Hong Kong e il mito di Bruce Lee

21 Giugno 2006

Bruce Lee potrebbe essere stato ucciso dal tocco mortale di qualche monaco Shaolin, invece è morto per un’allergia ad un semplice antidolorifico preso con il cannabis, che preferiva mangiare piuttosto che fumare.

Queste sono solo alcune delle cose che si imparano attraverso il "Bruce Lee tour" a Hong Kong.

Riconoscendo il suo valore turistico, la città ha cominciato ad organizzare dei tour che toccano i siti resi famosi dalla leggenda delle arti marziali.

Il percorso porta all’Hotel Miramar dove il produttore Raymond Chow e l’attore australiano George Lazenby lo stavano aspettando la sera della sua morte durante il tifone Dorothy, come anche l’ospedale Queen Elizabeth su Gacoigne Road dove venne poi confermata la sua morte.

Altri siti che rientrano nel percorso sono la scuola cattolica "La Salle", che frequentò nel 1952, e la scuola "Saint Xavier" dove studiò tra il 1958 e il 1959. Persino le sue numerose case possono essere visitate; una su Nathan Road 218, ora un centro commerciale; l’altra su Man Wan Road 2 e infine quella dove è morto, Beacon Road Hill Road 67, ora trasformata in un albergo, il "Romantic Love Hotel" nonché bordello. E non si può certo dimenticare il parco dove di allenava, il King Park.

Insomma, dovunque si vada a Hong Kong c’è sempre qualcosa legato a Bruce Lee.

Prendiamo ad esempio il porto di Aberdeen, il punto di incontro per Lee, Williams e Roper nel film "Enter the Dragon", o il ristorante "Red Pepper" a Lan Fong Road 7 (Causeway bay), il quartier generale del Dottor Land in "Game of Death". E si potrebbe continuare all’infinito, fino a Macao, ai Jardin Luis De Cameos, dove fu girato parte di "Fist of Fury".

Trentatre anni dopo la sua morte, la popolarità di Bruce Lee è ancora più grande che mai, diventando una delle star del cinema più facilmente riconoscibili, con una notorietà che sfida quasi quella di Marilyn Monroe.

Bruce Lee è un’icona non solo delle arti marziali ma dell’intera industria cinematografica di Hong Kong, e dell’Estremo Oriente in generale.

Per celebrare quello che sarebbe stato il suo 66esimo compleanno, Hong Kong ha progettato una statua di bronzo di due metri e mezzo in suo ricordo, lungo l’Avenue of Stars, a Tsim Sha Tsui, che si affaccia sul Victoria Harbour davanti alla skyline di grattaceli e allo show di luci notturne.

Ogni giorno i turisti fanno la fila per aver una foto vicino alla "stella del secolo".

Bruce Lee, secondo molti, non solo ha spianato la strada a personaggi ormai famosi come Jackie Chan (che compare in due film di Lee) e Jet Li, ma ha anche contribuito, a suo modo, a rendere famosa Hong Kong nel mondo.

Musei e negozietti di souvenir vendono ogni tipo di gadget, dagli orologi da polso alle maschere di Bruce Lee per coloro che vogliono fingersi lui almeno per un giorno.

Lee è più di una semplice figura di culto, è stato un pioniere ed un innovatore della arti marziali. È lui che ha reso popolare il kung fu in Occidente e che ha fatto sì che attori e attrici asiatiche venissero per la prima volta ingaggiate seriamente nell’industria cinematografica internazionale.

Bruce Lee è una fonte di ispirazione per molti ancora oggi.

Nato a San Francisco, figlio di un attore dell’opera cantonese, Lee Hoi-Chuen, ha girato 28 film, apparendo per la prima volta di fronte alle videocamere da bambino nel film "The Golden Gate Girl". Lee ha fatto solo 4 film e mezzo di arti marziali tra il 1971-1973, "Big Boss", "Fist of Fury", "The Way of the Dragon", "Enter the Dragon" (da lui scritto e diretto) e "Game of Death", completato dopo la sua morte. Ha sposato Linda Lee Caldwell nel 1964 ed è morto il 29 luglio del 1973, nell’appartamento della sua amante, l’attrice taiwanese, Betty Ting Pei. Suo figlio, Brandon, è morto sul set di "The Crow" nel 1994. e ora è ora sepolto a Seattle.

Bruce è stato molto più che salti acrobatici, è stato il primo ad insegnare il kung fu ai non-cinesi e a portare i film cinesi nel mercato internazionale.

Il Piccolo Dragone Rosso è stato un piccolo grande uomo e ora è una leggenda, che Hong Kong vuole più che mai celebrare.

Ylenia Rosati