La Cina e la leadership globale, La politica del wu-wei: cambiare lo status quo senza contestare le regole.

13 Marzo 2008

Il wu-wei viene letteralmente tradotto come "agire senza agire" (wei wu wei), ed è un principio centrale nel taoismo classico che designa la condotta del saggio, colui che agisce senza alterare (o contrastare) l’ordine naturale delle cose. Il saggio non produce cambiamento eppure ottiene ciò che vuole perché fluisce insieme al naturale cambiamento della natura (sapendolo navigare). Il termine wu-wei è qui usato per dipingere l’approccio della Cina (RPC) rispetto allo status quo del sistema internazionale.

Non tutte le condotte che sono suscettibili di alterare gli equilibri dello status quo costituiscono revisione del sistema. Questo perché il concetto di stabilità non è necessariamente statico ma può essere (e spesso è) dinamico. Da cui la distinzione fra "cambiamento nel sistema" e "cambiamento del sistema", il vero punto di rottura. Per dirla con Hirschman le opzioni sistemiche sono tre: loyalty, exit e voice. Dunque l’ipotesi da verificare per poter definire con Robert Zoellick (all’epoca sottosegretario di Stato USA) la Cina uno "stakeholder" è che il comportamento dell’attore Cina nel sistema internazionale miri a preservare o, almeno, a non sfidare lo status quo.

La percezione comune è che la Cina stia emergendo come uno sfidante dell’egemonia USA e quindi minacci la stabilità dello status quo. Questa interpretazione deriva da una serie di osservazioni: alcuni analisti riflettono sulla natura sleale della tumultuosa crescita economica cinese, agevolata da politiche di dumping e dalla pirateria nel campo dei diritti di proprietà intellettuale. Altre considerazioni riguardano il disconoscimento da parte di Pechino di diversi principi a vocazione universale, associati e funzionali al presente sistema internazionale (ad esempio i diritti umani), mentre non mancano proteste anche appariscenti contro una condotta cinese ritenuta troppo spesso irrispettosa e poco partecipe rispetto alle più gravi crisi internazionali (si pensi al Darfur e alle connesse dimissioni del regista Steven Spielberg dalla propria posizione di consulente olimpico). Infine, difficilmente possono passare sotto traccia le politiche di rapida modernizzazione delle forze armate e di "penetrazione" in teatri terzi, a partire dall’Africa, dove si gioca una parte significativa della partita dell’approvvigionamento energetico per i prossimi decenni.

Al di là di queste comuni percezioni, tuttavia, l’affermazione di Zoellick circa l’approccio responsabile della Cina negli affari internazionali, non pare destituita di fondamento per molte ragioni. La crescita cinese agisce sempre più come stabilizzatore del sistema economico mondiale (finanziando ad esempio il debito pubblico USA) e contribuisce a sostenere in buona misura la crescita mondiale. Al contempo è apprezzabile lo sforzo cinese di allinearsi alle regole sistemiche, come testimonia l’adesione di Pechino al WTO nel 2001, adesione che consente alla Cina di beneficiare dei vantaggi del sistema neoliberista GATT/WTO, ma che le impone al contempo anche degli adeguamenti non secondari in termini di legislazione interna e di monitoraggio. Anche sull’assolutezza ed universalità dei diritti umani vi sarebbe molto da dire, considerando che una parte della letteratura accoglie positivamente la visione relativistica che contrappone il cosiddetto catalogo "asiatico" dei valori ai tradizionali western values. Senza entrare nel merito di un discorso estremamente complesso, basta registrare come gli stessi "campioni" occidentali nei fatti disconoscano talvolta l’universalità e l’assolutezza di questi diritti, come testimoniato dai casi di Guantanamo e Abu Ghraib e dalla "disapplicazione selettiva" delle Convenzioni di Ginevra. A ciò si aggiunge il fatto che la Cina raramente induce rotture significative in seno alle istituzioni internazionali: Pechino è all’ultimo posto per numero di veti utilizzati e gli indici di partecipazione all’attività del UN Security Council sono in netta crescita. Anche la partecipazione al di fuori delle Nazioni Unite è in crescita: del WTO si è già detto, ma da alcuni anni la Cina inizia a contribuire alle operazioni di peacekeeping e si va delineando una politica regionale caratterizzata dalla presenza di delegati cinesi nei principali fora istituzionali asiatici (ad esempio APEC, ASEAN Plus Three, Shanghai Cooperation Organisation). Infine, i timori per un espansionismo neocoloniale "soft" da parte della Cina possono essere legittimi, ma le prese di posizione delle cancellerie occidentali risultano scarsamente credibili, data la lunga tradizione imperialista dell’Occidente e l’incontrastata egemonia economica e culturale che in particolare gli Stati Uniti continuano a detenere.

Dove collocarsi, dunque, lungo il continuum che vede a un estremo i sostenitori di un nuovo "pericolo Giallo" e, all’altro, gli araldi dell’ascesa pacifica della Cina?

Misurare il cambiamento reale (rapporti di forza fra attori) attraverso l’evoluzione delle regole (vigenti fra gli attori) è fuorviante. Sarebbe come misurare il proprio benessere considerando soltanto l’entità dello stipendio a fine mese, senza relazionarlo al costo della vita. Se a ciò aggiungiamo che le regole di un sistema sono associate ad un dato rapporto di forza fra i soggetti che le subiscono, otteniamo che ogni sistema di regole genera un primo della classe. Se accogliamo l’ipotesi precedente – l’inalterazione delle regole non è sinonimo di inalterazione dei rapporti sostanziali di forza – abbiamo che è possibile diventare i "primi della classe" senza dover revisionare le regole. E’ una forma di cambiamento più sottile, in cui la superficie delle cose resta sempre quella rassicurante di sempre, ma la sostanza muta lentamente. Un po’ come guardarsi allo specchio: non è possibile discernere il cambiamento del proprio corpo giorno per giorno.

La conclusione suggerita è che mantenere inalterato il sistema internazionale (e le regole ad esso associate) sia un atto di revisionismo nel momento in cui significa permettere un cambiamento negli equilibri fra gli attori (gli stati). Al contrario il revisionismo USA è un atto conservatore dal momento che mira a cambiare le regole (l’aspetto formale delle relazioni internazionali) per tutelare il proprio primato (connesso all’aspetto sostanziale delle relazioni internazionali). Alla luce di quanto detto si può affermare che la Cina è uno stakeholder del sistema internazionale attuale al fine di revisionare gli equilibri inter-statali.

Simone Tornabene

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