La Corea verso il libero commercio con gli USA

20 Marzo 2007

SEOUL: Il percorso ad ostacoli che sta portando la Corea del Sud verso la firma di un trattato di Libero Commercio (i.e. Free Trade Agreement), il secondo dopo quello stipulato con il Cile due anni fa, sembra stia ormai per giungere alla sua risoluzione. Diverse le battute d’arresto e i tentativi di interrompere i negoziati da parte d’ associazioni di categoria del settore agricolo e industriale e dei partiti di opposizione alla politica del presidente Roh Mu-Nyung.

Che la liberalizzazione degli scambi con i grandi mercati esteri sia percepita in Corea come qualcosa di più di un potenziale "Cavallo di Troia" era già risaltato agli occhi del mondo in occasione delle ultimi round del WTO. Da anni gli agricoltori sudcoreani protestano contro la liberalizzazione delle importazioni di prodotti alimentari, vera e propria finalità della linea voluta dall’Organizzazione mondiale del commercio, ma che renderebbe i prodotti nazionali coreani non competitivi rispetto a quelli di altri Paesi. Le richiesta al governo vertono nella direzione di una politica di dazi all’importazioni o di aiuti interni, come avviene negli Stati Uniti e nell’Unione Europa.

La protesta è iniziata già nel primo giorno dei colloqui a Seoul tra i due Stati. Essa è anche sostenuta da esponenti del partito al governo e da molti gruppi civici, che hanno invaso le strade in innumerevoli marce di protesta. Dal 15 gennaio, 9 parlamentari dell’opposizione, appartenenti al Partito democratico del lavoro (PDL) , hanno iniziato uno sciopero della fame per sensibilizzare l’opinione pubblica di fronte al problema. Lo scenario da loro preannunciato ha tinte quasi apocalittiche: 213.721 dei 215.880 attuali coltivatori coreani di riso perderanno il lavoro se nel Paese sarà liberalizzata l’importazione del riso. La liberalizzazione del commercio del riso farebbe perdere lavoro anche a circa 20 mila coltivatori di altri prodotti. Disoccupati si troverebbero anche altri 116.700 lavoratori impiegati in altre industrie primarie, come, ad esempio, 6.500 dipendenti del settore automobilistico e 46.600 di quello dell’elettronica.

I deputati denunciano anche l’accondiscendenza di Seoul nell’accettare condizioni preliminari prima ancora di iniziare la trattative: come il ripristino dell’importazione di carne di manzo dagli Stati Uniti (messa al bando dal 2003) e la riduzione del numero di giorni in cui i cinema coreani possono proiettare solo film nazionali, a tutto vantaggio dell’industria delle majors Hollywoodiane.

A fare da contraltare è un rapporto dell’Istituto Americano sulle Economie Internazionali che prevede che la Corea otterrà comunque benefici dall’accordo, pari nel medio termine a 27 miliardi di dollari Usa se vi sarà compreso il riso e 20 se sarà escluso; vantaggi che nel lungo termine sono previsti, per le due ipotesi, pari a 51 e 41 miliardi rispettivamente.

Ancora lo scorso Febbraio di quest’anno, Il presidente Roh, dichiarava, "dobbiamo lavorare insieme a Washington per un accordo bilanciato che porti beneficio ad entrambe le nazioni, ma per ora non vi sono segnali che fanno pensare alla costruzione di un patto equo".

Obbiettivo dichiarato delle due parti è di concludere l’accordo entro fine marzo. Il governo Usa vuole dare al Congresso il tempo per esaminarlo e votarlo prima del 1° luglio 2007, data termine della validità del decreto sul Trade Promotion Authority concesso al presidente Gorge W. Bush. Privilegio che gli attribuisce ampi poteri nella promozione di merci e servizi made in USA e che limita il potere del Congresso, oggi in mano all’oppozione democratica, a votare gli accordi senza poter sollevare emendamenti.

Angelo Toscano