Il commento: Clinton ed un anno senza Cina

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11 Luglio 2007

Se anche una normale famiglia americana può rendersi conto di quanto l’economia cinese sia sempre più integrata in quella mondiale anche i candidati presidenziali americani potrebbero fare lo stesso

I politici americani si stanno già preparando per la corsa alle elezioni presidenziali che si terranno nel 2008, e già uno dei temi preferiti dei candidati alla Casa Bianca rispunta fuori, e cioè il contenimento della Cina e misure commerciali punitive contro il gigante asiatico per diminuire il disavanzo commerciale americano.

In particolare, tra le fila dei democratici, i due candidati più rappresentativi si sono già espressi in tal senso, e quindi Hillary Clinton e Barack Obama hanno già deciso di co-sponsorizzare una proposta legislativa in tal senso.

Nulla di nuovo sotto il sole, verrebbe da dire, ed in tal caso l’illustre marito di Hillary, Bill Clinton, già a suo tempo, come candidato alla presidenza, aveva promesso un atteggiamento duro nei confronti della Cina per poi ammorbidire la sua posizione una volta diventato presidente e cominciato a vedere gli aspetti commerciali sotto la lente della real politik.

Ma se un presidente americano ha a sua disposizione schiere di esperti che lo consigliano e lo informano su quanto possa essere intricato il mondo globale, come fa un comune mortale a rendersi conto di quanto due paesi possano essere legati tra di loro?

Una giornalista americana si è posta questo problema iniziando un suo boicottaggio personale dei prodotti made in China, non per antipatia verso la Cina, ma proprio per capire meglio quanto questa sia già presente nella vita di tutti i giorni dell’americano medio.

E quindi, dopo l’inizio del boicottaggio, spende 60$ invece dei soliti 10$ per le scarpe da ginnastica del figlio, il frullatore rotto non può essere riparato perchè le uniche parti di ricambio portano l’etichetta "made in China", la rottura della televisione getta nel panico la famiglia per lo spettro di una ricerca infruttuosa di parti di ricambio non cinesi, e per rispettare l’embargo personale tutti i membri della famiglia si riducono a portare sandali spaiati perchè non riescono a trovarne di nuovi che non siano fabbricati in Cina.

La conclusione quindi dell’anno di embargo è che sì, si può anche vivere senza la Cina, ma a fatica e con un aggravio non indifferente nel budget familiare. La stessa conclusione a cui giungerà probabilmente anche il prossimo presidente americano, chiunque egli o ella sia.

La speranza è che lo faccia in tempi più rapidi, visto che in questo mondo sempre più interdipendente è sempre più complicato fare a meno della Cina e sempre più costoso fare esperimenti politici.

Marco Wong

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