Giapponesi e design italiano: un idillio senza fine. Intervista ad Alessandro Borelli, General Manager di Artemide Japan.

15 Ottobre 2007

DALLA NOSTRA CORRISPONDENTE A TOKYO: Artemide, l’azienda fondata da Ernesto Gismondi e Sergio Mazza, si è aggiudicata con la lampada Itis, disegnata da Naoto Fukasawa, il riconoscimento "Best of the Best 2007" al Red Dot Design Award, la prestigiosa competizione internazionale che si svolge annualmente a Essen in Germania. Questo è solo l’ultimo di una lunga serie di premi vinti da Artemide che, con i suoi apparecchi d’illuminazione, fin dagli anni Settanta è stata portavoce del design italiano nel mondo. Corriere Asia ha intervistato Alessandro Borelli, chiamato nel 2006 a dirigere la filiale giapponese dell’azienda. Laureato in Lingue Orientali a Venezia, vive in Giappone dal 1996. Nel biennio 2000-2002 e poi ancora dal 2005 al 2006 è stato Segretario Generale della Camera di Commercio Italiana a Tokyo.

Corriere Asia: Quando è cominciata la tua avventura in Giappone?

Alessandro Borelli: Nel 1996, dopo la laurea in Lingue Orientali a Venezia e il servizio civile sono venuto in Giappone con l’intento di stare un paio di anni per migliorare la lingua. Da allora non sono più tornato in Italia, e il Giappone è diventato la mia casa.

CA: La tua lunga esperienza alla Camera di Commercio Italiana a Tokyo ti ha permesso di osservare il mercato giapponese da una posizione privilegiata. Quali sono, secondo te, le difficoltà e i vantaggi dell’investire in Giappone?

AB: Investire in Giappone richiede pazienza, costanza e soprattutto serietà. Sono molte le aziende italiane che vedono il Giappone come terra di facili guadagni, forse per il falso mito che si è creato alla fine degli anni Ottanta, secondo il quale i giapponesi compravano tutto e non badavano a spese grazie a un’economia fortissima e a uno yen altrettanto solido. Sappiamo com’è andata a finire e ora dopo anni di crisi economica il Giappone si sta lentamente riprendendo, ma c’è molta più attenzione alla spesa.

CA: Pensi che, rispetto al passato, sia più facile per un’impresa italiana imporsi sul mercato giapponese?

AB: Sì e no, nel senso che talvolta le aziende italiane tendono a pretendere risultati subito, senza conoscere il Paese e senza capire che se non conquisti la completa fiducia dei partner o dei clienti giapponesi non puoi andare lontano. Comunque prima di poter vedere i risultati ci vogliono almeno 3-5 anni. Inoltre, soprattutto in questo momento, il consumatore giapponese è disposto a spendere solo se gli viene garantita la migliore qualità: il made in Italy è molto apprezzato proprio per questo, ed è questa la priorità di qualsiasi azienda che vuole imporsi nel mercato giapponese. E’ ovvio che se si vuole fare concorrenza con la Cina, il prezzo (anche per il deciso apprezzamento dell’Euro) non può essere un punto forte, mentre il design e la qualità lo sono: ecco perché bisogna investire in questo settore.

CA: Ora la tua nuova avventura in Artemide: come è iniziata e di cosa ti occupi?

AB: Sono stato selezionato per dirigere la filiale giapponese di Artemide Group. Importiamo e distribuiamo i prodotti Artemide per il mercato giapponese.

CA: Giapponesi e design italiano: qualcuno parla di idillio, tu cosa ne pensi?

AB: I giapponesi ci amano, amano e conoscono il nostro design sicuramente più di quanto noi conosciamo il loro. E’ tutto legato alla nostra cultura e alla cultura industriale che anche qui ci invidiano. La mia azienda, per esempio, propone prodotti disegnati dai più famosi designer di tutto il mondo, che sono riusciti a creare le loro opere solo grazie alla capacità di realizzazione proprie di un’azienda italiana.

CA: In occasione di un convegno organizzato dal Centro Estero CCIAA Veneto hai affermato che l’amore dei giapponesi per l’Italia spesso non è ricambiato. Come si può rimediare?

AB: Segnali di un certo cambiamento delle cose si sono visti proprio quest’anno in occasione della manifestazione "Primavera Italiana in Giappone": numerosi Ministri e soprattutto il Presidente del Consiglio ha rimesso piede sul suolo giapponese dopo anni di (colpevole) assenza. E’un buon inizio, speriamo che continui…

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da Tokyo, Mariaelena Vazzoler