India: perché le leggi sul lavoro sono un problema

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30 Maggio 2006

NUOVA DELI: L’economia indiana si espande rapidamente, tuttavia l’occupazione non cresce alla stessa velocità della popolazione in età da lavoro, né gli stipendi aumentano quanto il reddito pro capite. Ci sono molte ragioni per questo. Alcune hanno a che vedere con le forze di globalizzazione che sono oltre la portata della politica del Governo indiano. Ma la ragione principale riguarda la "cultura" che pervade il mercato del lavoro, che a sua volta è una diretta conseguenza del complicato e mal gestito sistema legislativo che vige in India.

Il caso del Great Estern Hotel di Calcutta illustra bene questa situazione.

L’Hotel, fondato nel 1840 dall’inglese David Wilson (originariamente chiamato Auckland Hotel), dopo un lungo periodo di prosperità ha intrapreso la via del declino all’inizio del 1970. Preoccupato dalla manodopera in eccesso, il Governo lo ha preso in gestione nel 1975 e lo ha nazionalizzato nel 1980. Protetto dalle tendenze del mercato, la qualità dell’albergo ha però visto un calo impressionante, per poi riprendersi grazie a delle recenti strategie di ricostruzione attuate dal Governo.

Quello che è successo 30 anni fa non è che lo specchio di ciò che caratterizza l’attuale mercato del lavoro in India.

Il Colosso asiatico possiede 45 leggi a livello nazionale che monitorano il funzionamento del mercato del lavoro, di cui alcune risalgono addirittura alla fondazione del Great Eastern Hotel, e che dovrebbero regolare il sistema, ma che finora hanno sortito solo risultati opposti.

Secondo le recenti stime della Banca Mondiale, nel 2004 ci sono stati 482 casi di scioperi. Tra il 1995 e il 2001 circa il 9% degli operai delle industrie sono stati coinvolti in questi scioperi, rispetto ad un tasso in Cina quasi pari a zero. D’altra parte, i salari dei lavoratori cinesi stanno crescendo molto più velocemente che in India.

La maggior parte delle leggi sul lavoro in India infatti sono state elaborate senza prestare attenzione alle tendenze del mercato, finendo per prendere delle decisioni sbagliate anche se per giuste cause. Per ridurre il pericolo di perdita dei posti di lavoro, si è cercato di ostacolare il processo di licenziamento nelle società, come nel caso della "Legge sulle controversie industriali" del 1947. Tuttavia, nel mondo globalizzato di oggi, soggetto a continui cambiamenti, le società indiane hanno risposto mantenendo la manodopera ai più bassi livelli possibili.

Non c’è quindi da stupirsi che in un Paese grande come l’India meno di 10 milioni di persone lavorino nel settore privato. Ciò di cui l’India ha bisogno ora non è una legge che permetta ai datori di lavoro di licenziare più facilmente i propri lavoratori, quanto una maggiore varietà nella tipologia dei contratti. Ciò permetterebbe alle società di impiegare diversi tipi di manodopera in base alle tendenze del mercato in cui operano.

La flessibilità nell’assunzione e nel licenziamento non è, tuttavia, l’unico problema. La complessa rete legislativa indiana porta ad un sistema di risoluzione delle controversie che è incredibilmente lento. Dei dati del ministero del Lavoro rivelano che nel 2000 sono state 533.038 le controversie riguardo al settore lavorativo rimaste in sospeso presso i tribunali indiani, e di queste 28.864 per oltre 10 anni.

Se l’India aspira veramente a diventare un’economia globale, allora tutto ciò deve cambiare.

Si ha bisogno di cambiamenti per creare maggiore richiesta di lavoro presso il settore privato, che incentiverà anche salari e occupazione. In sintesi, l’India deve adottare un sistema che faccia spazio a contratti più flessibili nel mercato del lavoro, crei una rete minima di sicurezza per i lavoratoti che sono disoccupati e risolva più velocemente le controversie sul lavoro.

Ylenia Rosati

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