La democrazia degli altri

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La democrazia degli altri

21 Agosto 2007

Autore: Amartya Sen

Titolo: La democrazia degli altri. Perché la libertà non è un’invenzione dell’Occidente

Traduzione di: Aldo Piccato

Milano: Oscar Mondadori, 2004

ISBN: 88-04-54980-7

Prezzo: 8 euro

La democrazia nacque in Grecia. La Grecia è madre della civiltà occidentale. Quindi, per un semplice sillogismo, la democrazia nacque in Occidente. Almeno questa sembra rivelarsi la presunzione di un certo gruppo di occidentali.

Dopo l’11 settembre, l’espressione "esportare la democrazia" ha una particolare diffusione nella letteratura politica di chi vede sempre in agguato lo scontro fra le civiltà. Così, se la guerra del XXI secolo è arrogata come scontro di culture, allora ecco che dalla diversità delle culture emergono valori che hanno radici localizzate e che devono essere diffusi fra le altre, ciecamente prive.

In questo senso, "esportare la democrazia" significherebbe rendere partecipi altri popoli di questo valore di cui l’esportatore, il nostro Occidente, vanta l’eccezionale invenzione. Il governo del popolo sembrerebbe essere il vessillo di una qualche eminenza occidentale nella gamma dei valori universali. Ovviamente ciò tradisce una visione storica e politica eurocentrica e limitata.

A scardinare questa prospettiva riesce abilmente Amartya Sen, attento osservatore della situazione politica ed economica globale, che, da un lato, fornisce una dettagliata analisi del valore ‘democrazia’ e, dall’altro, espone l’antica e lungimirante esperienza delle società asiatiche nella conoscenza e nella prassi di questo valore.

Nei due saggi che compongono il libro "La democrazia degli altri", edito da Oscar Mondadori, il nobel per l’economia del 1998 mette in discussione non il fatto che la democrazia sia un valore occidentale, ma che sia un valore ‘soltanto occidentale’. Critico di questo "eccezionalismo" dilagante in discorsi politici e diplomatici, ma non assente anche in certi saggi accademici, Sen presenta una carrellata di esperienze asiatiche di democrazia: ricorda i concili buddhisti in cui era solida la discussione e ricorda l’impegno dei buddhisti a espandere la comunicazione, importante radice della democrazia; ricorda sovrani indiano illuminati come, nel III secolo, Ashoka e, nel XVII, Akbar, che proprio quando a Firenze si uccideva al rogo Giordano Bruno, parlava in India di tolleranza; cita il principe giapponese Shotoku Taishi che già nel VII sec. d.C. inviò ambascerie in Cina e introdusse la "Costituzione in diciassette articoli", in cui invitava a prendere decisioni importanti non da una sola persona, ma con la discussione di molti; rammenta l’aneddoto del filosofo ebreo Maimonide, che, scacciato dai cristiani, trovò asilo presso l’islamico Saladino.

Nel testo Sen non si limita a esprimere l’universalità del valore democrazia, ma cerca anche di fornire una definizione che non includa solo il tratto "partecipazione attraverso elezioni", ma anche e soprattutto "discussione pubblica, tolleranza, pluralismo".

Il saggio può vantare una scrittura semplice e lineare che, pur proponendo una tematica complessa e ricca di spunti, può essere suggerita a un vasto pubblico di lettori, anche digiuni della materia. Al centro della questione, infatti, è un valore globale nelle origini e nell’attuale diffusione.

Leggendo il testo si potrà assumere la consapevolezza che solo partendo da un rifiuto di certe considerazioni "eccezionalistiche", da corroborare con lo studio di altre società e altre "storie", si possono effettivamente porre le basi per una democrazia reale e universale.

Antonio Manieri

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