Il tesoro di Deng Xiaoping: la politica della porta aperta

7 Marzo 2007

PECHINO: E’ ancora oggi la politica della "porta aperta" a segnare in maniera incisiva il carattere delle relazioni economiche sempre più intense fra i Paesi asiatici. Nuove partnerships e legami ricongiunti destinati a condizionare sempre più gli assetti e i pesi delle relazioni internazionali. Questa definizione, che richiama con forza il carisma politico di Deng Xiaoping e la sua lungimirante visione di modernismo economico nella "gaige kaifang" (politica della riforma e apertura), è entrata certamente nella storia, ma ad oltre vent’anni di distanza rappresenta il feedback necessario per comprendere quanto stia succedendo in Asia, in termini di joint ventures e apertura al capitale straniero. Non dimentichiamo difatti che "arricchirsi è glorioso" è il comandamento del socialismo di mercato della Cina postmaoista e il traino dell’interventismo economico dei vicini paesi asiatici in Cina, primo fra tutti il Giappone.

I riformatori cinesi, coscienti della riserva di lavoro sottoccupato relativamente istruito di fine anni ’80, hanno saputo convogliare queste energie nelle esportazioni di beni labour intensive, ponendo la Cina al centro di uno scenario internazionale in cui la circolazione di beni e capitali segnava la propria crescita di giorno in giorno. Lo scacco matto alle potenze economiche mondiali fu mosso da Pechino con l’introduzione di capitali e tecnologie straniere, ricordando che già nel 1979 il governo centrale approvò, in una sorta di politica di riformismo d’avanguardia, una legge sulle joint ventures a capitale misto cinese e straniero.

Le azioni di tale politica d’investimento e ristrutturazione alle partecipazioni finanziarie si riversò su alcune zone ben precise, definite ZES, ovvero zone economiche speciali, terreno di sperimentazione dell’economia di mercato e di apertura ai capitali stranieri con un serie di favori fiscali: ecco l’avvento dell’economia di mercato in quelle che sono considerate vere e proprie realtà d’avanguardia nell’apertura economica cinese. Si partì inizialmente da Shenzen, Zhuhai e Shantou nella regione del Guandong e Xiamen nel Fujian, per poi proseguire con Dalian nel Liaoning, considerata dall’amministrazione cinese l’ultima punta di diamante nello sviluppo economico nazionale. E proprio Dalian sembra essere il porto franco di scambio e cooperazione produttiva e finanziaria preferito dai nuovi alleati d’affari, primi fra tutti i giapponesi. Lo dimostrano i dati delle ultime ricerche pubblicate dalla JETRO, ovvero la Japan External Trade Organization, ente semigovernativo affiliato al Ministero giapponese dell’Economia per promuovere il commercio internazionale e gli investimenti giapponesi all’estero.

Una tendenza già confermata da diversi anni, quella della sinergia di collaborazione economica fra Cina e Giappone. A Dalian esiste un ufficio Jetro che comunica direttamente con la sede centrale in Giappone e fornisce dimostrazione concreta del giro d’affari che lega in particolar modo la prefettura giapponese di Toyama alla città di Dalian nel sud del Liaoning. Quest’ultima potrebbe apparire una realtà periferica ed esclusa da grandi traffici come quelli che investono città del calibro di Tianjing, Shanghai o Guanzhou, se non fosse per l’ottimale sistema di comunicazione che collega Dalian non solo con le regioni interne alla Cina (535 voli nazionali alla settimana di cui 87 verso Beijing e 42 per Shanghai) ma anche con importanti interlocutori commerciali. Sono ben 54 difatti i voli internazionali che collegano Dalian al Giappone, senza dimenticare la doppia tratta navale che collega il porto di Dalian a quello di Toyama. Dati Jetro del 2006 fissano il Giappone come terzo mercato per le esportazioni cinesi, con una quota del 13,9% e il primo per le importazioni, stimate al 27,1% del totale.

Basta osservare le aziende di Dalian per comprendere un’evoluzione che sta toccando la realtà produttiva cinese a livello macroscopico: il 46% delle aziende di Dalian sono aziende private a capitale cinese, il 42,7% rappresenta aziende private a capitale straniero e solamente l’11,3% è rappresentato da aziende statali. Prova questa di come il sistema finanziario cinese negli ultimi dieci anni, abbia considerevolmente sostenuto la privatizzazione e la crescita della produzione industriale, grazie alla fitta rete di banche di sostegno alla politica economica del governo e ad una serie di banche private, nate nella metà degli anni 90 in affiancamento alla People’s Bank of China ed in seguito alla politica di deregolamentazione finanziaria voluta dal governo.

Una conferma ulteriore della relazione economica che regola l’interdipendenza fra Cina e Giappone è data dall’analisi delle tipologie dei prodotti coinvolti nell’interscambio. Ne emerge una netta divisione nell’associazione produttiva: il Giappone è coinvolto per la produzione di beni ad alta intensità tecnologica e di capitale, la Cina da parte sua, offre la più vasta componente di manodopera a basso costo, ma non totalmente dequalificata, esistente al mondo. Il gioco di forza è perciò rappresentato da un alto profilo economico commerciale di complementarietà, proprio in virtù del diverso grado di sviluppo. La prospettiva cinese però, non del tutto futuristica ma già fortemente palpabile, è quella di colmare il gap nella competenza tecnica e di capitale che la distingue dal Giappone, ponendosi in un’ottica di interscambio paritario con il partner asiatico, nella realizzazione dell’ intra industry trade (ITT), background commerciale tipico di paesi con strutture economiche similari. L’ITT veicolerà così l’esportazione e l’importazione simultanea di beni interni ad una medesima categoria produttiva. Nel commercio cinese è già l’ITT verticale a prevalere: caratterizzato dall’importazione di prodotti ad alta qualità tecnica e di capitale e dall’esportazione di prodotti a bassa qualità nella stessa tipologia produttiva, ma non è minimamente esclusa la possibilità che in tale meccanismo di sostegno complementare, la Cina possa realizzare il prevalere dell’ITT orizzontale, arrivando ad eguagliare se non a gareggiare per competitività tecnologica, il vicino e ormai dichiarato partner economico giapponese.

Paolo Cacciato