20 Agosto 2007

Marco Wong, esperto conoscitore di Cina, professionista nel ramo delle new and communication technologies ed opinionista su Corriere Asia vanta diverse esperienze di valore nel proprio percorso lavorativo: Passato in TIM, diventa Direttore Generale e Consigliere d’Amministrazione di una joint venture di TIM con China Unicom, il secondo operatore cinese, realizzando e lanciando il servizio di telefonia cellulare nella Manciuria, regione nel Nord Est della Cina.

Dopo l’esperienza cinese, partecipa alla fondazione di TIM in Perù nella doppia veste di Direttore Acquisti e come socio di minoranza contribuendo al lancio del servizio GSM in Perù.

Dal 2004 è in Huawei Technologies, uno dei maggiori costruttori di apparecchiature di telecomunicazioni mondiali, Italia ed attualmente è Vice President della filiale italiana gestendone la rete di vendita sui principali clienti italiani. Ecco il suo commento per quanto riguarda il "caso Mattel".

In un mio passato professionale mi sarei dovuto occupare della costituzione e delle prime operazioni di un impianto industriale in Cina, ma il destino volle che passassi poco dopo ad un altro tipo di incarico.

Di quel periodo passato a studiarmi l’ABC della produzione, mi occupai anche di controllo di qualità e, sebbene non fossi diventato un esperto di queste problematiche, mi è rimasta una certa infarinatura.

Proprio quest’esperienza mi porta con rammarico a vedere come il concetto di controllo di qualità sia sconosciuto al grande pubblico, e questo anche per colpa dell’equivoco che spesso si cerca di creare cercando di far passare una certificazione di qualità per un attestato sulla qualità percepita dal consumatore sui propri prodotti.

In realtà sono due concetti distinti, il controllo di qualità è un insieme di procedure e di controlli volti a garantire basicamente la corrispondenza tra le caratteristiche del prodotto e quanto dichiarato dal produttore.

Questa lunga premessa è necessaria per capire a fondo quanto è successo nel caso della Mattel e dei due richiami su due tipi di giocattoli, in un caso di macchinine giocattolo dipinte con pittura contenente livelli elevati di piombo e nell’altro di bambolotti contenenti dei potenti magneti potenzialmente pericolosi in caso di ingestione accidentale, due tipi di giocattoli prodotti dagli stabilimenti cinesi della Mattel.

Nel caso della pittura contenente piombo, è corretto parlare di una falla nel sistema di qualità dal momento che la terzierizzazione di una parte della produzione è stata svolta senza un efficace controllo sul fornitore e sulle materie prime da lui utilizzate, anche se in questo caso, rispetto ad altri precedenti, è stata comunque possibile la rintracciabilità del fornitore negligente.

Invece per la pericolosità dei magneti non si può parlare di un problema di qualità nella produzione in quanto il prodotto uscito dalla fabbrica era corrispondente a quanto richiesto dal cliente interno, in questo caso il dipartimento responsabile della progettazione del giocattolo stesso, che però non aveva tenuto in debito conto della possibilità di distacco di questi magneti e della loro pericolosità in caso di ingestione.

In questo caso quindi il problema sorge non nella qualità della produzione, ma nella qualità globale dell’azienda ed in particolare nella sua progettazione che tipicamente non è ubicata in Cina.

Come si può capire, quindi, sono due tipi di situazioni molto diverse tra di loro e non è corretto accomunarle tra di loro per cercare la fonte del problema nell’etichetta "Made in China".

La terzierizzazione della produzione di certe tipologie di prodotti e la complessità del sistema industriale globale è una realtà con cui si deve convivere, ed è meglio farlo analizzando la situazione senza cercare di creare il mito dell’uomo nero, o in questo caso, del pericolo giallo.

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Marco Wong

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