Instant Hutong: a Pechino l’architettura si realizza in nuove forme attraverso Urban Carpets

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PECHINO: Urban Carpet 8×5 è un insieme di 5 esposizioni in 5 date (iniziate il 19/9 e che termineranno il 7/11, a Pechino) che consistono in installazioni di 8 “urban carpets” in 5 scenari diversi, in seno al progetto Instant Hutong. Questa rappresentazione artistica è infatti legata concettualmente agli Hutong pechinesi e si colloca all’interno di un più ampio quadro progettuale realizzato dagli architetti Stefano Avesani e Marcella Campa, ormai residenti a Pechino da alcuni anni per portare avanti i loro piani a livello architettonico e urbanistico. Di seguito, l’intervista ai due architetti.

 
Matteo Belardinelli: Considerando che Urban Carpet 8×5 rappresenta un particolare connubio tra arte, sociologia e urbanistica e che si colloca tra tradizione e modernità, da dove sono scaturiti l’interesse per gli Hutong e di conseguenza l’idea di creare questo tipo d’installazioni?
 
Stefano Avesani: L’interesse per gli Hutong è nato nel 2002 quando siamo arrivati per la prima volta a Pechino ad incontrare l’architetto cinese Chang Yung Ho, che era uno dei pochi ad avere un atteggiamento critico verso i cambiamenti urbani in atto, in un contesto in cui il potere forte è interessato invece a mostrare la propria modernità ripercorrendo le strade più scontate dello “sviluppo”. Il suo approccio urbanistico nei confronti delle aree Hutong della città di Pechino ruotava intorno al concetto di micro-urbanismo, ovvero una serie di interventi piccoli e diffusi, da cui partire per attivare una rigenerazione urbana partecipata, anziché un approccio fatto di grandi interventi imposti dall’alto. Attraverso questo progetto cercava di far capire l’importanza di fermare il fenomeno di gentrificazione e la distruzione di queste aree, sottolineandone non solo il valore sociale e comunitario che si era formato negli ultimi 50 anni, ma anche il loro valore estetico, culturale e storico. Questa visione ci è sembrata subito molto interessante perché cercava di dare delle risposte immediate e sostanziali ai problemi di queste parti della città.
A partire da queste premesse abbiamo iniziato a lavorare alla proposta di una strategia urbana per le aree Hutong. Trovandoci davanti un materiale di studio così complesso e stimolante ci siamo proposti di sperimentare una metodologia di analisi non solo tecnica e, in contrapposizione al cambiamento frenetico dominante, abbiamo preferito applicare un metodo di studio lento e aperto all’uso di diversi linguaggi, per darci il tempo e l’opportunità di osservare aspetti inesplorati e capire meglio la vita delle comunità Hutong. Negli ultimi tre anni parti di questo studio sono state riorganizzate in forma di installazioni dando il via al progetto Instant Hutong. Urban Carpet è una di queste installazioni, che esponiamo in diverse aree della città in maniera spontanea. Non si tratta di veri e propri tappeti ma di una serie di otto mappe ricamate su lenzuoli, che abbiamo chiamato così riferendoci al termine usato metaforicamente in urbanistica per definire una situazione di densità e omogeneità urbana.
 
 
 
M.B.: Ciò che colpisce è anche il fatto che questa esposizione, in virtù della sua stessa natura, è rivolta a più strati di popolazione, facendoli ritrovare in luoghi a loro familiari: ha quindi per voi un ruolo importante il rapporto con chi si interessa al "tappeto urbano" andando a riscoprire qualcosa che va oltre al mero aspetto artistico (riscoprendo così un nuovo valore identitario)?
 
S.A.: La ricerca di un rapporto con chi vive l’Hutong ogni giorno è forse l’aspetto centrale di Urban Carpet. Il progetto si è articolato in varie fasi. Dal marzo 2009 i tappeti sono stati esposti all’improvviso negli otto quartieri rappresentati sulle mappe dando vita ad una serie di happening temporanei. Abbiamo appeso i tappeti nei vicoli sui fili che gli abitanti usano per appendere i panni ad asciugare. Ogni volta che un tappeto viene appeso si creano intorno ad esso momenti di aggregazione e situazioni di sorpresa dal carattere spontaneo e ludico, in cui gli abitanti riconoscono il proprio quartiere, ricostruiscono i percorsi a loro più familiari, raccontano storie sulla vita di ogni giorno e le abitudini all’interno della comunità. Per molti di loro la vista di un Urban Carpet coincide con la prima volta in cui vedono la mappa del proprio Hutong, dal momento che le piante dettagliate del centro città non sono facilmente accessibili.
L’ultima fase del progetto, Urban Carpet 8×5, è pensata come un momento conclusivo fatto di cinque mostre aperte a tutti in cui per la prima volta le otto mappe vengono esposte insieme. Le cinque corti che ospitano le mostre offrono un’istantanea abbastanza rappresentativa di cinque modi, tra i molti possibili, di vivere negli Hutong: la casa a corte restaurata, quella occupata dai lavoratori provenienti dalla campagna come alloggio temporaneo, quella trasformata in un hotel… Ci interessava l’idea che Urban Carpet 8×5 potesse offrire l’occasione di venire a contatto con situazioni diverse, per qualcuno conosciute ma per altri completamente nuove, nel contesto di una realtà quotidiana lontana da quella delle gallerie d’arte o dei musei tradizionali.
 
 
M.B.: Infine, uno sguardo al futuro: come si concretizza per voi l’idea di sviluppo sostenibile portata avanti con Urban Carpet?
 
S.A.: L’idea di sostenibilità che portiamo avanti con il progetto Urban Carpet è di tipo sociale. Urban Carpet 8×5 stesso si presenta in parte come un modo di vivere la città e procede per frammenti nel tentativo di avviare una sensibilizzazione e un dibattito attorno ai temi di comunità, identità, uso spontaneo e riappropriazione dello spazio pubblico. Le esposizioni si adattano di volta in volta alle caratteristiche diverse del contesto, instaurando degli scambi con gli abitanti e i visitatori. La casa a corte che ospiterà la quarta delle cinque mostre ad esempio, si trova all’interno di un quartiere che è stato parzialmente demolito nel 2002 per fare posto ad una grande operazione di speculazione immobiliare, poi interrotta, e gli abitanti sono tornati ad abitare le rovine delle vecchie case. Portare l’esposizione in questa parte di città apre da un lato una finestra su una realtà che non tutti conoscono, dall’altro può essere un modo per dare il via ad una serie di pratiche collettive di partecipazione in quest’area.
L’esperienza degli Urban Carpet, che è durata più di un anno, si è rivelata funzionale alla raccolta di maggiori informazioni e conoscenze da utilizzare nella stesura del progetto Beijing Vision, cui accennavamo in apertura e su cui stiamo lavorando.
 
 
Matteo Belardinelli
 
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Matteo Belardinelli

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