Il turismo e il commercio salvano gli hutong

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Hutong
26 Marzo 2007

Pechino: La Citta’ Proibita, la Grande Muraglia, il Tempio del Cielo hanno un richiamo topografico immediato. Siamo in Cina. La parola hutong, invece e’ nota solo a pochi esperti.

Gli hutong sono le strade costruite in epoca Qing (1644-1911) in cui sorgono case ad un piano, di mattoni grigi e porte rosse, chiamate siheyuan. Pechino, Tianjing o Pingyao sono gli unici posti al mondo dove e’ possibile ancora visitare queste vie tradizionali.

La loro struttura si basa su un concetto opposto rispetto a quello della tipica abitazione occidentale: il cortile non si affaccia sulla strada ma all’interno di un perimetro di mura disposte su quattro lati, secondo un modello a corte centrale. Le regole urbanistiche che hanno stabilito la loro nascita sono legate ai principi del fengshui, l’arte di disporre gli oggetti in base all’equilibrio degli elementi.

Le siheyuan erano il biglietto da visita delle persone illustri della citta’, in base al numero di borchie che marchiavano l’ingresso color sanguigno o alla decorazione sullo stipite si poteva dedurre il livello sociale dei padroni di casa. Un operaio aveva bisogno di un’intera giornata di lavoro per riuscire a posizionare otto mattoni.

A differenza di altri edifici storici dichiarati patrimonio dell’UNESCO, queste costruzioni tradizionali non sono state mai salvaguardate da direttive internazionali e il loro mantenimento e’ passato in secondo piano rispetto ad altre esigenze. La prima di queste era quella di adeguare Pechino all’aspetto di capitale. Il piano urbanistico del 1949, pensato da una commissione mista di cinesi e di russi, prevedeva di abbattere gli edifici bassi e sviluppare la citta’ verticalmente, sulle vie principali, per motivi logistici.

"Il degrado dei quartieri tradizionali e’ frutto di un processo storico naturale" afferma Gabriele Quaglia, appassionato di Hutong e pechinese adottivo. "Nel periodo del grande balzo, le case delle famiglie ricche non vennero espropriate ma semplicemente divise tra piu’ membri. L’aumento della popolazione e l’emigrazione verso la citta’ avevano ristretto gli spazi. Quello che un tempo apparteneva a una sola persona doveva essere diviso tra due, tre o piu famiglie’. Negli anni ottanta, per far spazio ai grattacieli, molte parti di queste vecchie strade sono state completamente abbattute, in nome di una cultura moderna e proiettata verso il futuro."

E’ solo grazie al turismo e alle attivita’ commerciali, che e’ emersa l’importanza di mantenere intatta una parte storica della citta’. "I fattori che hanno contribuito al deterioramento degli hutong sono molteplici" sottolinea Gabriele Quaglia "La mancanza di una tassa sulla proprieta’ privata edilizia trasforma questi edifici in suolo urbano inutilizzato, la competizione tra gli uffici che si occupano del piano di restauro, circa tredicimila, impedisce un interessamento decisivo da parte delle autorita’. In piu’, per un cinese, restaurare equivale a ricostruire. La cultura del restauro ha un concetto totalmente diverso da quello che ha per noi"

Gli hutong sono case scomode rispetto ai compound dell’architettura moderna. Non hanno i servizi igenici e le condizioni di vita ricordano un passato di poverta’ che nessuno vuole ricordare.

Ma non e’ ancora troppo tardi per salvare gli slum tradizionali di Pechino. Molte persone si stanno interessando alla causa privatamente e il Governo ha gia’ lanciato delle direttive generali che ne prevedono il mantenimento.

"I pechinesi vogliono migliorare la propria citta’ ma a volte i mezzi con cui lo fanno sottolineano la neccessita’ di far seguire i lavori da esperti." Continua Gabriele "Per esempio, gli Hutong di Dongzhimen, la parte sud est, anziche’ essere grigi hanno una sfumatura di blu. I commercianti che li stanno restaurando, utilizzano dei mattoni in terracotta, meno costosi degli originali e poi li ridipingono con una vernice dal riflesso azzurrino"

Il prezzo della crescita della cultura del restauro e’ anche questo. L’importante e’ che ci sia la volonta’ di conservare una tradizione pur con il desiderio di cambiare in meglio. E se questo implica che al rosso, al verdone delle divise maoiste, al grigio dei mattoni delle case basse, vada aggiunta una punta di bluetto, poco importa.

Alice Rosolen