“La dolce vita” del gangster coreano

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"La dolce vita" del gangster coreano

5 Settembre 2007

BITTERSWEET LIFE (Dalkomhan insaeng)

Regia: Kim Ji-woon

Interpreti: Lee Byung-hun, Hwang Jeong-min, Kim Yeong-cheol

Produzione: Sud Corea 2005

A DIRTY CARNIVAL (Biyeolhan geori)

Regia: Yoo-ha

Interpreti: Zo In-sung, Namgoong Min, Cheon Ho-jin

Produzione: Sud Corea 2006

"La dolce vita" è il nome del locale la cui insegna fa da contrastante sfondo alle sanguinose sparatorie del film di Kim Ji-woon, regista che dopo la commedia ("The Foul King") e l’horror ("Two Sisters") è approdato al genere gangster nel più felice dei modi.

"La dolce vita", o meglio "Bittersweet life". Ma non v’è nulla di dolce nella vita di Sunwoo (Lee Byng-hun), braccio destro di un gangster, freddo ed efficientissimo nel portare a termine ogni missione. Ha solo un attimo di cedimento, o di romanticismo, quando non giustizierà la donna infedele del suo capo. E pagherà caro quell’attimo. Il boss non perdona chi non sta alle sue regole e tra i due si scatenerà una lotta parricida. La vendetta, tema centrale della cinematografia coreana, ancora una volta è fulcro della vicenda e Sunwoo veste i panni del giustiziere tradito e solitario che tanto ricorda le grandi figure del Cinema Western. Se infatti il genere gangster è erede del western il quale, a sua volta, ha parentele col cinema orientale per la solitudine solenne e impassibile di molti suoi personaggi (e non a caso all’Oriente si è ispirato per molti remake), anche "Bitterrsweet life" ne è la conferma. La sfida finale tra vetri in frantumi ha i ritmi di un film di Peckinpah, sottolineati dalla cadenza musicale, e lo scenario è un "saloon" di Seoul.

Kim Ji-woon ha stile da vendere: nei colori notturni, nell’acqua che lava via sangue e lacrime, nel sangue che arrossa il ghiaccio, nell’estetizzante e feroce esaltazione della violenza, negli accenti romantici di un finale straziante e desolato dove il sogno è impossibile. Paragonabile al Kitano di "Violent Cop" ma anche e soprattutto al Melville di "Frank Costello faccia d’angelo", con questo bellissimo noir crudo e melodrammatico si è rivelato come uno dei migliori talenti dell’estremo est asiatico.

Abbiamo scelto di parlare di "Bittersweet Life" di Kim Ji-woo, passato troppo rapidamente sugli schermi italiani la scorsa estate ma reperibile sul mercato DVD, non solo perché costituisce uno degli esempi più belli del Cinema Gangster Coreano degli ultimi anni ma anche perché ne sintetizza le tematiche cardine. Prima fra tutte il legame di fedeltà al boss, principio che domina la figura del gangster, la molla che fa scattare un’ineluttabile catena di vendette. Tutti temi che ritroviamo in "A Dirty Carnival" di Yoo-Ha, presentato in anteprima italiana all’ultimo Far East Film di Udine. La critica coreana ha paragonato "A Dirty Carnival" allo Scorsese di "Quei bravi ragazzi", "Gangs of New York" e, soprattutto "Mean Streets" e ciò non fa che rimarcare i reciproci scambi di influenze tra il regista americano e la cinematografia gangster orientale (vedi "Infernal Affairs" e "As Tears go By"). Anche il bellissimo "Friend" di Kwank Kyung-taek ("Chingoo", 2001), autobiografico, nostalgico e dolente, è una storia di amicizie mutate e tradite nel corso degli anni, ambientata nel suggestivo scenario metropolitano di Pusan, che ha molti rimandi allo scorsesiano "Mean Streets".

Ma il film di Yoo Ha, interpretato dal divo televisivo Zo In-sung che qui rivela un’inaspettata ed intensa forza malinconica, si discosta dalla rappresentazione estetica della violenza per mostrarla invece nella sua brutalità, e aggiunge all’intricata rete di ipocrisie e pugnalate alle spalle un tradimento in più: il piccolo criminale in carriera Byung-doo, in un momento di sconforto, confida all’amico regista Min-ho le sue colpe e quest’ultimo ne carpisce i segreti per farne un film, che lo denuncerà e lo esporrà alla ritorsione dei nemici. Il bel film di Yoo Ha a questo modo non si limita a raccontare una comune storia di ascesa e caduta nella criminalità quotidiana, appesantita forse solo da una troppo zuccherosa love story, ma con l’intreccio di "film nel film" svela una più assoluta e malinconica vicenda di amicizie tradite, dove il vero colpevole è il "ragazzo perbene" ugualmente abbagliato dal successo al punto di sacrificarvi gli affetti, uniformando tutto nello squallore di un unico "sporco carnevale".

Gabriella Aguzzi