Giappone: fiducia al Made in Italy

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16 Aprile 2007

TOKYO: Prosegue qui a Tokyo, così come parallelamente in diverse località del Giappone, il fitto calendario d’eventi che vede l’Italia e in particolar modo l’imprenditoria italiana, come protagonisti del dialogo promozionale e d’alto profilo qualitativo voluto dalla rassegna Primavera Italiana in Giappone 2007, inaugurata lo scorso 19 marzo dal Vice Presidente del Consiglio, On. Francesco Rutelli.

Uno degli ultimi seminari di particolare rilievo, realizzatosi tramite il contributo dell’ICE, l’Istituto italiano per il commercio estero, ha permesso il confronto fra le dinamiche produttive e organizzative dell’imprenditoria tessile italiana e della produzione dell’enogastronomia nostrana con le richieste e la aspettative del mercato giapponese. La conferenza, che prosegue un filone d’appuntamenti incentrati sulla promozione della qualità made in Italy, si è tenuta la scorsa settimana presso l’Istituto Italiano di Cultura a Tokyo e ha ospitato l’intervento di due esperti italiani in fatto di tutela del riconoscimento nel marchio dei caratteri di distinzione e qualità. Trattasi dell’Avv. Serena Moretti — Responsabile Affari Legali della Federazione Imprese Tessili e Moda Italiane (Federazione SMI-ATI) e l’Avv. Pier Maria Saccani — Segretario Generale dell’Associazione Italiana Consorzi di Tutela delle Indicazioni Geografiche (AICIG).

I relatori hanno presentato al pubblico giapponese alcuni degli strumenti che le imprese italiane e il sistema pubblico italiano ed europeo utilizzano per garantire al consumatore la qualita’ dei prodotti, e quindi la loro tracciabilita’ attraverso specifici marchi di garanzia. Tema molto caro ai buyers giapponesi, quello sugli strumenti di "sicurezza" e garanzia sulla qualità dei prodotti, soprattutto in seguito a spiacevoli situazioni che li hanno più volte visti protagonisti al centro di truffe nella compravendita di marchi falsi, come spiega Junko Kuruma, presente fra gli ospiti ed esperta sui distretti industriali tessili giapponesi.

Ma nella presentazione dei due relatori è emerso molto di più di un elenco di normative e di sistemi di tracciabilità. Quello che si è potuto toccare con mano, soprattutto per soddisfare la curiosità giapponese in merito, è la vera e propria percezione della mole produttiva dell’imprenditoria italiana nel tessile e del coinvolgimento di altri settori quali pubblicità, tecnologia e design, atti a sostenere e ad amplificare la dinamica dei processi di mercato, permettendogli d’acquisire competitività e risonanza a livello internazionale. Questo quadro è emerso in particolar modo dall’intervento della responsabile per gli affari legali della SMI-ATI, l’Avv Moretti, che oltre ad aver tracciato il profilo di quella che è una delle più grandi organizzazioni mondiali del tessile- moda, con oltre 1500 aziende di settore associate nel progetto di promozione e tutela della produzione e del mercato, ha affrontato un excursus nella differenziazione produttiva dei singoli e principali distretti italiani, spiegando come ciò che contraddistingua il tessile made in Italy da qualsivoglia altra origine è dato principalmente da una cura che coinvolge il prodotto in fasi sia precedenti che successive alla produzione stessa. "Si può realmente parlare di una catena di valori" — spiega Moretti — che, eccezionalmente per il caso nostrano, avvicina lo studio del design, atto a trasformare il sapere tecnologico in vera e propria arte, all’attività di un industria che mira costantemente al miglioramento tecnologico per poter garantire ai consumatori alta qualità ad un prezzo contenuto. Sforzi che però non si perdono nella semplice messa in vendita del prodotto, ma che amplificano il loro valore nella catena che lega la pubblicità, lo studio dell’immagine e la comunicazione commerciale al prodotto stesso — conclude Moretti.

Il riferimento concreto ad un centro di produzione in Italia che abbia ormai pienamente consolidato il connubio fra design, industria e comunicazione pubblicitaria è caduto su Milano, dove si concentrano le principali attività in Italia d’ideazione, progettazione e creazione, così come la massiccia promozione, comunicazione nonché distribuzione del prodotto. E’ immediato, perciò, il richiamo a Milano quale sede dei più importanti atelier di moda, centro propulsivo di studio delle nuove tendenze e sede delle più importanti scuole per giovani stilisti sia italiani che stranieri. Non è da dimenticare difatti, come segnalano le controparti giapponesi, Junko Kuruma e il Prof. Masashi Shioda — Consulente della Japan Sommelier Association a Professore di cultura gastronomica italiana presso la ‘Atami International School of Turism, che Milano è una delle mete predilette dei giovani artisti, intellettuali e imprenditori giapponesi con l’interesse per la moda e il design.

E’ naturale che alta qualità e prestigio comportino il rischio di contraffazione e soprattutto di grande richiesta nel mercato di merce contraffatta. Una grandissima percentuale indicante la concentrazione di merce contraffatta e presentata al seminario è legata proprio alla merce prodotta in territorio italiano, una quantità tale da poter tranquillamente competere con quella proveniente dall’estremo oriente a cui spesso si associa la fama di "contraffattore unico" del Made in Italy. Ecco allora presentare per quanto concerne il tessile, una serie di marchi particolari d’attestazione d’origine di qualità, quali il marchio "Biella the art of excellence", "Seri Co." E "Sposa Italia".

Sempre sulla stessa linea ma di differente argomentazione, il contributo di Maria Saccani che da Segretario Generale dell’Associazione Italiana Consorzi di Tutela delle Indicazioni Geografiche (AICIG), ha impiegato il tempo a sua disposizione per introdurre la normativa europea di regolamentazione sul marchio e di denominazione d’origine controllata. Anche i numeri tracciati nella presentazione danno un’idea più che chiara della consistenza dell’industria alimentare per quanto concerne il fatturato nelle esportazioni: ben 15 miliardi di euro, escluso il commercio all’estero dei vini che segnala un fatturato annuo di 4,5 miliardi di euro. Dati che rivelano la popolarità dell’enogastronomia Made in Italy ampiamente danneggiata negli ultimi anni da prodotti privi di certificazione, come dimostra una ricerca condotta nel 2002 sul mercato statunitense dove la quantità di prodotti contraffatti e spacciati per certificati ha rappresentato il 60 % del totale. Ecco allora tracciare dal legale una carrellata di azioni di sicurezza messe in atto dalla Comunità Europea a salvaguardia dei prodotti di origine controllata.

Dati alla mano, anche il mercato dell’enogastronomia, così come quello della moda affrontato nello scorso special sulle sfilate italiane a Tokyo, dimostrano chiaramente il persistere delle fiducia dei buyers giapponesi per i prodotti italiani, anche se l’atteggiamento dei nostri partners commerciali asiatici sembra essere cambiato in una prospettiva leggermente più attenta e meno scontata sulla scelta di cosa e soprattutto da chi comprare. Constatazione chiara anche alle associazioni di categoria italiane che proprio in occasioni come questa cercano di rassicurare gli acquirenti chiarendo come l’intenzione sia quella di commerciare assieme in un’ottica della trasparenza e soprattutto della sicurezza.

Paolo Cacciato