ARPLES; BULGARI), se ne annoverano nel settore dell’abbigliamento (OVIESSE; GARIGLIO CONFEZIONI) e in quello dei prodotti televisivi e dei sistemi analogici (LUXOTTICA; ELECTOSYS).

Attendiamo la loro replica.

Anna Ventresca