Giovani talenti indiani protagonisti negli atelier internazionali.

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1 Settembre 2008

INDIA: È l’arte contemporanea indiana la nuova protagonista nelle case d’asta internazionali. Lo rivelano gli addetti ai lavori di un mercato che non sembra conoscere crisi, e sempre in grado di tenere vivo l’interesse di collezionisti, investitori o semplici appassionati. Indubbiamente, il merito va al continuo rinnovamento dell’offerta di opere d’arte, le quali tuttavia iniziano a seguire rotte commerciali diverse rispetto al passato, specchio della nuova geografica della ricchezza, caratterizzata dalla scesa in campo di agguerriti, ricchissimi compratori provenienti da Russia, Cina, India e Paesi Arabi.

Autori di avanguardia

In questo complesso sistema di mercato, talmente peculiare da costituire una sorta di universo parallelo, stanno emergendo i talentuosi autori indiani, principalmente giovani, capaci di trasformare gli opposti di una società complessa in avanguardia creativa. Pittori, scultori, video artisti e installatori, cresciuti entro confini in cui è forte il contrasto tra l’arcaicità delle campagne e lo sviluppo urbano. L’arte si trasforma dunque in una reazione ai profondi squilibri e alle contraddizioni del tessuto sociale, in un processo creativo alimentato dalla scelta di confrontarsi con opposti quali spiritualità e mondo materiale, sottosviluppo e tecnologie avanzate, fragilità postcoloniale e riconoscimento politico internazionale. In nessun altro luogo la globalizzazione ha assunto toni esasperati come in India, allo stesso modo gli artisti indiani sono riusciti a distinguersi, spingendosi verso la sperimentazione dei materiali e una profonda autonomia espressiva, che li collocano ai vertici nell’avanguardia dell’arte contemporanea.

L’arte del business

Parliamo di firme celebri come Francis Newton Souza — in foto; scomparso nel 2002 –, autore di "The Red Road", dipinto battuto a Londra lo scorso maggio per oltre 721 mila euro, best price dell’asta. Nella stessa occasione furono assegnati l’istallazione "Each Father lost (VIII)" di Atul Dodiya, 172 mila euro, poi per 127 mila euro "A Handful of Ashes" di T.V. Santhosh, rivalutati rispettivamente del 40% e 150% sulla stima massima. Il compito di alimentare il mercato dell’arte contemporanea indiana poi, spetta ad autori quali Sheba Chhachhi, Anita Dube, Probir Gupta, Subodh Gupta, Ranbir Kaleka, Jitish Kallat, Reena Saini e altri ancora, le cui opere sono state ‘ospitate’ da ottobre 07 a gennaio 08 all’Hangar Bicocca di Milano, in occasione di "Urban Manners", esposizione curata da Adelina von Furstemberg. Sono loro che da 3, forse 4 anni attirano negli atelier di Londra, New York e Hong Kong investitori, ricchi collezionisti e stakeholders tanto affascinati dal magnetismo dello stile artistico indiano, quanto dall’accessibilità delle opere, per giunta soggette, come visto, ad una rapida rivalutazione nel mercato. La conferma giunge da Philip Hoffman, guru del mercato dell’arte, presente alla conferenza stampa inaugurale di India Art Summit 2008, attesissima tre giorni all’insegna dell’arte indiana che a fine agosto ha richiamato l’attenzione generale in Pragati Maidan a New Delhi, offrendo un evento senza precedenti in India con 400 opere esposte. "Il mercato dell’arte indiana si sta globalizzando — ha commentato il fondatore di The Fine Art Fund, il primo fondo d’arte globale che investe su questo asset su scala mondiale; fondatore anche di Fund Cina, Fund India e Fund Medio Oriente –, e gli artisti indiani sono riusciti ad emergere nelle aste internazionali. L’arte indiana di alto livello ha un’influenza notevole sull’arte internazionale, ed è percepita per innovazione, qualità e accessibilità". Lo dimostra il fatto che l’indotto del settore sia passato da 2 milioni di dollari a 400 milioni in soli sette anni, senza essere ancora giunto a ‘maturazione’.

Nuove autori per nuovi mercati

Mentre fino a qualche anno fa i grandi buyer dell’arte internazionale provenivano da Europa e Stati Uniti, l’emersione delle economie (non più) emergenti ha imposto un nuova geografia della ricchezza. Lo scettro del potere economico iniziò la sua corsa nel Novecento approdando agli Stati Uniti, poi, dopo una sosta in Giappone alla fine degli anni 80, ha di recente ripreso a muoversi, stavolta verso Russia, Cina, India e Medio Oriente. Come ha spiegato Edward Dolman, CEO della celebre casa d’aste Christie’s, in un’intervista a Repubblica, "i cambiamenti in atto nel mercato dell’arte sono il risultato di due fattori: la provenienza di nuovi acquirenti e il tipo di ricchezza a loro disposizione, non paragonabile a quella che conoscevamo". Si aggiunge poi l’evoluzione dei gusti, caratterizzata dal calo dell’interesse per le opere del 18esimo secolo e tardo 19esimo, a favore di pezzi moderni, al nuovo. Ecco che se da un lato le opere un tempo in voga sono difficili da reperire, a ravvivare il mercato ci pensano i capolavori di arte contemporanea, la cui disponibilità è di gran lunga maggiore. In questo contesto si stanno affermando gli autori indiani, capaci di coniugare le aspettative di gusto degli investitori più facoltosi, giungano essi da Dubai, Pechino, Mosca o Mumbai.

Di necessità virtù

Pur avendo ottenuto successo internazionale, dimostrando a suon di cifre il proprio potenziale, fino ad oggi gli autori indiani sono stati costretti ad auto-promuoversi all’estero come entità indipendenti, talvolta grazie al sostegno di ricchi collezionisti, tuttavia senza mai godere dell’appoggio pubblico come Sistema Paese. È questa l’accusa lanciata dall’Economic Times, dove viene riconosciuta la metamorfosi dell’arte indiana in "brand globale", privo però "di fondamenta solide" necessarie per sopravvivere in un mercato estremamente mutevole. Ecco che in India non esistono spazi espositivi o musei permanenti all’altezza, c’è carenza di momenti di confronto sull’arte, inoltre il sistema scolastico snobba l’educazione artistica dei giovani indiani, inibendo lo sviluppo di una ‘cultura’ dell’arte in grado di andare oltre l’eredità (senza dubbio mirabile) del passato. Un esempio eloquente della mancanza di ‘sistema’, ha visto l’India perdere l’occasione di allestire un padiglione dedicato durante la Biennale d’Arte di Venezia del 2007. Colpa forse della velocità con cui gli artisti di Calcutta, New Delhi, Mumbai e Bangalore si stanno affermando oltre confine, tale da non aver lasciato all’Elefante il tempo necessario per balzare dagli shikara dei templi hindu agli atelier internazionali.

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Emanuele Confortin