Italian Fashion Trend a Tokyo. Successo per la Moda bimbo targata I Pinco Pallino

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21 Novembre 2007

TOKYO: Il luogo in cui si trova uno dei negozi I Pinco Pallino di Tokyo e dove è avvenuta la nostra intervista, il New Otani Hotel, è a dir poco suntuoso e con una clientela di fascia decisamente alta.

"Ieri sera sono andato a mangiare al ristorante sushi dell’albergo con la mia ragazza e seduto di fianco a noi c’era l’ex-Primo Ministro Jun’ichiro Koizumi", ci dice il Dott. Gabrieli, e questo dovrebbe bastare a dare l’impressione del posto in cui ci troviamo.

I Pinco Pallino è un’azienda nata nel 1980 grazie alla volontà di Imelde e Stefano Cavalleri e che negli anni ha avuto un grande successo ed una rapida internazionalizzazione, che ha portato il marchio ad essere conosciuto non solo in Italia ed in Europa, ma anche in Medio-Oriente, Russia ed Asia Orientale. Nonostante tutto rimane ancora al 100% un’azienda di stampo familiare, come dimostra il fatto che il nostro intervistato, divenuto Amministratore Delegato nel 2006 dopo essersi occupato dello sviluppo dell’azienda, sia figlio della signora Imelde.

Corriere Asia: Come è strutturata la vostra compagnia?

Gianmarco Gabrieli: Siamo un’azienda molto leggera: abbiamo una cinquantina di persone che lavorano alla sede principale a Bergamo più altrettante impegnate nei negozi gestiti direttamente da noi. I Pinco Pallino si occupa di design, idee e commercializzazione, mentre tutto quello che riguarda la produzione viene commissionato ad aziende esterne, sia italiane ma principalmente estere.

Comunque tutte le produzioni vengono seguite da noi e una volta consegnate passano per il nostro centro di controllo qualità che ne certifica l’alto livello. Abbiamo parametri molto selettivi, alcuni adottati anche per esigenze di export. Per intenderci, il Giappone ha delle normative molto rigide per quanto riguarda gli abiti per neonati, che non devono contenere più di una certa percentuale di alcuni agenti chimici, penso ad esempio alla formaldeide. Visto che esportando in Giappone abbiamo la necessità di fare tali controlli, abbiamo autonomamente deciso di estenderli a tutti i tessuti di tutte le collezioni.

CA: Come avviene la distribuzione dei prodotti de I Pinco Pallino in Italia e nel mondo?

GG: Essenzialmente su tre canali diversi, che sono quello della distribuzione mista nei normali negozi di abbigliamento, che è stato il modo in cui ci siamo mossi fino al 1995, e poi quello dei negozi monomarca diretta ed in franchising. A differenza dei monomarca diretti, per quelli in franchising ci appoggiamo ad un partner locale che ha in mano la gestione della boutique, ed è il caso di tutti i negozi fuori dall’Europa.

Qui in Giappone, ad esempio, dopo un periodo in cui eravamo presenti con dei nostri corner in alcuni grandi magazzini, siamo stati contattati nel 1997 da questa compagnia chiamata Ma Mere con cui ancora oggi collaboriamo e che gestisce i cinque negozi I Pinco Pallino presenti in Giappone, tre a Tokyo, uno a Osaka ed uno a Nagoya.

A differenza di molte aziende concorrenti, il nostro metodo è sempre quello di avere contatti solo con uno ed un solo partner in ogni paese in cui vogliamo essere presenti e dialogare direttamente solo con lui, senza agenti o rappresentanti. Questo permette di semplificare l’organizzazione, ridurre i costi e far arrivare più facilmente il prodotto al consumatore, mantenendo contemporaneamente il polso del mercato.

CA: Di questi negozi presenti in Giappone, tre si trovano in hotel di lusso, e gli altri due in grandi magazzini. Da cosa dipende questa scelta?

GG: La visibilità è un requisito fondamentale per avere successo ed inoltre bisogna tenere conto del tipo di prodotto che si commercializza, nel nostro caso abiti da bambino destinati ad una clientela medio-alta.

La scelta del grande magazzino è ovvia, in quanto permette di essere notati da un gran numero di persone che possono permettersi, quando ne sentiranno il bisogno, di venire a comprare un abito da noi. Quella dell’hotel oltre che su questo punto (data l’esclusività degli alberghi in cui siamo presenti) gioca anche sul fatto di prendere il cliente nel momento in cui è più propenso a fare acquisti, cioè quando è rilassato ed in viaggio.

Il sogno sarebbe quello di poter aprire un negozio a Ginza, anche se sarebbero necessarie tutta una serie di analisi per capire se possa essere redditizio o meno. Stare a Ginza non è una garanzia di successo economico: basta vedere il nuovissimo mega-negozio di Armani, stupendo ma vuoto.

CA: I Pinco Pallino è direttamente ben presente in Asia. A Taiwan, con addirittura otto boutique, in Giappone, a Honk Kong. Può parlarci dell’esperienza asiatica della sua azienda?

GG: Dunque, la massiccia presenza a Taiwan si spiega semplicemente col fatto che quando siamo arrivati non avevamo praticamente concorrenza e quindi abbiamo avuto campo libero per espanderci.

Per quanto riguarda il resto dell’Asia, sì, oltre che in Giappone e Taiwan, abbiamo due negozi ad Honk Kong ed inoltre siamo presenti in un outlet in Cina, vicino a Shanghai, che stiamo utilizzando per cercare di capire quali sono le possibilità di espansione in quel paese, anche se al momento ritengo che sia l’India, da cui sono appena tornato, ad essere maggiormente interessante. Il problema principale è capire che tipo di lusso proporre alla clientela di questi paesi in rapidissimo sviluppo.

I nostri progetti per quanto riguarda l’Asia, che oggi corrisponde circa al 15% del nostro mercato, sono di un rafforzamento nei paesi dove siamo già presenti con negozi monomarca e la creazione di queste boutique anche in altre realtà, penso alla Corea, Seoul e Pusan, alla Thailandia e a Singapore, dove mi recherò fra breve di persona.

CA: Tornando alla questione della produzione, lei ritiene che un’azienda come la vostra che si affida spesso ad imprese non italiane possa fregiarsi del marchio "Made in Italy"?

GG: Assolutamente sì. Proprio il mese scorso una sentenza della Cassazione ha deciso che una produzione di orologi avvenuta all’estero, ma progettata, ideata e seguita da italiani, venisse marchiata "Made in Italy".

Purtroppo in Italia molte figure professionali sono scomparse o stanno scomparendo e non si può fare altro che rivolgersi oltre confine. Tramite l’Università Statale di Bergamo avevamo promosso e finanziato un Corso di Laurea in Ingegneria Tessile, esperienza purtroppo fallimentare, dato lo scarso numero di iscritti.

Oggi, per dirla con termini informatici, quello che conta non è l’hardware, il materiale, ma il software, le idee, che è ciò che dà il valore aggiunto alla merce. Per quanto siano prodotti all’estero, tra l’altro con materiali che spesso, come la seta, in Italia non esistono nemmeno più, tutti i nostri capi sono pensati e disegnati in Italia da italiani, e la qualità viene sempre naturalmente certificata da noi.

Per questa ragione sono più che convinto che I Pinco Pallino rientri assolutamente a pieno titolo nel panorama dei brand del "Made in Italy".

da Tokyo, Gigi Boccasile