I centri di ricerca italiani all’estero: La Scuola italiana di Studi sull’Asia Orientale

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7 Gennaio 2008

KYOTO: Attiva dalla metà degli anni ’80, l’ISEAS – Italian School of East Asian Studies – è ormai una realtà accreditata e stimata nelle attività di ricerca in campo delle scienze umane, non solo in Giappone. Silvio Vita, già professore di Religione e Filosofia dell’Asia orientale prima a l’Università L’Orientale di Napoli e poi alla Sapienza di Roma, ne è direttore, praticamente in modo ininterrotto, dal 2001.

Paolo Soldano – Quali sono le attività della Scuola?

Silvio Vita – La Scuola è nata alla metà degli anni ’80: l’idea era quella di creare un istituto di ricerca sul modello di quelli di altri Paesi europei e non, in primo luogo Francia e Germania.

Scopo e missione: favorire la ricerca sull’Asia orientale e sul Giappone, che è a tutti gli effetti un punto di osservazione privilegiato. Facciamo anche degli eventi esterni, che servono per renderci visibili e per costituire delle occasioni d’incontro: cicli di conferenze, convegni, mostre.

Inoltre, favoriamo gli scambi universitari, organizziamo stage e tirocini e assistiamo i borsisti e dottorandi italiani che sono qui, garantendo loro accesso a tutte le biblioteche delle università giapponesi: abbiamo infatti un rapporto privilegiato di collaborazione con l’Istituto di Scienze Umane dell’Università Statale di Kyoto, anche per il fatto che ci troviamo praticamente in mezzo al loro campus, ed è veramente un privilegio lavorare e avere dei rapporti con loro, perché è uno dei centri d’eccellenza per questo tipo di studi.

P.S.: Quali sono i maggiori problemi che ha riscontrato in questi anni?

S.V.:Il primo grande problema è far capire in Italia cosa facciamo e di cosa ci occupiamo. In questo senso si rischia di rimanere isolati, anche perché io qui sono da solo con due segretarie giapponesi.

P.S.: Qual è dunque il bilancio del 2007?

S.V.:Sono per natura ottimista, e quindi penso che il bilancio di quest’anno sia positivo. Credo che abbiamo avuto qui dei giovani studiosi che sono tornati in Italia soddisfatti e ci sono in programma una serie di iniziative che fanno ben sperare per il futuro. Continueremo a lavorare in questo senso. Certo, se non fossi da solo sarebbe meglio. Per il 2008 chiederei almeno altre due persone, una qui con me e due a Tokyo, un team che possa lavorare a stretto contatto con le altre realtà europee.

P.S.: A chi farebbe questa richiesta?

S.V.. La farei al governo italiano, oltre che al Padreterno: in Italia, tutto sommato, i fondi ci sono. Il fatto è che dovrebbero essere ben spesi. Non piangerei troppa miseria per l’Italia come sistema Paese, anche paragonato ad altre realtà. Tra l’altro adesso l’euro è così forte che fare delle cose in Giappone costerebbe poco.

P.S:Questa scuola è finanziata al 100% da istituzioni pubbliche: Ministero degli Esteri, ISIAO (Istituto Italiano per l’Africa e l’Oriente) e Università L’Orientale di Napoli.

Auspicherebbe l’intervento di investitori privati?

S.V.: Certo, le aziende private sarebbero le benvenute. Ma è sempre difficile trovare privati disposti a investire, sia dal punto di vista strutturale (per le spese fisse) sia per i progetti specifici.

Riusciamo già a fare qualcosa con le fondazioni, riuscendo ad avere delle borse di studio, ma siamo agli inizi: questo è uno dei punti che vorrei mettere al centro del mio nuovo mandato.

Credo che in questo settore di studi un imprenditore che abbia un interesse specifico per il Giappone possa comunque avere un ampio riscontro di immagine: il fatto che l’Istituto abbia un collegamento così organico e potenzialmente infinito con la realtà accademica giapponese può permettere di avere una vasta eco per qualsiasi attività che facciamo, anche sulla stampa.

P.S.: Come si pone l’Italia, dal punto di vista della ricerca delle scienze umane in Asia, rispetto agli altri Paesi europei, in primo luogo la Francia, che ha sempre avuto per tradizione una presenza di peso sul territorio?

S.V.: Questa Scuola è strettamente collegati all’Ecol Français de l’Estreme Orient (l’EFEO) – istituzione gloriosa, che ha fatto il nome della Francia nel campo degli studi sull’Asia – che non a caso si trova al piano di sotto. Collaboriamo con loro in maniera stretta e continuativa.

Qualsiasi discorso di ricerca e di studio specialistico nel campo delle scienze umane e sociali ha comunque un senso, al giorno d’oggi, se viene fatto su scala europea, soprattutto per avere un pubblico maggiore e per creare una vera comunità di studiosi. Dall’anno prossimo, al di là di Italia e Francia, si creerà un vero e proprio consorzio europeo per gli studi sul campo, che comprenderà anche Gran Bretagna, Olanda, Germania e altri Paesi dell’ex europeo. Solo progetti integrati su base europea possono coinvolgere una comunità di specialisti numericamente tale da poter dialogare con le varie realtà del Nord America, della Cina e del Giappone.

P.S.: Tornando all’Italia, cosa ne pensa della ricerca nel nostro Paese?

S.V.: Penso che la ricerca italiana sia mal finanziata e soprattutto mal controllata, anche se qualche passo in avanti negli ultimi anni forse si è fatto. Sostanzialmente è caratterizzata da finanziamenti a pioggia, indifferenziati, senza che ci siano dei veri e propri criteri di valutazione preventiva e, soprattutto, senza che ci sia una vera verifica dei risultati. Parlo principalmente in campo umanistico, ma credo che quello che dico, per ammissione di molti addetti ai lavori, sia valido un po’ per tutti. Nel campo delle scienze umane ciò è particolarmente evidente. Quello che potrebbe aiutare la ricerca italiana è l’integrazione europea a tutti gli effetti, anche dei criteri di valutazione.

In questo senso, noi italiani come struttura e collegamenti potremmo sicuramente giocare un ruolo importante, perché l’Italia nel corso degli ultimi decenni, per un motivo penso del tutto casuale e non derivante da una scelta strategica, ha sfornato un numero incredibile di laureati specializzatisi in Asia, e molti di questi non trovano lavoro in Italia.

È una delle tante manifestazioni del fenomeno della fuga dei cervelli, che in questo settore è un fenomeno rilevante: abbiamo moltissimi specialisti che non sappiamo come impiegare. Li formiamo per poi regalarli ad altri.

P.S.: Facendo un discorso di più ampio respiro, invece, cosa ne pensa della presenza culturale italiana in Asia?

S.V.: Non credo di dire una cosa offensiva nell’affermare che la presenza italiana, finora, non è stata una presenza specializzata. Facciamo l’esempio degli istituti di cultura: è chiaro che fare promozione culturale per l’Italia a Parigi, a Londra o a New York è una cosa ben diversa dal farla a Pechino, a Seul o a Tokyo. Non si possono fare le stesse cose nella stessa forma nei Paesi asiatici.

Bisogna creare una piccola classe di specialisti: questo vale sia per la presenza in campo culturale sia per la diplomazia, soprattutto dal punto di vista linguistico.

Ci sono dei motivi storici: l’Italia non è stata una potenza di respiro internazionale, non possiamo paragonarci a Gran Bretagna o Francia. Ma ora credo che il paragone possa essere fatto, ed è quindi fondamentale avere degli specialisti sul campo.

P.S.. La soluzione quale potrebbe essere?

S.V.: Semplice: formarli o reclutarli.

Al momento solo in Giappone ci sono circa 70 persone, tra specialisti e dottorandi specializzati in Asia: persone che hanno competenze e conoscenze direttamente sul campo. Perché quando le istituzioni italiane ne hanno bisogno, non reclutano anche sulla base di questi criteri? Lo stanno cominciando a fare, anche perché queste persone sono disponibili sul mercato, ma in maniera ancora troppo sporadica.

dal nostro corrispondente, Paolo Soldano