Gioielli, primi passi verso il Made in Italy

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29 Gennaio 2007

HONG KONG: Loffredo, azienda familiare fondata a Napoli nel 1970, ha una lunga esperienza nel commercio con i Paesi asiatici.

Specializzata in sculture di corallo, dagli anni ottanta ha iniziato a produrre pezzi unici di alta gioielleria. Dagli anni novanta ha scelto la strada dell’innovazione, passando alla produzione seriale basata sulle tecnologie metallurgiche.

"Gli scambi con l’Asia sono sempre stati intensi: esportavamo corallo italiano lavorato e importavano quello asiatico", spiega Ernesto Miraglia, manager Asia-Pacifico.

CA: Nel 2005 avete aperto la vostra sede asiatica a Hong Kong; perché avete scelto di stabilirvi nell’ex colonia britannica, quando le grandi aziende si stanno trasferendo in Cina?

EM: Per il settore della gioielleria, Hong Kong è un mercato maturo, molto competitivo ma non saturo. E’ una delle prime piazze asiatiche, insieme al Giappone e a Singapore. Le stesse classi agiate cinesi vengono a Hong Kong apposta per fare shopping.

CA: Sta crescendo anche il mercato della Cina continentale?

EM: Il mercato cinese non è ancora pronto per apprezzare la gioielleria italiana; ad oggi le nostre aziende non hanno modo di competere con i grandi brand internazionali. La strada è lunga, a meno che non siamo disposti a perdere. Il motivo principale è che i cinesi acquistano un gioiello in base al numero dei carati e dei grammi, prediligono cioè il valore intrinseco rispetto a quello estetico. La qualità del design e della manifattura, punto di forza delle aziende italiane, non appartiene ai loro canoni di giudizio e passa perciò in secondo piano.

CA: Così gli hongkonghini sono molto più avanti rispetto a loro?

EM: Anche qui non esiste la tradizione di scegliere pezzi unici. Hong Kong è un’isola ricca, e l’acquisto di un gioiello costituisce soprattutto un investimento. I consumatori sono però mediamente ben informati e stanno cominciando a dare più peso al valore estetico.

CA: Su che cosa avete puntato per conquistare i clienti?

EM: Avevamo due scelte: snaturare i nostri gioielli oppure diffondere il brand. Abbiamo preferito la seconda, che è di lungo termine e che significa adattarci sì al mercato locale con qualche modifica – come ridurre le dimensioni e privilegiare la quantità di oro e di pietre preziose — ma senza stravolgere la tradizione del nostro brand e puntando invece a rafforzarne l’immagine.

CA: Avete dovuto rinunciare a qualche vostra caratteristica?

EM: Forti della lunga esperienza asiatica, dagli anni novanta davamo ai nostri gioielli un’evidente connotazione orientale. Ma quando li abbiamo esportati, ci siamo resi conto che, benché made in Italy, non incontravano il gusto dei clienti cinesi, alla ricerca di un’"italianità" anche estetica. Abbiamo così ricominciato a disegnare forme tipicamente italiane.

CA: Ci traccia il profilo del vostro cliente medio?

EM: Il target di Loffredo sono le donne sofisticate, che si identificano in due tipi di signora: la moglie ricca e la donna single in carriera.

CA: Qual è il loro atteggiamento di fronte ai prezzi?

EM: I prezzi dei nostri gioielli, che variano da 3500 fino a 200.000 euro, non costituiscono un problema per la maggior parte delle acquirenti, che spendono con autonomia. E’ curioso notare che mentre le signore occidentali — pari al 10% dei nostri clienti — amano fare acquisti in compagnia del marito, quelle cinesi decidono da sole, esclusivamente in base al proprio gusto.

CA: Quali canali di vendita utilizzate?

EM: Distribuiamo i nostri gioielli attraverso grandi centri commerciali e show room su appuntamento, e partecipando a eventi e fiere commerciali soprattutto a Hong Kong (marzo e settembre), a Tokyo (gennaio), in Corea del Sud e anche in Cina.

CA: Progetti in arrivo?

EM: Vorremmo aprire un negozio a Hong Kong entro la fine di quest’anno. Si tratta di un passo coraggioso per una piccola azienda come la nostra. Il mercato asiatico è difficile e presuppone una perfetta organizzazione operativa e finanziaria.

Marzia De Giuli