Il fatto: Prima visita ufficiale in Europa per il Ministro degli Esteri cinese

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12 Dicembre 2007

Giovanni Andornino si occupa di Relazioni Internazionali dell’Asia orientale e di politica della RPC presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Torino. Collabora con la Facoltà di Scienze Linguistiche dell’Università Cattolica di Milano ed è Visiting Professor presso la Zhejiang University di Hangzhou. Dal 2007 è Direttore del Comitato scientifico di Corriere Asia.

L’abbiamo raggiunto a Londra, dove mercoledì scorso era presente alla prima uscita ufficiale in Europa di Yang Jiechi.

LONDRA

Paolo Cacciato: Il primo intervento "on the record" di Yang in Europa è stato a Londra. Perché?

Giovanni Andornino: Perché il Regno Unito da anni persegue una politica di seria e costante apertura nell’ambito dei rapporti economici con la Cina. In un’Europa in cui — a torto o a ragione — proliferano le richieste di protezione contro l’invasione di prodotti cinesi, sia il Primo ministro Brown, sia il Cancelliere dello Scacchiere Darling si sono espressi a favore di un ulteriore approfondimento dei rapporti economici bilaterali. Gli investimenti britannici nella RPC sono già oggi superiori a quelli di qualsiasi altro paese europeo, ma Londra continua a rilanciare e ha affermato a chiare lettere che vede favorevolmente l’acquisizione di società locali da parte di compratori cinesi — una tendenza che si va consolidando e che viene spesso vissuta con palese disagio non solo in molte altre cancellerie europee, ma anche oltre Atlantico.

Va poi detto che da ragazzo Yang Jiechi è stato studente alla London School of Economics e ha mantenuto un certo legame con la città.

PC: Che impressione ti ha fatto l’intervento del Ministro?

GA: Ti dirò: è stato un incontro che definirei "suggestivo". Stavo sfogliando in questi giorni l’ultimo libro di Joshua Kurtlantzick, "Charm offensive". E’ un lavoro più che altro aneddotico, che dà un’idea del soft power cinese, in rapida crescita come quello economico. Nel libro si parla anche dell’ossequio con cui sono ricevuti i funzionari cinesi all’estero come manifestazione di questo potere sottile. Le percezioni, in politica, contano. Mercoledì mattina questa attribuzione di kudos è stata assolutamente palpabile: a Londra non ho mai visto un pubblico essere così silenzioso, attento e deferente — neanche con primi ministri inglesi o stranieri sul podio. Chi conosce l’esuberante spirito critico anglosassone non può non rimanerne colpito.

PC: Yang è stato ambasciatore della RPC negli USA tra il 2001 e il 2005, uno dei periodi più complessi dal 1989. Che stile di politica estera ti pare che esprima?

GA: Non c’è dubbio che Yang Jiechi sia un politico raffinato. Si esprime con pacatezza ed acume, e comunica un chiaro senso di affidabilità. Sa dare corpo a una speciale miscela di understatement e fermezza che si addice perfettamente alla diplomazia di uno stato che è al contempo il motore della crescita mondiale e, tuttavia, resta un paese in via di sviluppo.

PC: Quali ti sembra siano stati gli snodi fondamentali del suo intervento? In fin dei conti, essendo il primo in Europa da Ministro, è destinato a "dare il la" a livello continentale.

GA: I pilastri dell’approccio di Yang sono sostanzialmente tre e non stupisce che siano una trasposizione fedele dei pronunciamenti del XVII Congresso del partito comunista cinese, che si è concluso solo poche settimane fa con la scontata riconferma della leadership di Hu Jintao. Il primo e fondamentale elemento è la riconferma della natura pacifica dello sviluppo cinese, che — sostiene Yang — è assurdo concepire come una minaccia. Il riferimento, secondo me, non è soltanto ai toni preoccupati di certi articoli accademici, ma anche alle forti cautele espresse in documenti governativi come, ad esempio, il recente rapporto annuale della US-China Economic and Security Review Commission, commissione bipartisan del Congresso statunitense. In secondo luogo, il Ministro ha spiegato che la RPC proseguirà sulla strada delle riforme e dell’apertura in campo economico. L’idea qui è che lo sviluppo cinese vada visto come un’opportunità per la crescita globale, ma molti analisti vedono nella reiterazione di questo concetto di apertura anche una risposta della leadership di Pechino alla forte corrente di pensiero interna al PCC che chiede un ritorno a forme più socialistiche di gestione della Repubblica Popolare. Infine, in termini di prospettiva rispetto alla configurazione del sistema internazionale, Yang ha affermato che la Cina promuove l’idea di costruzione di un "mondo armonioso".

PC: Questa del mondo armonioso sembra una costante nel discorso politico cinese. Cosa significa esattamente?

GA: L’abbiamo chiesto a Yang, e non si è tirato indietro. Ha elencato quattro componenti che la Cina ritiene essenziali per la promozione della pace a livello internazionale: il reciproco rispetto tra gli stati, il riconoscimento del diritto di ciascuno stato di scegliere il sistema socio-politico interno che trova più congruo, la tutela della capacità di ogni stato di promuovere la democrazia internazionale, e il rafforzamento della fiducia e della cooperazione internazionale nell’ambito della sicurezza.

PC: Cosa pensi si possa leggere dietro alla terminologia diplomatica?

GA: La selezione delle parole-chiave della diplomazia cinese è sempre raffinatissima. In fin dei conti questo è un paese che degli slogan ha fatto un’arte politica. Prendiamo ad esempio il concetto di "democrazia internazionale". Non l’ho ancora visto analizzato come merita: non possiamo dimenticare che fino a cinque anni fa la parola d’ordine era un’altra, "multipolarità". È evidente che questa doveva essere non poco indigesta a Washington, dato che essa implica comportamenti volti a porre fine all’unipolarità dell’attuale sistema internazionale. Hu Jintao ha chiaramente scelto di abbassare il profilo della Cina rispetto a questo orizzonte politico, privilegiando la crescita economica che non può prescindere da rapporti stabilmente costruttivi con gli USA.

PC: E qual è, secondo Yang, lo stato delle relazioni tra RPC ed Europa alla fine del 2007?

GA: Ottimo, direi. Il Ministro ne ha parlato come di una "comprehensive strategic partnership". È difficile capire cosa Pechino intenda esattamente con questa terminologia, ma la maggior parte di noi analisti di politica cinese è concorde nel ritenerla tra le categorie più avanzate di cooperazione. Con la Russia, ad esempio, la Cina ha una "strategic partnership coordination", che individua una condizione di rapporti in qualche modo più "acerbi", per così dire. Non dubito che lo scopo della visita di Yang sia stato anche — e forse soprattutto — quello di dare ulteriore impulso ai rapporti economici bilaterali.

PC: Indubbiamente c’è spazio per un ulteriore approfondimento dei legami tra Cina ed Europa, e già oggi la Cina contribuisce per una porzione rilevantissima alla crescita del PIL globale. A quando l’ingresso di Pechino nel G-8?

GA: L’abbiamo chiesto a Yang, ma la risposta che ci ha dato è che la Cina resta comunque un paese in via di sviluppo e ritiene, pertanto, che sia preferibile operare se mai in consessi che riuniscano anche altri PVS di primo rilievo, come Brasile, India e Messico.

PC: Fucina della crescita globale e paese in via di sviluppo; attore economico globale e potenza politica regionale: la Cina gioca la sua partita su più tavoli.

GA: E con straordinaria abilità. Provate a contare il numero delle visite di governanti stranieri a Pechino o dei meeting governativi o para-governativi svoltisi in Cina negli ultimi anni. Le cifre che ne otterrete hanno dell’incredibile, soprattutto dato l’esito invariabilmente positivo di ciascuno di questi incontri, almeno nella cronaca prodotta dai media cinesi e internazionali. È assai probabile che non tutti, in realtà, portino a risultati concreti. Ma l’abbiamo detto: in politica, la forma è sostanza.

Paolo Cacciato