Giappone: una nuova generazione è nata dalla crisi

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19 Maggio 2006

TOKYO : Spesso demotivata e disinteressata, la nuova generazione di giapponesi non vive più il lavoro come una priorità, ma preferisce vivere la vita come meglio crede.

"Un impiegato di ufficio non può nutrire grandi speranze per il futuro", sostiene un po’ cinicamente Takao Kimijima, trentenne, che guadagna 5 milioni di yen (35.416 euro) l’anno, un po’ più della media degli impiegati giapponesi.

Takao è l’immagine di una nuova generazione di giapponesi, di giovani che vivono ascoltando i loro desideri, ad anni luce dallo stacanovismo che ha caratterizzato la vecchia generazione dei gentiori e dei nonni.

"Non voglio che il mio lavoro rovini la mia vita privata", afferma Takao.

Cresciuta all’indomani della recessione economica, alla fine degli anni ’90, questa generazione non ha mai conosciuto la sicurezza dell’impiego a vita, il fondamento di tutte le maggiori imprese giapponesi prima dello scoppio della "bolla" speculativa..

"Quel sistema non vale più oggi. Solo una piccola percentuale della popolazione riesce ad approfittare dei risultati della prosperità economica, mentre la maggior parte delle persone non può sperare né in un aumento né in un salario fisso", si lamenta Kimijima.

Il Giappone del 2006 ha poco a che fare con la nazione decimata dalla Seconda Guerra Mondiale, uscita dalla miseria per diventare in pochissimo tempo la seconda potenza economica mondiale.

Un’intera generazione di giapponesi ha vissuto per anni nello sforzo di ricostruire il Paese e di fare dell’Arcipelago un gigante economico.

Sebbene abbia beneficiato per un periodo di un sistema equo di ridistribuzione della ricchezza, che è anche all’origine della classe media dominante, tuttavia, gli anni della crisi e l’aumento del gap sociale hanno distrutto il mito egualitarista generando una classe sociale disillusa.

Questo fenomeno sociologico è stato perfettamente descritto in "Karyu shakai" ("la bassa società"), un best-seller pubblicato lo scorso settembre da un esperto di marketing, Atsushi Miura.

Negli anni ’60, gli impiegati giapponesi "sgobbavano" per comprarsi una televisione, simbolo della riuscita e dell’appartenenza alla classe media, ricorda Miura.

Oggi, i membri di questa "bassa società" spendono senza controllo solo per possedere dei gadget personali (lettori DVD o computer) o semplicemente per il piacere di farlo.

La maggior parte degli appartenenti a questa nuova categoria sociale sono trentenni, cresciuti in un Giappone prospero senza aver mai conosciuto il significato di sacrificio.

Aspirano semplicemente ad essere sé stessi , piuttosto che identificarsi in un gruppo come si usa fare in molti Paesi asiatici, sottolinea Miura.

Secondo gli esperti, il loro disincanto, combinato ad uno stile di vita più individualista, è una delle cause principali dell’attuale crisi demografica del Giappone: si sposano tardi o affatto e non vogliono avere figli.

Secondo l’economista Ryuichiro Matsubara, ciò sottolinea il "tratto unico" di questo "Giappone della bassa società", piuttosto soddisfatto della sua situazione, ma che ha comunque rinunciato a qualsiasi ambizione sociale.

Ylenia Rosati