India, la sgridata del Premio Nobel

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20 Agosto 2007

NEW DELHI: Le critiche non fanno mai piacere. Tuttavia se ad appellarsi ai propri connazionali è una celebrità come Amartya Sen, Premio Nobel per l’economia, autore di alcuni dei più autorevoli saggi sul subcontinente che siano mai stati scritti da una mente umana, vale la pena di lasciare il dispiacere in secondo piano e approfittare dell’occasione per riflettere sui temi oggetto di accusa.

E così in un lunghissimo articolo apparso pochi giorni fa su un importante quotidiano indiano (articolo citato e parzialmente ripreso dai giornali di tutto il mondo, tra cui il nostrano IlSole24Ore), Amartya Sen se la prende non tanto con il passare del tempo, quanto con la tendenza non solo indiana a scordare gli insegnamenti dei veri padri della nazione, tra i quali non può che spiccare il nome di Gandhi, più volte richiamato durante il lungo monologo del Premio Nobel.

L’India descritta da Amartya Sen ci appare come un Paese in crescita economica ma in decrescita etica, una nazione che non ha più bisogno di aiuti esteri ma che non riesce più ad essere utile per il miglioramento globale del Pianeta. Una nazione che, a sessant’anni dall’Indipendenza, ha vissuto una radicale trasformazione in grado di minare le proprie convinzioni e i propri valori.

Ricorda, Amartya Sen, che la neo-indipendente India oltre un secolo fa era un Paese debole sul piano economico, che tuttavia si scoprì particolarmente attiva su quello solidale. "L’India aveva una visione per sé e per il mondo di pace, di democrazia, rispetto per le altrui libertà, reciproco aiuto nel perseguire questi scopi". Con questi presupposti il Paese si dimostrò partecipe nell’aiutare i movimenti che, con diversi metodi e seguendo diverse strade, cercavano di ottenere l’indipendenza della propria nazione, obiettivo raggiunto dalla stessa India appena pochi anni prima.

Con questo spirito l’India operò contro l’apartheid in Sudafrica, dando più di una semplice mano al Congresso Africano Nazionale, agì attivamente in Vietnam contro quello che viene citato come il "dominio occidentale", collaborò con gli oppositori delle dittature militari e contro i regimi vicini (Birmania) e lontani, si schierò apertamente contro l’utilizzo degli armamenti nucleari. Il tutto mentre la realtà socio economica indiana prestava il fianco a una debolezza che appariva non insormontabile ma sicuramente tale da rendere il subcontinente "vulnerabile e dipendente da altri Paesi".

Cosa succede invece nel 2007, oggi che l’India appare come uno dei nuovi giganti economici? Amartya Sen non è proprio tenero nei confronti del proprio Paese. Dice il Premio Nobel: "Abbiamo rapporti non più con il popolo birmano in lotta per la democrazia, ma con i dittatori militari di Myanmar (la ex Birmania), al cui malgoverno tirannico vendiamo merci, alcune civili, altre militari. In competizione con la Cina, siamo pronti a fornire armi al regime militare del Sudan, complice di quelli che terrorizzano, violentano e uccidono la gente nel Sud del Paese".

Un’occasione persa, dunque, proprio ora che l’India potrebbe far sentire la propria voce al mondo con maggiore efficacia, ad un pubblico che ha compreso che l’India è senza alcun dubbio un Paese democratico e sufficientemente coeso, nonostante le differenze linguistiche e il fronteggiamento di alcune tendenze separatiste.

Eppure, si chiede Amartya Sen, "che cosa abbiamo fatto negli ultimi decenni per formarci una comprensione globale del mondo? Temo che la risposta sia: non granchè. Un Paese al quale non era mai piaciuto badare solo agli affari suoi pare dedicarsi ormai unitamente a quelli, con la deliberata esclusione di idee e obiettivi più ampi".

E sulle cause di quella che lo stesso Sen definisce un "vuoto etico", la risposta è ancora incerta. "Per alcuni (…) pare l’esito inevitabile delle priorità stabilite da un’economia di mercato. Eppure è difficile attribuirle questa nuova apatia morale. I mercati sono spesso istituzioni utili, ma la responsabilità di determinare la nostra filosofia non compete a quei piccoli e comodi strumenti organizzativi".

Certo è che l’India, consapevolmente ma passivamente, costituisce ancor oggi uno spunto di grandi riflessioni. E lo fa con le proprie esperienze, di lezione ad altri Paesi: basti osservare i successi nel campo dell’information technology, o i progressi e le tutele nel settore farmaceutico (ancora non si sono spenti i clamori della conclusione della vicenda Novartis). Tuttavia "nessuna esperienza può rimediare a una carenza di riflessione etica internazionale", sottolinea Sen, aggiungendo che "in questo anniversario dell’indipendenza abbiamo buoni motivi per chiederci se i nostri interessi globali dovevano davvero restringersi a questo punto mentre i nostri successi globali si allargavano".

Roberto Rais

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