Giappone, 44esima edizione di Shoes From Italy: qualità e creatività premiate ma piccola flessione nell’export.

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8 Aprile 2009

TOKYO: All’appuntamento si sono presentate ben 30 aziende calzaturiere a rinnovare direttamente su suolo giapponese, le intuizioni made in Italy già valorizzate durante il precedente MICAM e altre fiere di settore avute luogo in Italia.

A rendere più significativo l’evento e a soddisfare la curiosità della controparte giapponese è intervenuto l’esperto di moda Aldo Premoli.

In occasione della presentazione delle tendenze, è stato inaugurato "MICROMUSEUM 4", una esposizione di calzature storiche, fornite per l’occasione dal Museo Internazionale della Calzatura Pietro Bertolini di Vigevano, dal Museo della Calzatura Cav. Vincenzo Andolfi di Sant’Elpidio a Mare e Costituendo Museo della Calzatura dei Maestri Calzaturieri del Brent

Il settore calzaturiero rappresenta uno delle più importanti chiavi d’esportazione del nostro mercato. Basti pensare che nello scorso anno le importazioni di calzature italiane in Giappone hanno raggiungo un valore di quasi 335 milioni di dollari, registrando solo un leggerlo calo dello 0,6%.

In effetti pur in piena atmosfera di recessione economica, il mercato giapponese si assetta fra uno dei più importanti al mondo per questa tipologia di produzione, e, soprattutto, in gran parte dimostra di saper distinguere e riconoscere la qualità dei prodotti, dei materiali e l’originalità delle linee.

Una sensibilità che permette all’Italia, anche per quest’anno, di posizionarsi al secondo posto fra i Paesi con più alto indice di esportazione in Giappone. In testa la Cina che traina le esportazioni in territorio giapponese con un fatturato di quasi 3 miliardi di dollari.

Se da una parte il dragone cinese ha ottenuto il primato per competitività assoluta di costi e volumi produttivi, dall’altra l’Italia mantiene da anni il podio della qualità sia in termini di materiali che di modalità produttiva combinata ad una intensa vena creativa.

Ciò dimostra che in periodi di crisi economica e di recessione, non è solo il prezzo a giocare un elemento di selezione fondamentale per l’acquirente, bensì intervengono elementi chiave quali la tradizione, l’esperienza e la fiducia non solo in brand affermati ma anche nella produzione artigianale in cui moltissime PMI italiane si riconoscono ancora.

Al di là dei punti di forza, credo che l’occasione serva anche da momento di autocritica nel soppesare che, al di là del grande divario che separa il nostro margine di export da quello di altri competitors asiatici come Vietnam (192 milioni), Indonesia (109 milioni), Birmania (56 milioni) e da quello di concorrenti europei di gran lunga distaccati nella classifica (la Spagna al nono posto con 41 milioni e la Germania al decimo con 35 milioni), l’Italia sia l’unico Paese nella classifica dei 10 a segnare un ribasso dello 0,6 % nelle esportazioni in Giappone, escludendo la Cambogia che tracolla con una perdite nell’export del 18 %.

Se il motivo di questa piccolo freno non è sicuramente da relegare ai tassi di cambio o alla qualità dei prodotti, forse viene più da pensare alla dinamica commerciale, alla pazienza nella negoziazione e all’abilità comunicativa degli italiani nei confronti del mercato giapponese, da sempre attento a particolari confini di confronto tecnico e commerciale.

In seconda istanza la crisi del sistema bancario e il freno ai finanziamenti ha certamente rallentato la forza produttiva e innovatrice di molte imprese, ponendo un freno sostanziale alla stessa anima creativa del settore, molto amata e apprezzata nonché ripagata dai giapponesi.

E’ il momento giusto, perciò, per riflettere non sconfortarsi e realizzare la solidità dei nostri prodotti su mercati chiave quali quello giapponese, ottimizzando risorse e investendo forse non solo sulla quantità di produzione, quanto sulle conoscenze di mediazione, ricerca e cura delle relazioni commerciali.

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da Tokyo, Paolo Cacciato

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