Il commento: Super-Rupia, è veramente un problema?

10 Luglio 2007

MUMBAI: Da un anno a questa parte il valore della rupia nei confronti del dollaro è cresciuto di circa il 10%. Il dato dovrebbe far sorridere il governo — è una sintesi dell’attrazione che il Paese esercita nei confronti degli investitori stranieri, ed è un segnale di ottimismo generale per l’economia nazionale — eppure la forza della valuta locale inizia a essere un problema anche per le autorità statali.

La spiegazione di questa apprensione è relativamente semplice: le aziende nazionali che esportano i manufatti locali all’estero vedono i loro prodotti diventare ogni giorno sempre più cari, spesso molto più costosi rispetto a importazioni similari da altri Paesi emergenti, con conseguente perdita di competitività a livello internazionale. Per ora gli europei (e l’Italia) non sembrano farci particolarmente caso, e il feeling tra le imprese italiane e quelle indiane è — faticosamente — ancora in crescita, ben lungi dal raggiungimento del punto di massimo assoluto.

A preoccupare è soprattutto il cambio della rupia contro il dollaro, mentre i giornali indiani snobbano i dati riferiti ad altre valute forti come euro, yen e sterlina, che dimostrano una non certo lieve debolezza nei confronti della moneta indiana. Nei primi cinque mesi dell’anno in corso, ad esempio, il valore della rupia è aumentato dell’8% nei confronti della sterlina inglese, del 6,9% contro l’euro e addirittura dell’11,2% contro lo yen.

Eppure questi apprezzamenti passano in secondo piano rispetto alle valutazioni svolte (e da svolgere) rispetto alla valuta statunitense. La spiegazione, anche in questo caso, è piuttosto banale: durante gli scorsi anni l’85-90% delle esportazioni e delle importazioni che hanno coinvolto l’India sono avvenute in dollari, mentre le altre valute forti si sono dovute accontentare di cifre proporzionalmente meno rilevanti (la seconda valuta per utilizzo in termini assoluti è stata l’euro, che conta per circa l’8% delle esportazioni e per il 7% delle importazioni).

Ma come si è arrivati a questa situazione? E quali sono le reali conseguenze dei rapporti di cambio attuali e, per quanto prevedibili, futuri? Alla prima domanda è possibile rispondere con due piccoli approfondimenti, mentre ci riserviamo una breve analisi al termine dell’articolo e successivi appuntamenti sulle pagine del Corriere Asia per dare una risposta anche al secondo quesito.

Riferendoci al passato recente possiamo innanzitutto ricordare come il 2006 abbia vissuto una vera e propria invasione di capitali esteri, sottoforma di investimenti diretti da una parte, e di rimesse di indiani non residenti dall’altra. Per quanto riguarda il primo fattore, non è mai inutile ricordare la straordinaria ampiezza del mercato domestico indiano (peraltro in continua crescita), che ha attratto compagnie straniere in grande quantità, le quali hanno spesso deciso — ove conveniente e ove consentito dai regolamenti locali — di investire direttamente all’interno dei confini del subcontinente.

Parlando in cifre, si ricorda che nell’anno fiscale 2006/2007 gli investimenti stranieri sono stati circa 16 miliardi di dollari, quasi tre volte in più rispetto ai dati del precedente anno fiscale, già conclusosi con delle valutazioni più che soddisfacenti. Oltre la metà del flusso di investimenti è inoltre giunto nei soli ultimi quattro mesi dell’anno fiscale più recente (dal Dicembre 2006 al Marzo 2007), lasciando apprezzare in maniera inequivocabile l’accelerazione del trend attualmente in corso. Molte compagnie hanno inoltre chiesto finanziamenti sproporzionati per poter operare in India, per una cifra che — stando ai dati ufficiali della Reserve Bank of India — ammonterebbe a circa 12 miliardi di dollari nel periodo Aprile — Dicembre 2006, con un incremento annuale di circa il 33%, e con una tendenza alla crescita ancor più esagerata nel 2007, quando nei primi tre mesi dell’anno solare i flussi di denaro in ingresso nel subcontinente provenienti da debiti esteri hanno raggiunto quota 10 miliardi di dollari.

Per citare con correttezza il secondo approfondimento sull’invasione dei capitali esteri bisognerebbe poi immedesimarsi nel contesto sociale indiano, una popolazione che vanta milioni di persone che vivono e lavorano fuori dai territori natii. Parte dei flussi di denaro in ingresso è da ricondursi proprio alla situazione degli indiani non residenti (NRI, o non resident indians), che, mantenendo un legame molto più spesso semplicemente affettivo che economico con la terra d’origine, inviano ogni anni decine di miliardi di dollari di rimesse. Nel periodo Aprile — Dicembre 2006, ad esempio, le rimesse inviate dagli indiani non residenti verso la propria patria sono state quasi 20 miliardi di dollari.

Le cause di cui sopra paiono poter rappresentare in maniera semplicistica le principali motivazioni del maxi apprezzamento della rupia, e occorre tenere bene a mente che in realtà il discorso sarebbe molto più complesso da affrontare rispetto a quanto schematizzato nelle precedenti righe. Per quanto concerne il secondo punto, relativo alle conseguenze del trend in corso sul rapporto di cambio rupia / dollaro, basti citare come esempio le ripercussioni fondamentali sul settore dei produttori (ed esportatori) di software. Più volte sul Corriere Asia abbiamo ricordato come le recent sedute di Borsa a Mumbai siano state caratterizzate da enormi difficoltà dei titoli tecnologici, e di come essi risentano in maniera quasi diretta delle notizie relative ai dati di cambio della propria valuta nazionale. Gli esportatori di software, giusto per rimanere nel settore citato poco fa, nonostante gli ottimi ricavi degli anni scorsi, ora sono infatti in allarme. I loro prodotti stanno diventando sempre più cari, la loro competitività internazionale — peraltro non di storica acquisizione — è in pericolo.

D’altro canto però la rupia forte rende più favorevoli le importazioni, e questo potrebbe aiutare il governo nella difficile opera di contenimento dell’inflazione, che dal 6,1% di gennaio è ora in una fase di discesa ancora da valutare. Tuttavia anche in questo caso il discorso meriterebbe maggiori approfondimenti, perché è vero e constatabile che se l’India ha in mente di rispettare il suo target (4,5-5% di inflazione nell’anno fiscale in corso), probabilmente la Reserve Bank of India non potrà assistere agli eventi senza intervenire e sarà costretta ad aumentare ancora una volta i tassi di interesse entro la fine del 2007.

Sui piatti sembrano quindi esserci almeno due ragioni, e l’ago della bilancia fatica sempre più a guardare verso il cielo.

Roberto Rais