Giappone: Crescita economica fra suicidi e malessere sociale

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18 Maggio 2007

TOKYO: Società giapponese e depressione. Un binomio che non ha nulla di nuovo se non il dato che conferma il persistere di una tendenza patologica tale da condurre il malato a compiere i gesti più estremi, fino ad arrivare al suicidio.

I dati pubblicati oggi sulla stampa giapponese parlano chiaro: ben il 52% dei suicidi registrati lo scorso anno sono da ricollegarsi a patologie mentali causate da stress e da problemi riscontrati nell’esercizio dell’attività lavorativa.

Le informazioni, rilasciate dal Ministero della Sanità, rappresentano non solo un quadro chiaro della portata problematica che la questione riveste a livello sociale e sanitario, ma chiarificano anche quanto tale patologia venga a pesare sul bilancio pubblico. Basti pensare ai rimborsi offerti dal governo alle famiglie colpite da disgrazie di questo genere: solo nell’ultimo anno ben 65 casi hanno beneficiato del rimborso governativo, rispetto ai 42 dell’anno precedente. Un dato che conferma la tendenza a salire del problema.

E’ poi il ministro della salute Junichiro Kurashige, in una dichiarazione ufficiale, a confermare i costi della "depressione" per le casse dello Stato: "Oltre ai rimborsi destinati alle famiglie dei suicidi dobbiamo tener conto della mole di sostegni economici forniti a coloro che soffrono di patologie mentali aggravate, quali stress da lavoro e schizofrenia" spiega Kurashige "in solo un anno abbiamo registrato un aumento dei casi patologici di oltre il 60%".

Le cause di questo malessere non sono limitatamente socio-culturali. In diverse ricerche condotte in cooperazione con il Ministero del Lavoro è emerso come lo sfondo lavorativo e le dinamiche strutturali dell’economia giapponese post bolla speculativa abbiano negli ultimi vent’anni aggravato notevolmente l’accesso delle risorse umane al mercato del lavoro o l’abbiano favorito in una portata assolutamente insostenibile per tipologie di contratto, remunerazione e orari di lavoro.

Anche se i pareri comuni di economisti e tecnici rassicurano per la salute dell’economia giapponese, sono molti i problemi strutturali che aggravano la serenità lavorativa di molti dipendenti e rallentano l’operosità di una delle società più dinamiche al mondo.

L’economia segna una crescita costante del 2% all’anno così come sembrano non accennare a diminuire i profitti delle aziende operative sul mercato giapponese. La disoccupazione, inoltre è perennemente fissa al di sotto del 4%, così come sembrano essersi riaperte nuovamente le opportunità per tutti i giovani laureati e professionisti che riescono facilmente a trovare un lavoro dalla portata "sicura".

Il problema della depressione e dei suicidi, che a quanto pare non accennano a diminuire nemmeno in una fase di crescita e di risanamento strutturale, richiamano però all’attenzione di tutti la problematicità di quella classe lavorativa "perduta", che stenta a costruire il proprio futuro famigliare e la propria serenità professionale proprio a causa dell’assenza di una base contrattuale e retributiva solida. E’ il caso di oltre 3 milioni di lavoratori giapponesi fra i 25 e i 34 anni, che a partire da dieci anni fa, sono caduti nelle dinamiche di accelerazione lavorativa voluta dal Governo per risollevare l’economia post bolla speculativa. Le aziende sono state indirizzate alla politica dell’assunzione contrattuale a tempo determinato, senza riconoscimenti di bonus, assistenza previdenziale o di sicurezza sul lavoro. Si iniziò a parlare così di keiyakushain, lavoratori a contratto impegnati in attività full time ma sottopagati rispetto ai regolari kaishain (lavoratori assunti con contratto a tempo indeterminato dall’azienda), con straordinari imposti e non pagati e senza riconoscimento sindacale. Così come moltissimi sono gli hakenshain, lavoratori assunti da agenzie interinali e che passano sotto il controllo di queste da un lavoro all’altro a seconda delle esigenze dell’agenzia, o i freeters, lavoratori liberi senza vincoli contrattuali che cercano di associare l’immagine dinamica e stimolante del libero professionista a una realtà lavorativa che in realtà li occlude a lavori sottopagati e dequalificanti.

La questione si fa ancora più allarmante se si pensa alla condizione dei NEETS (acronimo inglese per not employed, in education or training), veri e propri nulla facenti, disoccupati, salvati da un sostegno economico mensile ricevuto dallo Stato e additati a parassiti sociali.

Una realtà a cui le più grandi aziende giapponesi cercano di far fronte attuando nuovi programmi di reinserimento contrattuale. È il caso di Toyota Motors che dal 2001 ha visto crescere ad oltre 10.000 il numero dei dipendenti con contratto a breve termine e che ha già provveduto all’inserimento di 1000 di essi secondo regolare contrattualistica. Sull’esempio di Toyota sembrano muoversi anche altre grandi aziende, su pressione anche della Keidanren giapponese (Federazione delle organizzazioni economiche), come la NTT (Nippon Telegraph & Telephone Corp) e la Canon.

Ma il dato significativo è segnalato dalla difficoltà dei cosiddetti "lavoratori perduti", di far fronte alla concorrenza dei neolaureati. Un decennio trascorso in balia del precariato e della variazione di posizioni lavorative non ha fatto altro che dequalificare molte figure e renderle inadatte al nuovo mercato del lavoro che esige sempre più freschezza, pluricompetenza linguistica e tecnica e soprattutto voglia di mettersi in gioco. Dinamismo e ottimismo che forse è mancato agli oltre 32000 depressi suicida registrati negli ultimi 3 anni.

Paolo Cacciato

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