Galleria d’arte italiana va in Cina

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21 Febbraio 2007

SHANGHAI: Una galleria d’arte italiana parteciperà con uno stand di 40 metri alla Shanghai Art del prossimo aprile. "Gli organizzatori sono stati talmente entusiasti da dedicarci la copertina del catalogo della fiera", spiega Francesca Giazzi, curatrice di Bonelli Lab a Shanghai. La galleria mantovana, già presente a Mantova, Milano, Los Angeles e Barcellona, ha scelto come prossimo obiettivo Shanghai.

CA: In che cosa consiste il vostro progetto?

FG: Apriremo una galleria a Shanghai con l’obiettivo di esportare l’arte contemporanea italiana in Cina e, in futuro, di portare anche artisti cinesi in Italia per attività di interscambio. L’arte contemporanea cinese è fortemente influenzata dai modelli occidentali e l’Italia, che è il Paese dell’arte per eccellenza, non deve rimanere indietro. Sono rimasta delusa da molti eventi organizzati nel corso dell’Anno dell’Italia in Cina. Che cosa dovremmo esportare se non le nostre eccellenze, che sono la moda, i prodotti alimentari e l’arte?

CA: Perché avete scelto Shanghai?

FG: Anche se la capitale artistica è Pechino, abbiamo scelto di puntare sul mercato di Shanghai perché è commercialmente più attivo. Considero Shanghai "un pentolone di stimoli", una realtà estremamente positiva e dinamica che offre, a chi vuole impegnarsi, la possibilità di realizzare progetti grandiosi.

CA: Come vi state muovendo?

FG: Il primo passo sarà partecipare alle fiere per introdurre in Cina i primi artisti italiani. Per la Shanghai Art, ne ho selezionati quattro: Dany Vescovi, Davide Nido, Michelangelo Galliani e Nicola Torcoli. Siamo anche in contatto con un consulente locale e con un architetto di Taiwan, che ci stanno aiutando a valutare le opportunità di inserimento in una warehouse. Soprattutto nel momento di ingresso nel mercato, è fondamentale dare spazio alla comunicazione secondo i criteri locali. Per esempio, in occasione della fiera di aprile, organizzeremo un incontro con gli artisti italiani: un evento non indispensabile in Europa ma necessario in Cina, dove il pubblico ha bisogno di tangibilità e interazione. E’ importante curare i particolari, come i biglietti da visita. Per sondare i gusti del pubblico, ne abbiamo creati alcuni con l’immagine dei nostri artisti; l’idea ha riscosso un vivo interesse.

CA: Secondo quali criteri ha scelto i quattro artisti?

FG: Il pubblico cinese apprezza soprattutto immagini colorate, divertenti, astratte; si ferma alla prima lettura ed è sensibile al "brand". Per la nostra prima fiera ho così scelto artisti giovani ma già affermati, con esperienze all’estero. Per esempio, Vescovi ha collaborato con marchi come Bacardi e Levis, fattore che esercita un’influenza immediata sul pubblico cinese. Una volta individuati gli autori, ho dovuto prestare molta attenzione ai tipi di opere da portare in Cina: se per noi è scontato dedicare una parete intera a un capolavoro d’arte, in Cina un quadro è spesso considerato solo un pezzo d’arredamento decorativo, una macchia di colore.

CA: Mostrando al pubblico solo il volto "facile" dell’arte contemporanea, non si rischia di tralasciare il senso profondo spesso nascosto?

FG: No, perché il pubblico cinese è attento, ragiona e ha la curiosità di andare oltre. Oggi non possiede una grande cultura d’arte contemporanea né ha il desiderio, in un momento storico di ottimismo e distacco da un passato difficile, di riflettere di fronte a opere socialmente e politicamente impegnate. Ma in futuro desidererà approfondire il significato dei capolavori che inizialmente lo hanno attratto solo visivamente.

CA: Qual è il vostro target?

FG: Le classi benestanti, che iniziano a interessarsi d’arte. Si tratta in genere di esterofili, che hanno viaggiato e si sono resi conto che l’arte occidentale possiede basi solide. Per questo sono alla costante ricerca dell’"originale" e desiderosi di affinare il proprio gusto.

CA: Collezionisti a parte, il largo pubblico è attratto dall’arte italiana contemporanea?

FG: I cinesi sono abili in tanti settori, ma mancano notoriamente di creatività, per questo sono attratti dall’arte italiana, che incarna le caratteristiche opposte: estro e improvvisazione. Proprio perché non hanno l’occhio addomesticato, possiedono maggiore sensibilità e sono capaci di apprezzarne la vera essenza con un approccio spontaneo. Alla Biennale di Shanghai, per esempio, ho visto un forte interesse. Si può dire che l’opera d’arte per eccellenza fossero i visitatori: attaccati ai quadri come i bambini, si divertivano con l’arte, la consideravano viva, la volevano toccare, al punto che hanno rotto alcuni pannelli. Da un evento del genere, la creatività che non può che guadagnare: il fine dell’arte, soprattutto contemporanea, è proprio quello di scatenare emozioni spontanee.

CA: E’ attiva l’Italia a Shanghai in campo artistico?

FG: Purtroppo non molto. Ci sono alcune esibizioni interessanti, ma poco pubblicizzate. Si ha l’impressione che molti eventi siano organizzati esclusivamente con l’obiettivo di creare risonanza in Italia. Le difficoltà sono comprensibili, considerato che già in Italia l’arte è poco supportata dalle istituzioni. Per divenire internazionale, e soprattutto in un mercato nuovo e governato da diverse dinamiche come quello cinese, avrebbe bisogno a maggior ragione del supporto di forti realtà economiche. Solo partecipare a una fiera, che è il primo passo, richiede costi ingenti. Bisogna osare, consci dei rischi di un mercato nuovo e imprevedibile, superare gli scoraggiamenti e ragionare con lungimiranza.

CA: Progetti futuri?

FG: Vorremmo partecipare a Shanghai Contemporary, in programma per il prossimo settembre a Shanghai. La fiera, organizzata da Bologna Fiere, Lorenzo Rudolf e Pierre Huber, sarà una prima importante vetrina per gli artisti contemporanei occidentali in Cina.

CA: Ci svela qualche "trucco comunicativo" per conquistare il pubblico cinese?

FG: Di fronte all’arte contemporanea italiana, i cinesi sono ancora "tabula rasa", quindi facilmente ingannabili. Ma chi pensa di fare affari "da conquistatore onnipotente" vendendo opere di scarso valore a collezionisti inesperti, commette un grosso errore. Basta osservare l’atteggiamento dei visitatori cinesi alle mostre: amano informarsi, prendono appunti di fronte alle opere, fanno ricerche su Internet, non vogliono farsi trovare impreparati. I nostri artisti potranno avere successo solo presentandosi in punta di piedi e conquistando la fiducia dei cinesi nel modo più onesto.

Marzia De Giuli

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