Kansai International Film Festival: “L’altro” del cinema internazionale oltre Venezia

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OSAKA, DAL NOSTRO CORRISPONDENTE: Sarà perché sono europeo, sarà perché il cinema mi piace, resta il fatto che l’idea di assistere ad un festival internazionale a Osaka mi affascina. E la prima edizione del Kansai International Film Festival fa proprio al caso mio, dopo più di due mesi lontano dall’Italia e da una sala cinematografica, proprio nei giorni in cui in Italia e nel mondo si diffonde il clamore per il Festival di Venezia e il Lido ospita le celebrità più in vista del jetset cinematografico, mi ritrovo qui a raccontare ai lettori di Corriere Asia di un Festival meno noto ma altrettanto accattivante.

Decido di andare domenica pomeriggio, qualche ora a disposizione per vedere quanti più corti possibili. Appena arrivo le lingue si mischiano, in una babele di giovani provenienti un po’ da tutto il mondo: spagnolo, inglese, portoghese, italiano, giapponese, quelle che riesco a distinguere. Una manciata di umanità sparsa qua e là, in una location che forse non è stata scelta a caso: Planet Station, quattro piani tutti dedicati alla creazione artistica, dalla musica al teatro, dall’arte figurativa al cinema.

È il terzo e ultimo giorno del festival e i volti degli organizzatori appaiono rilassati, negli occhi quella stanchezza che sa di soddisfazione. Basta dare un’occhiata ai numeri per capire perché: 500 presenze nei tre giorni di evento, con il picco di 90 persone alla proiezione più affollata.

Un successo, per un piccolo festival alla sua prima edizione, nato quasi per gioco grazie all’impegno di Darryl Knickrehm, organizzatore e regista. Un festival che ha l’ambizione di crescere, fin dall’anno prossimo, e che ha come obiettivo quello di avere il 70% di spettatori giapponesi e il 30% stranieri.

Entro in sala a proiezione già iniziata, è completamente buio intorno a me, rimango in piedi con gli occhi sullo schermo. È in scena un noir sulla yakuza, tutto sguardi, pugni e sangue qua e là. Attori giapponesi e inglesi, ambientazione semitradizionale giapponese, mix di linguaggio, slang, espressioni. È proprio questo uno dei temi principali del festival, la culture clash, il miscuglio di oriente e occidente, le due culture in rapporto una con l’altra.

“Mi sembra come aprire una porta in Kansai per tutte le persone che vogliono far conoscere le loro emozioni, le loro idee e i loro pensieri attraverso il cinema” mi confida Luri, giapponese vissuta per anni in Argentina, “questo dà l’opportunità di creare un mondo nuovo, una sorta di globalizzazione della cultura, dove tradizione occidentale e orientale si mescolano quasi a formarne una terza, completamente nuova”. La settima arte ha sempre fatto grandi cose, e nel suo piccolo anche il KIFF è riuscito nel suo intento.

“È piaciuto a molti, il festival”, continua Luri “prima di tutto perché i registi hanno fatto vedere la cultura giapponese attraverso il loro sguardo. In questo modo i giapponesi possono aprire gli occhi e vedersi nelle proiezioni degli stranieri. Alcuni film sono davvero interessanti perché facevano pensare a quello che ti succede quotidianamente, e a cui spesso non badi”. Il riferimento è a The Labourer, di Darryl Knickrehm, incentrato sulla vita di uno dei tanti “salary men” giapponesi, uno per cui conta solo il lavoro, e tutto il resto, compresa famiglia e amici, non importa. Finché un giorno, uscendo di casa per andare in ufficio, viene investito da una macchina: si rialza frastornato, decide di non andare al lavoro, vaga per un parco, si siede su una panchina, ripensa al passato e allo sguardo della moglie, le manca, gli sale qualcosa dentro e allora corre, corre verso casa abbandonando la valigetta e con in testa una sola frase: “Devo dire a Miky che l’amo, devo a dire a Miky che l’amo, non è troppo tardi, non è troppo tardi”. Sul ciglio della strada trova il suo corpo riverso e senza vita, si vede morto a pochi passi da casa, ed è troppo tardi. Un tema semplice, quello della “ubriacatura da lavoro”, perfino banale: ma se re interpretato con il giusto occhio, come in questo caso, diventa quasi di denuncia.

L’edizione di quest’anno era incentrata su “film giapponesi creati da filmmaker stranieri”, mentre per il prossimo anno, a detta degli organizzatori, la tematica del festival si espanderà ancora di più con la sezione “film stranieri fatti da filmmakers giapponesi”. L’intento è sempre quello di mantenere i prezzi bassi per coinvolgere quanta più gente possibile, e spostarlo in autunno, perché nella stagione estiva il Kansai è già pieno di eventi.

Non è stato semplice seguire tutti i corti, tra sottotitoli in inglese e giapponese a seconda della provenienza degli attori, ma ne è valsa la pena. Una prima edizione che, sicuramente fa presagire un seguito dal grande ed accattivante sviluppo.

Paolo Soldano

Redazione

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La redazione corriereasia.com