India Fashion Week: un’edizione poco entusiasmante?

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20 Settembre 2007

NEW DELHI: Si è recentemente conclusa la decima edizione del WIFW, Wills Lifestyle India Fashion Week, una settimana della moda all’attenzione degli operatori del settore di tutto il mondo, Italia compresa. Una settimana con numeri di primo livello, la presenza di tante firme nuove, dieci designers debuttanti, diversi nomi internazionali tra i settantadue stilisti ospitati. Il tutto a parziale conferma dell’importante crescita dell’industria della moda indiana, che incrementa il proprio giro d’affari con un ritmo che supera il 10% annuo, e con alcuni segmenti che riescono a crescere addirittura il 30% e oltre. Crescita che, d’altronde, dovrebbe durare ancora a lungo: il Paese asiatico non è che agli albori della via verso l’apice dell’universo del fashion, e per questa ragione molte imprese italiane del settore stanno concentrando i loro sforzi verso il mercato indiano.

Tutto bene, dunque? Sembrerebbe proprio di no, almeno a giudicare i commenti che da più parti sono stati spesi per l’evento numero 10 del WIFW, che quest’anno ha movimentato meno soldi rispetto alle precedenti edizioni. C’è chi parla di un calo del 20, forse del 30% rispetto al business conseguito negli anni scorsi, determinato da un concorso di cause di difficile analisi. Per alcuni designer, inoltre, il crollo sarebbe stato ancora più grave, con diverse denuncie del calo delle vendite e dei contatti superiore al 50%.

Ciò che è saltato immediatamente all’occhio è il disinteresse mostrato da alcuni compratori internazionali, come quelli appartenenti all’area dei Paesi del Golfo, tradizionalmente molto attenti a ciò che succede nella moda del subcontinente, tanto da aver rappresentato in passato la quota acquirente principale in numerosi segmenti. Disinteresse dovuto a una scarsa qualità organizzativa, precisano alcuni quotidiani, la quale non ha forse tenuto in dovuta considerazione la contemporaneità di altri eventi quale la settimana della moda di New York e quella di Parigi, con la conseguenza che il numero dei partecipanti si è dovuto dividere tra le diverse manifestazioni. Organizzazione che, inoltre, sarebbe colpevole di non essersi ritagliata il giusto spazio nell’ambito della promozione e nel marketing tramite i media internazionali, con buona pace di alcuni mercati geografici non raggiunti adeguatamente dalle comunicazioni provenienti dal subcontinente.

Organizzazione a parte, in Asia e in Europa più di qualcuno ha criticato la bontà dei lavori contenuti nelle collezioni. Chi ha storto il naso — e lo ha fatto in larga compagnia — non ha perso tempo nel sottolineare che le linee di abbigliamento presentate quest’anno non sono qualitativamente paragonabili alle presentazioni passate. Altra causa, aggiungiamo noi, è da riferirsi all’aumento dei prezzi dei capi di abbigliamento, dovuta sia a eventi macroeconomici, inflazionistici e di cambio nel rapporto tra valute, sia nell’utilizzo di materiali più costosi. L’effetto è che i prezzi sono saliti quasi automaticamente, senza trovare il riscontro adeguato dalla parte della domanda.

Eppure il decimo WIFW ha visto anche alcune novità, come le linee di abbigliamento "eco compatibili", e piuttosto apprezzate sono state anche le linee più creative, con accessori moda costruiti praticamente con ogni tipo di materiale. Ampio spazio alla modernità, quindi, con un’edizione che si è conclusa in grande stile e grande sobrietà, quando invece l’attesa dei consumatori era per sfarzo e celebrità. L’assenza delle star di Bollywood, spesso richiamate per attirare l’attenzione su manifestazioni e spettacoli similari, si è fatta sentire più del previsto e rimarrà come simbolo di un’edizione a tinte deboli.

Roberto Rais