India? Il Nasdaq preferisce la Cina

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9 Aprile 2007

MUMBAI: Il Nasdaq, una delle principali borse valori del mondo, e la seconda per importanza degli interi Stati Uniti d’America, si appresta a dedicare un indice di borsa alle compagnie cinesi quotate nel Paese, preferendo quindi la strada del Dragone a quella dell’Elefante.

A dirla tutta la scelta non dovrebbe sorprendere più di tanto, e le ragioni di una simile decisione non debbono essere certamente ricondotte all’esclusiva sottovalutazione dell’intero apparato societario indiano. Il Nasdaq ha sì "snobbato" le aziende indiane, tuttavia alla stessa borsa valori non si possono attribuire colpe, né si può biasimare un atteggiamento di questo tipo.

Dietro questa decisione si cela una considerazione che può apparire fin troppo semplice e banale agli occhi degli analisti americani. Lo sviluppo del "Paese India" ha sicuramente suscitato enormi attenzioni delle aziende del subcontinente anche oltre oceano, e d’altra parte ha provocato globali riflessioni sulle opportunità economiche nella nazione: a dimostrazione di ciò è relativamente agevole osservare come le imprese indiane negli ultimi anni siano state particolarmente attive nel campo delle acquisizioni, delle joint ventures, dell’installazione di business units all’estero, nelle alleanze e nelle influenze in terra americana.

Tuttavia a dispetto di questo sbarco indiano negli States il numero delle aziende del Paese asiatico che si sono quotate nella Borsa americana non è affatto cresciuto negli ultimi mesi, evidenziando una smisurata stabilità soprattutto in quei settori dove le candidate all’inserimento nei listini potrebbero invece essere numerose.

E così il Nasdaq ha preferito programmare la realizzazione di un indice "cinese" piuttosto che indiano, indice che sarà costituito inizialmente da trenta aziende cinesi quotate nella borsa valori. Come appena scritto, la decisione non deve affatto sorprendere: per realizzare un indice come quello appena pensato nel Nasdaq, sono necessarie almeno trenta società con adeguata capitalizzazione, e delle 120 (circa) società indiane presenti oltre oceano, solamente sette sono già presenti nel Nasdaq, con una capitalizzazione di circa 32 miliardi di dollari, mentre un’altra decina di aziende sono comprese nell’altra principale borsa valori, quella di New York.

Si potrebbe ancora dire che, ad esempio, mentre i cinesi continuano a dimostrarsi piuttosto attivi in territorio americano, gli indiani mostrano una certa cautela, per certi versi insolita: a conferma di ciò basti osservare che nel primo trimestre dell’anno in corso tra le quotazioni del Nasdaq si sono aggiunte ben sei società cinesi, mentre per lo stesso periodo il numero di aziende indiane che ha preso una decisione similare è stato pari a zero.

Dagli Stati Uniti trapela comunque ottimismo, e niente sembra poter escludere che in futuro anche le società indiane abbiano un proprio indice, proponendo così un nuovo metro di difficile paragone tra i due colossi asiatici.

Roberto Rais