La Comunità ebraica in Cina

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6 Giugno 2006

SHANGHAI: Nel 1999 la comunità ebraica di Shanghai contava solo 100 membri, ma da allora il numero è cresciuto fino a 1.500. Alcuni lavorano presso multinazionali ma la maggior parte gestisce società commerciali, con un volume di esportazioni tra i 3-4 miliardi di dollari l’anno.

"Le stime parlano di 5mila ebrei a Shanghai", dice Maurice Ohana, che appartiene alla terza generazione di migranti ebrei nella città.

Gli ebrei hanno svolto un ruolo importante a Shanghai dopo che quest’ultima divenne un porto franco nel 1842 e una colonia internazionale vi si stabilì nel 1863. La prima ondata di migrazioni, dalla seconda metà del 19esimo secolo fino alla prima guerra mondiale, cominciò con un gruppo di 700 ebrei da Baghdad, seguiti dagli ebrei russi, prima nel 1895-1904, scappando dalla rivoluzione bolscevica, e poi dalla Manciuria durante l’occupazione giapponese. Così, alla fine degli anni’ 30 gli ebrei russi a Shanghai ammontavano a 4.000.

La seconda ondata migratoria fu all’indomani della persecuzione nazista quando oltre 20mila ebrei si rifugiarono a Shanghai, una delle poche città al mondo che non chiedeva né visti né documenti di viaggio. Dopo la fondazione dello Stato di Israele nel 1948, la maggior parte di loro lasciò Shanghai in cerca di una nuova patria, Stati uniti, Australia o altri Paesi.

Ora il centro della vita ebraica qui è una villa di 800 metri quadri che la comunità ha acquistato nel 2002 nel distretto di Hongqiao, dove organizzano una cena settimanale ogni venerdì, con servizi religiosi e incontri vari.

Ohana sostiene che ciò che ha attratto gli ebrei in Cina è stata la forte crescita economica, il senso di dinamismo, di sicurezza e l’assenza di anti-semitismo.

"Non c’è nessun altro esempio nella storia del progresso economico come quello creato dalla Cina negli ultimi 20 anni", dichiara Ohana.

"L’Europa è ormai in declino. Ogni ebreo che ho conosciuto si trova bene in Cina. Condividiamo con i cinesi tanti valori, quali quello della famiglia, l’amore per i bambini e il desiderio di mantenere la nostra cultura viva anche all’estero. Inoltre, l’anti-semitismo non fa parte della cultura dei cinesi. Ci rispettano e noi facciamo lo stesso" aggiunge.

Il ritorno degli ebrei a Shanghai è anche il risultato di una ripresa nelle relazioni diplomatiche tra Cina e Israele, ristabilite solo nel 1992. Fino alla fine degli anni’80 Pechino era alleata con il mondo arabo, denunciando regolarmente il comportamento delle forze di sicurezza israeliane e dipingendo Israele come una pedina dell’America "imperialista".

Dozzine di società israeliane stanno investendo in Cina, specialmente nel settore dell’high-tech, dell’abbigliamento e delle attrezzature agricole mentre centinaia di delegazioni cinesi sono andate in Israele a studiare le loro tecnologie avanzate.

La Cina è ora il maggiore partner commerciale di Israele in Asia, con un commercio bilaterale che lo scorso anno ha toccato quota 2.99 miliardi di dollari. Da un punto di vista personale, i cinesi ammirano gli ebrei per la loro disciplina e competenza nei settori della finanza, musica, medicina e scienza.

"Quando creeremo una nostra scuola, sarà sia ebraica che cinese, con classi di mandarino e storia cinese, contrariamente alle scuole americane o francesi, dove si studia solo storia americana o francese. La nostra sarà differente" dice Ohana che a Shanghai ha tutta la sua famiglia, con tre figli, che parlano cinese e che progettano di vivere e costruirsi qui la propria carriera.

Ylenia Rosati

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