Kansai International Film Festival: Il Giappone visto dagli occidentali

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Kansai International Film Festival: Il Giappone visto dagli occidentali

31 Agosto 2007

OSAKA: Darryl Knickrehm, uno dei creatori del Kansai International Film Festival (d’ora in avanti "KIFF"), ha recentemente dichiarato in un’intervista quali siano gli scopi che il festival si propone: «Nell’ultimo periodo, film ispirati al mondo nipponico — come "L’ultimo samurai" o "Memorie di una Geisha" — e remake di film giapponesi, come l’horror "The Ring", hanno attratto l’attenzione dei critici e del grande pubblico. Con il KIFF stiamo cercando di proporre un evento annuale che possa convincere registi e produttori a lavorare ad altri progetti ambientati in Giappone». Il trend evidenziato da Knickrehm, in effetti, si è consolidato negli ultimi anni a partire proprio dal remake hollywoodiano di "Ringu", ed ha prodotto film indipendenti di altissimo valore artistico, come "Lost in traslation" di Sofia Coppola, insieme a blockbuster strappa-Oscar come "Memorie di una Geisha".

Al KIFF, tuttavia, nessun nome di così vasto richiamo, ma un’accurata e attenta selezione di registi esordienti, o già affermati nel circuito underground, che risiedano in Giappone e abbiano scelto il paese del Sol Levante come teatro d’elezione dove ambientare le loro storie. Molti dei film in concorso — come "Nylon" (di Kevin Karn, statunitense che dal 1980 si mantiene ad Osaka lavorando come traduttore tecnico) o "Erni" (di Edgar Honetschlaeger, artista concettuale viennese con esposizioni a New York e Tokyo) — sono rigorosamente autoprodotti, e un breve sguardo alle loro trame anticonvenzionali e visionarie dimostra che, senza la vetrina d’eccellenza offerta dal KIFF, questi prodotti sarebbero senz’altro caduti nel dimenticatoio. "Erni" parla di polli e galline che si vestono come uomini e "Nylon" è un delirio lisergico sull’arma di distruzione di massa più sexy del mondo, una virago sadomasochista venuta dall’Inferno, Nylon appunto. Nessuno stupore che le grandi Major, nell’epoca dei sequel e dei blockbuster a base di effetti speciali e trame viete e trite, abbiano ignorato prodotti così coraggiosi e sperimentali

Tra i film presentati nella selezione del KIFF, ha raccolto particolari consensi il francese "Sakura no Kage" di Guillaume Tauveron e Hiroshi Todi, riguardo un killer francese che deve viaggiare fino in Giappone per uccidere la figlia di un boss della Yakuza, suo vecchio "datore di lavoro". Ovazioni anche per il film della registra australiana Rachael Lucas, "Bondi Tsunami", che ritrae quattro improbabili giapponesi — ispirati alla cultura manga — impegnati in un imprevidebile coast-to-coast d’Australia. Già salito alla ribalta nel 2004, "The Lotus Flower" dell’inglese Peter Boothby ha raccolto applausi e si è fatto notare per le trovate registiche e di montaggio che, nonostante la povertà di budget (il film, ambientato nel mondo dei Samurai, è stato interamente girato in location in Inghilterra), rendono le scene d’azione serrate e avvincenti, pur senza poter sfoderare il lusso visivo di certe produzioni wuxia.

Due i film italiani in concorso, entrambi diretti da Alessandro Pacciani, noto agli esperti del settore dal 2005 quando fu l’unico regista italiano selezionato per la finale del prestigioso Hollywood International Film Festival. Pacciani presenta al KIFF il cortometraggio "BV-01", nella sezione Experimental 1, riguardante un robot che si muove fra la folla di Tokyo, sorta di eroe dell’epoca cibernetica, anima senza emozioni, pelle senza sensazioni, metallo urlante che fa sembrare i Replicanti di "Blade Runner" figure tutto sommato concilianti. "Jinniku no umarekawari", il secondo cortometraggio, in soli cinque minuti condensa la fascinazione cyberpunk per l’ultratecnologia con le atmosfere rarefatte dei J-Horror: un’incubo fatto, anche in questo caso, di carne e materia inanimata, vicino a certe suggestioni cronenberghiane e simile, nella concezione, al dittico "Tetsuo I & II" di Shinya Tsukamoto.

In generale, si evidenzia che le opere presentate nella rassegna del KIFF tendono ad organizzarsi in due macrocategorie cinematografiche: un cinema-verité improntanto sui canoni del naturalismo e della psicologia comportamentale, stilisticamente convenzionale — come il succitato "Sakura no Kage" o come "I was a dancer" di Jason Whiton, storia straziante di una vecchia donna giapponese che, a causa dell’età, non può più danzare alla festa locale — oppure un cinema surreale di sperimentazione tematica, visiva e stilistica, come "Missing Pages" di Jerome Olivier (prodotto dal gruppo JPOP "Chage & Aska"), che racconta in un lucido bianco e nero la storia di un paradosso temporale e di uno scienziato pazzo.

La prima edizione del KIFF si è appena conclusa, ad Osaka, e non ci si può non associare alla speranza espressa da Knickrehm: che l’esperienza fruttuosa di questo primo anno possa servire, in futuro, a rendere il Festival un punto di riferimento per quei giovani cineasti talentuosi che si trovano, giocoforza, esclusi dal circuito delle Major e della distribuzione ufficiale. Per questi autori la via dell’autoproduzione sembra essere l’unica rimasta, poiché anche i tradizionali focolai del cinema autoriale, i festival europei — come Venezia che, proprio in questi giorni, ospita la 64esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica –, sembrano essersi dimenticati di loro in favore di nomi blasonati garanzia di sicuro successo commerciale

Andrea Morstabilini