I fanstasmi disperati di Hideo Nakata

a cura di:

Archiviato in: in
I fanstasmi disperati di Hideo Nakata

26 Luglio 2007

Ringu (1998) e Ringu 2 (1999)

Regia: Hideo Nakata

Interpreti: Nanako Matsushima, Hiroyuki Sanada, Miki Nakatami

Produzione: Giappone

Dark Water (Honogurai mizu no soko kara)

Regia: Hideo Nakata

Interpreti: Hitomi Kuroki, Rio Kanno

Produzione: Giappone 2002

I film di Hideo Nakata possono essere letti come un manuale del genere horror orientale, popolato da case infestate, fantasmi vendicativi, maledizioni che si perpetuano, dove l’acqua è foriera di morte e l’angoscia si mescola all’orrore. Il regista giapponese ha il doppio dono di saper agghiacciare lo spettatore con autentici brividi di terrore e di trasmettere quella sensazione di assoluta tristezza che invece l’horror occidentale non sa percepire, la solitudine del fantasma che non trova pace nella ricerca di una compagnia al suo desolato destino di eterna dannazione.

Divenuto regista cult con Ringu, film capostipite di una trilogia e all’origine del celebre remake di Gore Verbinski con Naomi Watts, Nakata ha ispirato con i suoi soggetti non solo le produzioni americane, ma anche una serie di imitazioni in Patria e nel Cinema di Hong Kong, che ne riprendono i temi terrificanti ma senza riuscire a riprodurre l’angoscia sincera delle sue storie. Superficialmente si pensa a lui come al creatore delle vicende di videocassette assassine ("tra sette giorni morirai" dice al telefono una voce minacciosa a chi ha visto il video maledetto) o della terribile Sadako che esce dal televisore con il volto coperto dai lunghi capelli e il passo malfermo, raggelando il sangue. Ma il suo Cinema è qualcosa di più, parla di sacrifici profondi, è terribile e malinconico come la pioggia che lo percorre, buio come il pozzo che imprigiona Sadako, inquietante come la macchia umida e fetida che si allarga sul soffitto della casa abitata da un fantasma abbandonato.

Si pensi proprio a Dark Water, il suo film più compiuto e più bello, il più terrorizzante e il più doloroso. Tratto, come il precedente Ringu, da un romanzo di Koji Suzuki, racconta di una madre divorziata che va a vivere con la figlioletta nell’appartamento di un lugubre palazzo sovrastato da un grande serbatoio. Ma l’umidità trapela dai muri, la borsa di una bambina continua a riapparire, dai rubinetti sgorga acqua scura e si sentono strane voci e sussurri….

In America, nel 2005, Walter Salles ne ha tratto un remake suggestivo trasferendo la storia dal Giappone a Roosevelt Island e trasformando i violenti temporali tropicali, che battono insistenti e senza posa, in una pioggia triste e gelida come il mondo intorno. Eppure il suo film è molto più concreto, fatto di piccole paure quotidiane che scaturiscono da un ostile e lurido caseggiato; perde tutta la magia dell’originale giapponese dove la presenza del fantasma è il fulcro inquietante dell’intera vicenda e si fa avvertire viva e palpabile. Come dimenticare quella piccola figurina derelitta che si incammina solitaria nel suo impermeabile giallo? L’ascensore cigolante e i colpi che arrivano dal serbatoio come un richiamo? E quella madre fragile e coraggiosa (Hitomi Kuroki) stretta ad un fantasma fangoso? L’angoscia è insidiosa, violenta e le inquietudini si tramutano in orrori fino a straripare come l’acqua scura attraverso i muri della casa. Un horror sofferto che trasmette le paure in gocce, sussurri, sogni solitari e misteri ben più terrificanti delle urla e del sangue, e che si conclude con il sacrificio estremo di una madre che per salvare la propria figlia da un fantasma in cerca di compagnia e verso il quale nutre pietà, si lascia portar via dal suo abbraccio mortale.

Si ritrova lo stesso tema in Ring 2, di cui lo stesso Nakata dirige nel 2005 anche il remake americano con maggiori mezzi produttivi a disposizione. Anche qui l’acqua, torbida e scura, è il veicolo terrificante con il mondo tenebroso dei Morti, anche qui all’urlo di terrore si mescola l’urlo angosciato di una madre pronta a qualunque sacrificio pur di salvare il proprio figlio e l’urlo di uno spettro non più solamente mostro crudele, ma creatura abbandonata in cerca di qualcuno da trascinare nel suo orrore.

La saga di Ringu parte con un capitolo suggestivo, ma nel complesso risulta piuttosto rudimentale, con alcune lacune narrative e il remake di Verbinski è costruito con un più solido meccanismo thriller, anche se a scapito di quella soffusa malinconia tipica di Nakata. Sfugge, nel remake, soprattutto il tema finale: la necessità di tramandare al mondo la maledizione della videocassetta assassina come unico mezzo per sfuggire al suo destino. Questo tema si perde poi nel secondo capitolo, che vira verso una storia di possessione. Il terzo capitolo, il prequel sull’adolescenza di Sadako girato da Norio Tsuruta, Ringu 0: Basudei, è poi un disordinato guazzabuglio che reca offesa al primo episodio della trilogia. Confidiamo nel remake, atteso nel 2008 e affidato allo stesso Nakata.

Ma, sia nei film più riusciti che in quelli meno strutturati, l’iconografia horror è ben salda: l’acqua portatrice di morte che si insinua minacciosa, lo spirito minaccioso con i capelli che nascondono il volto e le mani protese, marchi del fantasma che non trova pace (vi rimandiamo al nostro articolo che analizza le caratteristiche dell’horror orientale https://www.corriereasia.com/wp-content/uploads/_var/rubriche/DVTSRSO-EMCXGXR-OCB.shtml). Anche nel remake made in USA del sequel di Ringu, interpretato sempre da Naomi Watts, Nakata lascia la sua impronta tutta orientale di mago del terrore portatore di angosce, di sussurri con gli spiriti dell’Aldilà che cercano di oltrepassare il muro di tenebra liberando le proprie inquietudini.

Gabriella Aguzzi

Siamo a lavoro sul nuovo Corriere Asia!

Ricevi una notifica quando sarà Online
Ok voglio ricevere la notifica :) 
close-link